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Francesco Vigorelli
Referendum sulla giustizia: perché appare come una riorganizzazione creativa e una tombola istituzionale
Separazione delle carriere e sorteggio non rendono il processo più giusto e rischiano di moltiplicare le strutture senza accorciare di un solo giorno i tempi dei processi.
Questa non è una nota tecnica. Non scrivo da giurista, ma da cittadino che ha lavorato a lungo nel credito e nella finanza e che, inizialmente, aveva dei dubbi. Le mie sono riflessioni di buon senso.
La domanda, in fondo, è semplice: questo referendum aiuta davvero la giustizia e i tribunali a funzionare meglio, oppure è solo un restyling istituzionale che rischia di alterare l’equilibrio tra i poteri dello Stato che la Costituzione vuole distinti e autonomi?
La moltiplicazione delle poltrone: la separazione delle carriere
Avevamo un solo Consiglio Superiore della Magistratura.
L’idea dei promotori è quella che si potrebbe definire una “frammentazione istituzionale”: farne tre, sdoppiando l’attuale organo in due CSM distinti — uno per i giudici e uno per i pubblici ministeri — e affiancandovi un’Alta Corte disciplinare.
Capisco che l’obiettivo dichiarato sia la separazione delle carriere tra magistrati giudicanti e requirenti, al fine di rafforzare il giusto processo e la piena terzietà del giudice. La tesi è che, se giudice e pubblico ministero appartengono allo stesso ordine, il primo possa risultare strutturalmente più vicino all’accusa. La separazione, secondo questa impostazione, garantirebbe una più netta distinzione dei ruoli e un’effettiva parità tra accusa e difesa.
Ma siamo certi che dividere le carriere renda il processo più giusto?
Il rischio è di produrre l’effetto opposto. Oggi il pubblico ministero condivide con il giudice la medesima funzione di garanzia e l’appartenenza all’ordine giudiziario: ciò comporta l’obbligo di ricercare non solo gli elementi a carico, ma anche quelli favorevoli all’imputato. Recidere questo legame potrebbe progressivamente trasformare il PM in una parte processuale sempre più orientata alla sola prospettiva accusatoria, con il rischio di attenuare quella dimensione di imparzialità che oggi caratterizza il suo ruolo.
Nel dubbio, una cosa è certa: gli organi aumentano. E quando gli organi aumentano, aumentano riunioni, regolamenti, indennità e burocrazia. Non è un teorema ideologico: è una semplice conseguenza organizzativa.
Vi è anche un ulteriore rischio. Separare può essere l’inizio di un percorso che, nel tempo, renda la magistratura più permeabile all’influenza politica. La riforma non lo dice esplicitamente, ma l’idea che la politica possa incidere sempre di più sugli equilibri interni della magistratura non è un’ipotesi fantasiosa: è una possibilità concreta che deve essere considerata, specie alla luce dell’insofferenza manifestata in più occasioni dalla maggioranza di governo verso l’autonomia degli inquirenti.
Il sorteggio: la giustizia diventa una tombola
Per superare le logiche di corrente nella nomina dei consiglieri dei due CSM, la soluzione proposta è il sorteggio. Gli organi di governo della magistratura verrebbero così scelti con un criterio assimilabile a quello di una lotteria.
Ma il caso è davvero garanzia di qualità?
È legittimo chiedersi se le massime istituzioni giudiziarie debbano dipendere da un bussolotto, quando la giustizia dovrebbe fondarsi anzitutto su competenza, esperienza e responsabilità.
Una domanda forse retorica: chi accetterebbe di essere operato da un chirurgo estratto a sorte anziché scelto per merito?
L’Alta Corte: una contraddizione strutturale
In questa riforma, l’Alta Corte disciplinare sarà chiamata a giudicare i magistrati, ma una parte dei suoi componenti verrà nominata dal Parlamento. È qui che emerge una possibile contraddizione: nel nome dell’indipendenza della magistratura, si attribuisce alla politica il potere di concorrere alla scelta di chi dovrà giudicarla sul piano disciplinare.
Non si tratta tanto di un equilibrio tra poteri, quanto di una ridefinizione dei loro confini. Affidare alla sfera politica una quota della composizione dell’organo disciplinare introduce infatti un canale di influenza diretto sull’autonomia dell’ordine giudiziario. Più che una garanzia, questa scelta appare come una vulnerabilità istituzionale, o quantomeno come un elemento di possibile tensione nell’assetto dei poteri.
Si pone inoltre un serio problema di compatibilità costituzionale: le decisioni dell’Alta Corte non sarebbero impugnabili in Cassazione.
È lecito chiedersi se ciò sia pienamente compatibile con la Costituzione, che riconosce il ricorso in Cassazione contro le decisioni giurisdizionali per violazione di legge, ossia per errori nell’interpretazione o nell’applicazione delle norme giuridiche.
Le domande a cui i sostenitori del Sì evitano di rispondere
Mettiamo da parte l’architettura istituzionale e scendiamo nel mondo reale.
In che modo questo restyling risolverebbe i nodi che paralizzano davvero la giustizia?
• La carenza di organico: i tribunali sono al collasso; mancano magistrati, cancellieri e personale amministrativo. Questa riforma riempie le aule vuote o si limita a moltiplicare i vertici?
• L’arretratezza digitale: in uffici che lavorano ancora tra faldoni e timbri a secco, come incide la separazione delle carriere?
• La giungla legislativa: siamo sommersi da decreti che si contraddicono e da una produzione frenetica di nuovi reati. Serve davvero un nuovo organigramma o non sarebbe più utile un serio riordino normativo?
• La durata dei processi: una causa civile o penale diventerà più rapida solo perché abbiamo la separazione delle carriere e tre organismi di governo invece di uno?
• La certezza della pena: emettere sentenze diventa un esercizio sterile se lo Stato non riesce a farle eseguire per carenze strutturali. A cosa serve un processo perfetto se la pena resta solo sulla carta?
Il NO come scelta di responsabilità
Alla fine di queste riflessioni, i dubbi iniziali si sono chiariti.
Questa riforma farà arrivare le sentenze prima? No.
Aumenterà il personale o migliorerà la digitalizzazione dei processi? No.
Renderà i tribunali più efficienti? Nemmeno.
Alla luce di tutto questo, votare NO non è un atto di conservazione, né la difesa di uno status quo che non soddisfa nessuno. È, al contrario, una scelta di responsabilità: il rifiuto di una riforma di facciata e la richiesta che si intervenga finalmente dove serve davvero.
Un NO non afferma che la giustizia funzioni bene; afferma che non può essere risanata con un semplice restyling burocratico. Se prevalesse il NO, non sarebbe la certificazione di un sistema guarito, ma il segnale che il lavoro vero — fatto di investimenti, digitalizzazione, organizzazione e semplificazione normativa — deve finalmente iniziare.
Votare NO, infine, significa riaffermare l’esigenza che la magistratura resti indipendente dal potere politico, preservando quell’equilibrio tra i poteri dello Stato che costituisce il fondamento di ogni democrazia.
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