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La Comune di Ferrara | Femminile, Plurale, Partecipata

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Anna Zonari Sindaca

Anna Sindaca

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Cpr, anche Zonari ribatte a Coletti «No alla propaganda securitaria»

La consigliera di opposizione critica l’intervento dell’assessora

Non solo Fabio Anselmo, anche da Anna Zonari, consigliera comunale de La Comune, si alza una voce critica contro la presa di posizione dell’assessora Cristina Coletti nei confronti del medico dell’ospedale di Cona che non ha dato il nulla osta al trasferimento di un migrante irregolare in un Cpr.

«Ferrara non ha bisogno di propaganda securitaria – dice Zonari -, ha bisogno di politiche giuste, fondate sulla legalità vera, quella che non calpesta ma riconosce i diritti di tutti e tutte» Secondo la consigliera di opposizione, «i Centri di permanenza per il rimpatrio non so-no semplici “strutture amministrative”. Sono luoghi dove, secondo i rapporti indipendenti più autorevoli, si consuma ogni giorno una sofferenza che non può essere ignorata afferma Zonari.

Il Comitato europeo per la prevenzione della tortura, dopo la visita in Italia nell’aprile 2024, ha denunciato condizioni inaccettabili: persone ammassate in ambienti assimilabili a gabbie, carenza di cibo e di cure mediche, uso sproporzionato della forza, somministrazione non controllata di psicofarmaci. Un quadro che non appartiene a uno Stato di diritto, ma a una sospensione della legalità». Zonari cita anche altri re-port critici sulle condizioni di detenzione nei Cpr e ritiene che «davanti a questa realtà, la scelta dei medici di rifiutarsi di collaborare con i Cpr non è una “ideologia dannosa”, come sostiene l’assessora Coletti.

È al contrario un gesto di fedeltà al giuramento professionale e ai principi costituzionali: tutelare la salute e la dignità di tutti, senza distinzione di status giuridico. La vera ideologia è pensare che la sicurezza dei cittadini passi per la compressione dei diritti umani», sostiene la consigliera. Zonari cita anche i numeri arrivati dall’Osservatorio diritti: «Nel 2023 quasi 6.700 perso-ne sono passate per i Cpr, ma
solo la metà è stata effettiva-mente rimpatriata. Una macchina costosa, inefficace e crudele, che produce più ferite sociali di quante ne risolva», afferma ancora la consigliera Zonari. •

Zonari su Gaza

Gaza, la giornata del digiuno «Segno concreto di vicinanza Noi, siamo accanto a chi soffre»

Calvano, capogruppo Pd in Regione, ha annunciato il proprio sostegno all’iniziativa . Alla giornata ha partecipato La Comune che ha dato l’adesione con la consigliera Zonari.

Ieri in tutta Italia si è tenuta una giornata di digiuno collettivo promossa dal gruppo Sanitari per Gaza. Anche in Emilia-Romagna tante sono state le adesioni. Paolo Calvano, capogruppo del Partito Democratico in Assemblea legislativa, ha annunciato il proprio sostegno all’iniziativa.

“Le immagini e le notizie che arrivano da Gaza ci parlano di una crisi umanitaria che non può lasciarci indifferenti – ha dichiarato –. Come rappresentanti delle istituzioni, come cittadini e come esseri umani, abbiamo il dovere di far sentire la nostra voce”. Parole che risuonano nel contesto di un conflitto che da mesi produce una conta insopportabile di vittime civili e che colpisce con particolare durezza medici e operatori sanitari. Centinaia di loro hanno perso la vita nei bombardamenti, mentre ospedali e strutture di soccorso vengono ridotti in macerie.

“Il digiuno promosso dai sanitari diventa un gesto simbolico ma fortissimo – ha aggiunto Calvano –. Un appello alla coscienza collettiva per la fine delle violenze e per garantire il rispetto del diritto internazionale, l’incolumità di chi porta aiuto e l’ingresso di forniture umanitarie essenziali”. La scelta del digiuno, sottolinea lo stesso Calvano, non è un atto di rinuncia fine a sé stesso, ma un segno concreto di vicinanza. Un modo per “stare accanto a chi soffre” e per ribadire che solo il dialogo e l’impegno comune possono tracciare la strada verso un futuro di pace.

Alla giornata ha partecipato anche la Comune di Ferrara, che ha annunciato l’adesione attraverso la consigliera Anna Zonari e un gruppo di cittadine e cittadini – Giuliana Andreatti, Daniela Cataldo, Andrea Firrincieli, Cinzia Pusinanti, Giovanna Tonioli e Marcella Ravaglia. Il comunicato della Comune richiama l’urgenza di non lasciare che la quotidianità dei massacri generi assuefazione. “Ormai i numeri prodotti dai crimini orribili che Israele consuma ai danni di chi vive e porta soccorso a Gaza e in Cisgiordania rischiano di creare una carestia delle coscienze”, si legge. Un monito che risuona forte: di fronte a un conflitto che rischia di scivolare nell’astrazione dei dati e delle statistiche, occorre restituire dignità alle vite spezzate.

La Comune ha scelto di evocare le parole della scrittrice palestinese Susan Abulhawa, che nei suoi testi ricorda come la storia e la memoria di un popolo non possano essere cancellate dalla forza delle armi né dalla propaganda. Una testimonianza che diventa ponte ideale con l’iniziativa del digiuno: piccolo atto di resistenza civile, stando allo spirito che muove gli organizzatori, che invita a guardare oltre i confini del presente e a immaginare una Palestina capace di ritrovare la sua vocazione plurale, multietnica, multireligiosa.

 

Digiuno per Gaza, anche la Comune di Ferrara aderisce

La Comune di Ferrara aderisce alla giornata di digiuno collettivo per Gaza, indetta dagli operatori sanitari per giovedì 28 agosto su tutto il territorio nazionale.

Insieme alla consigliera Anna Zonari digiuneranno anche Giuliana Andreatti, Daniela Cataldo, Andrea Firrincieli, Cinzia Pusinanti, Giovanna Tonioli e Marcella Ravaglia (la lista è in aggiornamento).

Parteciperemo al presidio organizzato presso la Cittadella di San Rocco per il 28 agosto alle ore 14.

Oramai i numeri prodotti dai crimini orribili che Israele consuma ai danni di chi vive e porta soccorso a Gaza e in Cisgiodania, i numeri del genocidio della popolazione palestinese in corso da 23 mesi, rischiano di creare una carestia delle coscienze.

Proviamo a gettare un seme in questo deserto di umanità prendendo a prestito le parole di Susan Abulhawa, scrittrice palestinese-statunitense, che si rivolge agli oppressori sionisti:

“Non capirete mai la sacralità degli ulivi, che avete tagliato e bruciato per decenni solo per farci dispetto e per spezzarci un po’ di più il cuore. Nessuno nativo di quella terra oserebbe fare una cosa del genere agli ulivi. […] Non siamo le rocce che Chaim Weizmann pensava avreste potuto spazzare via dalla terra. Siamo il suo stesso suolo. Noi siamo i suoi fiumi, i suoi alberi e le sue storie, perché tutto ciò è stato nutrito dai nostri corpi e dalle nostre vite nel corso di millenni di continua e ininterrotta abitazione di quel pezzo di terra tra il Giordano e le acque del Mediterraneo, dai nostri antenati cananei, ebrei, filistei e fenici, da ogni conquistatore o pellegrino che è venuto e se n’è andato, che si è sposato o ha violentato, amato, ridotto in schiavitù, si è convertito, insediato o ha pregato nella nostra terra lasciando pezzi di sé nei nostri corpi e nella nostra eredità. Le storie leggendarie e tumultuose di quella terra sono letteralmente nel nostro DNA. Non potete ucciderlo o portarvelo via con la propaganda, non importa quale tecnologia di morte usate o quali arsenali di Hollywood e società di media schierate. Un giorno la vostra impunità e arroganza finiranno. La Palestina sarà libera, sarà restaurata alla sua gloria multireligiosa, multietnica e pluralistica, ripristineremo ed estenderemo i treni che vanno dal Cairo a Gaza, a Gerusalemme, Haifa, Tripoli, Beirut, Damasco, Amman, Kuwait, Sanaa e così via, porremo fine alla macchina da guerra sionista-americana di dominazione, espansione, estrazione, inquinamento e saccheggio. … e voi o ve ne andrete, o imparerete finalmente a vivere con gli altri come pari.”

Da mesi aderiamo o semplicemente partecipiamo alle numerosissime iniziative che sono nate per denunciare il genocidio della popolazione palestinese, portandone l’eco in Consiglio comunale. Continuiamo a chiedere che Governo e istituzioni agiscano da subito per mettere fine ai crimini di Israele.

L’intervento completo di Susan Abulhawa è qui

Un grazie a periscopionline.it e a Nicola Cavallini per i preziosi approfondimenti

Zonari sui CPR

Zonari a Coletti: “Ferrara non ha bisogno di propaganda securitaria”

Anna Zonari consigliera comunale de La Comune di Ferrara interviene con alcune considerazioni dopo le “critiche mosse dall’assessora Coletti ai medici obiettori di coscienza che non danno il nulla osta al trasferimento in un CPR, per la successiva espulsione”.

“Prima di tutto – precisa – è necessario ricordare che i Centri di Permanenza per il Rimpatrio non sono semplici “strutture amministrative”. Sono luoghi dove, secondo i rapporti indipendenti più autorevoli, si consuma ogni giorno una sofferenza che non può essere ignorata”.

“Il Comitato Europeo per la Prevenzione della Tortura (CPT) – ricorda -, dopo la visita in Italia nell’aprile 2024, ha denunciato condizioni inaccettabili: persone ammassate in ambienti assimilabili a gabbie, carenza di cibo e di cure mediche, uso sproporzionato della forza, somministrazione non controllata di psicofarmaci. Un quadro che non appartiene a uno Stato di diritto, ma a una sospensione della legalità. Il dossier Trattenuti 2024 di ActionAid e Università di Bari ha documentato come i CPR siano luoghi di degrado, privi di percorsi di integrazione, in cui uomini e donne sono trattenuti per mesi senza aver commesso alcun reato, ma solo per una condizione di irregolarità amministrativa”.

E così. “davanti a questa realtà, la scelta dei medici di rifiutarsi di collaborare con i CPR non è una “ideologia dannosa”, come sostiene l’assessora Coletti. È al contrario un gesto di fedeltà al giuramento professionale e ai principi costituzionali: tutelare la salute e la dignità di tutti, senza distinzione di status giuridico. La vera ideologia è pensare che la sicurezza dei cittadini passi per la compressione dei diritti umani”.

La consigliera riporta quindi alcuni numeri: “secondo Osservatorio Diritti, nel 2023 quasi 6.700 persone sono passate per i CPR, ma solo la metà è stata effettivamente rimpatriata. Una macchina costosa, inefficace e crudele, che produce più ferite sociali di quante ne risolva. Anche il Tavolo Asilo e Immigrazione, nel suo dossier del 2024, ha concluso che i CPR rappresentano “una grave violazione etica, giuridica e politica” e ne ha chiesto la chiusura”.

“Il nostro compito come istituzioni – conclude – non è minimizzare queste denunce o liquidarle come “scelte ideologiche”. È invece assumersi la responsabilità politica di guardare ai fatti, ascoltare la società civile, e costruire alternative che mettano al centro la dignità umana. Ferrara non ha bisogno di propaganda securitaria: ha bisogno di politiche giuste, fondate sulla legalità vera, quella che non calpesta ma riconosce i diritti di tutti e tutte”.

Anna Zonari sui CPR e sull’operato dei medici: considerazioni in merito alle critiche mosse dall’assessora Coletti

Alcune considerazioni, dopo aver letto l’articolo apparso questa mattina, 27 agosto, su La Nuova Ferrara, in merito alle critiche mosse dall’assessora Coletti ai medici obiettori di coscienza che non danno il nulla osta al trasferimento in un CPR (Centro di Permanenza per il Rimpatrio), per la successiva espulsione.

Prima di tutto è necessario ricordare che i Centri di Permanenza per il Rimpatrio non sono semplici “strutture amministrative”. Sono luoghi dove, secondo i rapporti indipendenti più autorevoli, si consuma ogni giorno una sofferenza che non può essere ignorata.

Il Comitato Europeo per la Prevenzione della Tortura (CPT), dopo la visita in Italia nell’aprile 2024, ha denunciato condizioni inaccettabili: persone ammassate in ambienti assimilabili a gabbie, carenza di cibo e di cure mediche, uso sproporzionato della forza, somministrazione non controllata di psicofarmaci. Un quadro che non appartiene a uno Stato di diritto, ma a una sospensione della legalità.

Il dossier Trattenuti 2024 di ActionAid e Università di Bari ha documentato come i CPR siano luoghi di degrado, privi di percorsi di integrazione, in cui uomini e donne sono trattenuti per mesi senza aver commesso alcun reato, ma solo per una condizione di irregolarità amministrativa.

Davanti a questa realtà, la scelta dei medici di rifiutarsi di collaborare con i CPR non è una “ideologia dannosa”, come sostiene l’assessora Coletti. È al contrario un gesto di fedeltà al giuramento professionale e ai principi costituzionali: tutelare la salute e la dignità di tutti, senza distinzione di status giuridico. La vera ideologia è pensare che la sicurezza dei cittadini passi per la compressione dei diritti umani.

E veniamo ai numeri: secondo Osservatorio Diritti, nel 2023 quasi 6.700 persone sono passate per i CPR, ma solo la metà è stata effettivamente rimpatriata. Una macchina costosa, inefficace e crudele, che produce più ferite sociali di quante ne risolva. Anche il Tavolo Asilo e Immigrazione, nel suo dossier del 2024, ha concluso che i CPR rappresentano “una grave violazione etica, giuridica e politica” e ne ha chiesto la chiusura.

Il nostro compito come istituzioni non è minimizzare queste denunce o liquidarle come “scelte ideologiche”. È invece assumersi la responsabilità politica di guardare ai fatti, ascoltare la società civile, e costruire alternative che mettano al centro la dignità umana.

Ferrara non ha bisogno di propaganda securitaria: ha bisogno di politiche giuste, fondate sulla legalità vera, quella che non calpesta ma riconosce i diritti di tutti e tutte.

 

 

Zonari su Cpr

Anna Zonari interviene sui CPR (Centro di Permanenza per il Rimpatrio) e difende l’operato dei medici sulla inidoneità alla vita in questi centri

Ospito volentieri sul mio blog le considerazioni di Anna Zonari, psicologa clinica e di comunità e Consigliera comunale per La Comune di Ferrara su alcune dichiarazioni rese alla stampa oggi dall’assessora Coletti del Comune di Ferrara. Anna Zonari sostiene il valore innanzitutto umano, poi giuridico, dell’operato dei medici , che si pronunciano sulla inidoneità alla vita nei CPR Centri di Permanenza per il Rimpatrio degli immigrati senza permesso di soggiorno. 
“Alcune considerazioni, dopo aver letto l’articolo apparso questa mattina, 27 agosto, su La Nuova Ferrara, in merito alle critiche mosse dall’assessora Coletti ai medici “obiettori di coscienza” che non danno il nulla osta al trasferimento in un CPR, per la successiva espulsione.
Prima di tutto è necessario ricordare che i Centri di Permanenza per il Rimpatrio non sono semplici “strutture amministrative”. Sono luoghi dove, secondo i rapporti indipendenti più autorevoli, si consuma ogni giorno una sofferenza che non può essere ignorata. Il Comitato Europeo per la Prevenzione della Tortura (CPT), dopo la visita in Italia nell’aprile 2024, ha denunciato condizioni inaccettabili: persone ammassate in ambienti assimilabili a gabbie, carenza di cibo e di cure mediche, uso sproporzionato della forza, somministrazione non controllata di psicofarmaci.
Un quadro che non appartiene a uno Stato di diritto, ma a una sospensione della legalità.
Il dossier Trattenuti 2024 di ActionAid e Università di Bari ha documentato come i CPR siano luoghi di degrado, privi di percorsi di integrazione, in cui uomini e donne sono trattenuti per mesi senza aver commesso alcun reato, ma solo per una condizione di irregolarità amministrativa.
Davanti a questa realtà, la scelta dei medici di rifiutarsi di collaborare con i CPR non è una “ideologia dannosa”, come sostiene l’assessora Coletti.
È al contrario un gesto di fedeltà al giuramento professionale e ai principi costituzionali: tutelare la salute e la dignità di tutti, senza distinzione di status giuridico.
La vera ideologia è pensare che la sicurezza dei cittadini passi per la compressione dei diritti umani.
E veniamo ai numeri: secondo Osservatorio Diritti, nel 2023 quasi 6.700 persone sono passate per i CPR, ma solo la metà è stata effettivamente rimpatriata. Una macchina costosa, inefficace e crudele, che produce più ferite sociali di quante ne risolva. Anche il Tavolo Asilo e Immigrazione, nel suo dossier del 2024, ha concluso che i CPR rappresentano “una grave violazione etica, giuridica e politica” e ne ha chiesto la chiusura.
Il nostro compito come istituzioni non è minimizzare queste denunce o liquidarle come “scelte ideologiche”. È invece assumersi la responsabilità politica di guardare ai fatti, ascoltare la società civile, e costruire alternative che mettano al centro la dignità umana. Ferrara non ha bisogno di propaganda securitaria: ha bisogno di politiche giuste, fondate sulla legalità vera, quella che non calpesta ma riconosce i diritti di tutti e tutte.”
Anna Zonari
n.d.r.
1 marzo 2024 
La Società Italiana di Medicina delle Migrazioni (SIMM), la Rete “Mai più lager – No ai CPR” e l’Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione (ASGI) chiedono a tutto il personale sanitario una presa di coscienza sulle condizioni e sui rischi per la salute delle persone migranti sottoposte a detenzione amministrativa nei CPR.- https://www.asgi.it/allontamento-espulsione/idoneita-alla-vita-nel-cpr-appello-ai-medici-necessaria-la-presa-di-coscienza/
Concerto Bruce Springsteen

Sviluppo Economico: Il business dello spettacolo/intrattenimento può far rinascere Ferrara?

L’interessante contributo di Francesco: SVILUPPO ECONOMICO, LAVORO E QUALITA’ DELLA VITA mi spinge ad affrontare un argomento che, indirettamente, la contestazione dei residenti di piazza Ariostea ha reso d’attualità.

Con un Sindaco e Giunta che, forti di un largo consenso elettorale, hanno promesso “ Sempre più sostegno e valorizzazione delle iniziative e degli eventi culturali e di spettacolo di qualità per una Città attrattiva sotto il profilo turistico” è giusto andare a verificare quanto queste scelte politiche abbiano effettivamente contribuito a far mantenere l’altra grande promessa elettorale : Ferrara Rinasce .

Visto che per ora Ferrara non è morta, l’idea di una sua rinascita o di un suo “rinascimento” si traduce nell’idea di farla uscire da un non meglio precisato periodo di tenebre (politiche, sociali, culturali?) o forse più realisticamente di fermarne il declino socio-economico.

Ma davvero si pensa di fermare questo declino puntando quasi tutto sul turismo e sul business dello spettacolo/intrattenimento?

Il declino socioeconomico di Ferrara è un processo complesso e multifattoriale caratterizzato da una riduzione progressiva della qualità della vita, delle opportunità economiche e della coesione sociale per i suoi abitanti. Non è un crollo, è un processo lento partito molti anni fa.

Molti indicatori economici, demografici, sociali, urbani ed ambientali permettono di parlare di declino socio-economico di Ferrara. Sintetizzando: Ferrara è una città dove la popolazione, le imprese manufatturiere, gli esercizi commerciali calano e dove la popolazione è sempre più anziana e povera. Un buon indicatore del declino di una città sempre più povera è la variazione del potere d’acquisto dei suoi residenti negli anni.
Come detto, non è un fenomeno recente. ferrara ultimo capoluogo

Variazione del potere d’acquisto reale dal 2000 al 2019
capoluoghi dell’Emilia Romagna
Capoluogo Crescita
reddito (%)
Inflazione (%) Potere
d’acquisto reale (%)
Bologna +22.6% ~35.3% −12.7%
Parma +21.6% ~35.3% −13.7%
Reggio Emilia +21.1% ~35.3% −14.2%
Modena +18.3% ~35.3% −17.0%
Piacenza +16.2% ~35.3% −19.1%
Rimini +16.3% ~35.3% −19.0%
Ravenna +10.3% ~35.3% −25.0%
Forlì-Cesena +10.3% ~35.3% −25.0%
Ferrara +6.1% ~35.3% −29.2%

Però per vedere l’impatto di certe scelte, successive alla svolta politica del 2019, sull’andamento nell’ultimo decennio si può confrontare il potere d’acquisto reale dei ferraresi prima e dopo il 2019.

Variazione potere d’acquisto reale ultimi 10 anni a Ferrara
Periodo Crescita reddito Inflazione Potere d’acquisto reale
2014 → 2018 ~ +8.7% ~2.8% ~ +5.9%
2019 → 2023 ~ +14.4% ~17.1% ~ −2.7%

Attenzione! Non c’è un nesso causale diretto, il paradossale “piove, governo ladro”, tra le scelte politiche di chi amministra la città e la variazione del potere d’acquisto. Tra i tanti fattori che hanno inciso economicamente nel lustro 2014-18 si deve considerare il “rimbalzo” post terremoto e nel lustro 2019-23 gli effetti della pandemia e della guerra in Ucraina, fattori ben più rilevanti delle scelte politiche di un’amministrazione comunale. Ma tant’è: i ferraresi dal 2019 al 2023 sono un po’ più poveri, soprattutto per il calo del reddito negli anni 2020 e 2022. Vedendo che Rimini, a parità di anno di imposta, è andata molto peggio di Ferrara, mentre altre province della regione sono andate davvero molto meglio, sorge il sospetto che, pur essendo il turismo un asset importante, una dipendenza eccessiva dal turismo senza una diversificazione economica può rendere le città più vulnerabili a crisi (vedi: pandemia) o a cambiamenti nelle tendenze turistiche.

Politica dello spettacolo e business dello spettacolo

Da qualche millennio, almeno dal Panem et Circensem di Giovenale, chi governa, di qualunque colore, può sfruttare i grandi spettacoli/eventi come armi di distrazione di massa . Anche se la demagogia contemporanea ha profondamente aggiornato le sue tecniche puntando soprattutto sull’audience digitale, l’organizzazione di grandi eventi, oltre a distrarre dai problemi reali, ha il vantaggio di offrire un senso di appartenenza e incanalare l’energia della folla in manifestazioni di giubilo anziché di protesta. Se questo poi può portare ad un ritorno economico per la città tanto meglio.

I guadagni, a volte stratosferici, delle star dello spettacolo sono un sintomo visibile di un business che, per alcuni suoi segmenti, è in grado di muovere grandi quantità di denaro , ma non riflettono la sua redditività complessiva, che è influenzata dall’ammontare degli investimenti, costi d’esercizio, rischi e distribuzione dei profitti lungo l’intera catena del valore.

Il business dello spettacolo/intrattenimento, inteso in senso ampio (concerti, teatro, cinema, festival, fiere, eventi sportivi, nightlife, musei, mostre, ecc.), può avere un’incidenza significativa sull’economia di una città, e in alcuni casi può rappresentare un vero e proprio motore di sviluppo .

E qui, tornando a Ferrara, la scelta da parte dell’amministrazione comunale di puntare molto su questo tipo di iniziative per far “rinascere” la città, ha una sua logica. Anche la scelta di privilegiare il turismo “rock” rispetto al turismo “arte e cultura” può essere giustificata. Il problema è che queste scelte richiedono sempre una adeguata pianificazione strategica che tenga conto della vocazione della città, del pubblico di riferimento, delle infrastrutture esistenti e della capacità di attrarre investimenti privati, ecc… Il marketing territoriale che mira a rendere la città più attrattiva e competitiva non è sufficiente a creare vivibilità e valore per tutti nel lungo periodo e solo un corretto monitoraggio può valutare l’adeguatezza della pianificazione strategica che dovrebbe precedere ogni operazione di questo genere.

Concerto Bruce Springsteen

Chi non impara dai propri errori è destinato a ripeterli: BRUCE, una lezione che brucia.

I passi per una corretta pianificazione strategica per una politica pubblica dello spettacolo/intrattenimento sono gli stessi che deve fare l’industria privata degli eventi: definizione di un calendario senza sovrapposizioni o saturazioni; definizione del pubblico/turismo target; definizione delle location adeguate all’evento; progettazione e realizzazione delle infrastrutture necessarie; ecc…Ci sono almeno 3 eventi che sollevano dubbi sulla pianificazione strategica adottata con l’idea di far “rinascere” Ferrara promovendo una Ferrara “Spettacolo Rock” affianco della Ferrara “Arte e cultura”: il concerto di Bruce Springsteen, il Busker Festival e il Ferrara Summer Festival.

Il concerto di Bruce Springsteen di maggio 2023

può essere visto da una parte come una grande successo, una svolta nella politica dello spettacolo a Ferrara, dall’altra come un inopportuno evento che ha mostrato colossali criticità.

La decisione (tra Prefettura, Sindaco e Protezione Civile non è chiaro chi sia stato l’ultimo decisore) di svolgere comunque il concerto, a pochi giorni e pochi chilometri dai disastrosi allagamenti di quel maggio, mostra evidenti criticità: quanti spettatori potenziali o con già il biglietto in tasca non hanno potuto/voluto partecipare al concerto? Quanto è costato permettere che il concerto si svolgesse su un terreno fangoso? Quanto è costato ripristinare il parco?

Nell’industria dello spettacolo e degli eventi, più è grande l’evento pubblico che si pianifica, più è alto il rischio che, per un fulmine, un nubifragio, una impalcatura che crolla, un incendio del palco, una colica del cantante o chissà cos’altro, un potenziale grande profitto si trasformi in una colossale perdita. Per questo concerto, prima e dopo, Comune e Aziende controllate o partecipate hanno speso cifre importanti, ben documentate nella loro contabilità. Una nebbia molto fitta copre invece la verifica sul ritorno economico per la Città di questo importante investimento, considerato che gli incassi dei biglietti del concerto risulta siano andati tutti al privato. Per ogni investimento di soldi pubblici di questa portata, è materia da Corte dei Conti, si deve dimostrare il primario interesse pubblico, oltre che coerenza, competenza e finalità dei fondi erogati (ad esempio: non è competenza di un Teatro comunale realizzare strade nei parchi). Insomma ben vengano le sinergie con i privati, ma i soldi pubblici usciti dalle casse del Comune e delle partecipate/controllate possono prefigurare un danno erariale se non c’è un congruo beneficio pubblico o un ritorno diretto d’investimento.

La ricerca promossa dal Comune per stimare l’indotto economico del concerto del Boss lo quantifica in ben 10.319.906 €.

I toni quasi trionfalistici con cui sono stati pubblicizzati i risultati di questa ricerca dal Comune e da alcuni media ( “Un milione di investimenti ne ha generati dieci di indotto” ) hanno indotto molti a pensare che Ferrara abbia avuto dal concerto del Boss un ritorno economico di 10 milioni di euro. La ricerca non dice affatto questo. Infatti la ricerca non delimita l’area dove si presume che gli spettatori del concerto abbiano speso tutti quegli Euro. Basti dire che la stima statistica delle spese totali si riferisce per oltre il 44% (4.451.700 €) a spese di trasporto, che per loro natura in massima parte non si riferiscono a Ferrara e in molti casi sono state fatte fuori dall’Italia.

Anche della stima statistica delle spese di pernottamento pari a 2.452.600€ la ricerca presume che solo 1.643.300€ siano stati spesi a Ferrara. Quindi defalcando trasporti e pernottamenti il presunto indotto economico per Ferrara già si dimezzerebbe. Ma leggendo la ricerca emergono alcune criticità metodologiche che anche un profano di raccolta, analisi, interpretazione dei dati come me potrebbe rilevare. C’è chi definisce la statistica una scienza inesatta in quanto presuppone un livello di incertezza o errore.  In questo caso, valutando come sono stati ricavati questi 10 milioni di indotto (visto il fattore di confidenza sarebbe stato più corretto parlare di un range cioè di una qualunque cifra  compresa tra 9.126.047€ e 11.513.765€ ) sorgono spontanee alcune perplessità.

La stima è stata fatta elaborando, su 438 spettatori selezionati, 369 risposte delle interviste effettuate agli ingressi dell’area del concerto tra le ore 9:00 e le ore 20:30, cioè prima del concerto e prima di entrare nell’area dove poi si sarebbe svolto il concerto. Il campione di 369 interviste su 43750 spettatori sembra piccolo, ma in termini statistici potrebbe essere significativo, anche se non tutti avessero risposto a tutte le domande dell’intervista. Lascia perplessi la esatta coincidenza tra il numero di interviste effettivamente realizzate e la numerosità campionaria minima ( cioè il numero minimo di interviste da fare perché il  campione sia rappresentativo dell’indotto economico prodotto dai  43750 spettatori) calcolata introducendo un errore massimo di 2 milioni e una deviazione std di 450€ .

Visto che le interviste sono state fatte prima del concerto:

  • solo una parte delle spese riportate era stata effettuata mentre delle spese future gli spettatori potevano fornire solo una stima di spese previste.
  • Tutte le risposte sulla “customer satisfaction” (come “soddisfazione generale” sull’organizzazione dell’evento oppure “tornerei per un’altro evento nello stesso luogo”) hanno un peso poco significativo , visto che la domanda era fatta prima di aver messo i piedi nel fango e aver valutato la qualità del concerto.

Oltre alle perplessità che derivano dall’aver tratto conclusioni da stime di stime nella ricerca si possono rilevare alcuni assunti quantitativi e metodologici che sollevano forti perplessità.

Cito:

  • “ipotizzando (da studi precedenti) una deviazione standard dell’indotto economico individuale = 450€”   Quali studi? Con che presupposti e condizioni al contorno? In genere, nelle ricerche di questo tipo le citazioni sono sempre accompagnate da riferimenti e note bibliografiche a supporto. E’ normale che la deviazione standard sia superiore al presunto indotto medio di 235,8€, d’altra parte lo spettatore che viene da Stoccolma ha certamente speso molto di più dello spettatore che viene da corso Giovecca, ma perché proprio 450€ ?
  • “sotto assunzione di normalità dei dati” non tutti i fenomeni sono descritti da una normale/gaussiana o meglio da una log-normale, quando non vanno sotto zero.
  • “campionamento sistematico con passo pari a 100, cioè selezionando uno spettatore ogni 100”, ma un campionamento sistematico di questo genere non è propriamente “casuale”, condizione che sola garantirebbe rappresentatività e confidenza dei dati raccolti.

Come detto prima, l’indotto stimato nella ricerca non si riferisce alla sola Ferrara e mancano molti dati di incidenza per distinguere le spese dovute effettivamente al concerto da quelle che sarebbero comunque avvenute (spostamento temporale/geografico).

Un’altra valutazione importante che non ho trovato è relativa all’indotto negativo per la città. Una città come Ferrara, con decine di migliaia di spettatori, concentrati in un tempo limitato, è una città dove, a fronte di molti esercizi, soprattutto alimentari, che hanno visto un temporaneo aumento delle entrate, ci sono state tante attività ( artigiani, professionisti, servizi sanitari ecc. ) che hanno proprio chiuso o hanno cancellato appuntamenti come conseguenza dell’afflusso di spettatori che inevitabilmente impatta pesantemente sulla mobilità e viabilità urbana . Anche se alcuni conoscenti sono stati lieti di prendersi un giorno di vacanza in occasione del concerto, tutti i mancati incassi legati al concerto dovrebbero essere stimati come impatto negativo.

Nella ricerca manca infine la minima validazione delle stime utilizzando dati certi disponibili in registri comunali. Ad esempio se dalle 369 interviste hanno stimato che ci sono stati per il concerto 1643 pernottamenti a Ferrara basterebbe verificare nel gettito della tassa di soggiorno di quei giorni se c’è stata una variazione significativa e correlata. Analoga validazione si potrebbe fare per la stima delle visite ai musei (ad esempio secondo lo studio in quell’occasione, 3551 spettatori del concerto di cui 1307 stranieri avrebbero visitato la mostra sul Rinascimento, non ci voleva molto a verificarlo confrontando gli ingressi di quei giorni con le medie del periodo ).

Queste considerazioni non devono portare a pensare che sia sbagliato puntare sullo spettacolo privato, anche con grandi eventi, per contribuire allo sviluppo economico di Ferrara; ma come in qualunque attività economica è indispensabile una adeguata programmazione, la realizzazione di infrastrutture adeguate e un processo di verifica dei risultati che permetta di indirizzare le scelte future. Nel 2024, quindi non nell’anno del concerto, il numero dei pernottamenti a Ferrara (500.593) ha superato del 4,5% quelli del 2019 (479.111). Questo aumento, sebbene modesto, ha implicazioni profonde per l’economia turistica locale,  dove l’aumento dell’attrattività della città può dipendere anche dall’organizzazione di grandi concerti; ma non è affatto vero che Ferrara ha avuto un ritorno economico di 10 milioni di Euro dal concerto del Boss.

Come detto, non è solo il concerto di Bruce Springsteen a suggerire di correggere o indirizzare meglio alcune scelte programmatiche del Comune di Ferrara. Comunque, ragionando in termini di sviluppo economico, fa pensare il fatto che ci si dia tanto da fare per invitare a Ferrara gli Slipknot mentre sembra che nessuno si preoccupi del progressivo disimpegno dal petrolchimico di Lyondell-Basel e Eni-Versalis.

 


 

NOTE

Tipici indicatori del declino socio-economico

I principali indicatori economici di declino socio-economico di una città sono:

  • Perdita di posti di lavoro: Chiusura di industrie, delocalizzazione di aziende, riduzione del settore manifatturiero o tradizionale.
  • Diminuzione del potere d’acquisto ( Δ reddito pro capite/ Δ inflazione) – Salari medi più bassi, aumento della povertà e della disuguaglianza economica.
  • Riduzione dell’attività commerciale: Chiusura di negozi, centri commerciali meno frequentati, diminuzione degli investimenti.
  • Calo del gettito fiscale: Minori entrate per le amministrazioni locali, che si traduce in servizi pubblici ridotti.
  • Sottosviluppo di nuovi settori: Incapacità di attrarre o sviluppare industrie innovative o ad alto valore aggiunto.

I principali indicatori demografici sono:

  • Spopolamento: Emigrazione di residenti, in particolare giovani e forza lavoro qualificata, verso città con maggiori opportunità.
  • Invecchiamento della popolazione: Minore natalità e maggiore aspettativa di vita, con una percentuale crescente di anziani rispetto ai residenti in età lavorativa.
  • Squilibrio demografico: Alterazione della struttura per età e genere della popolazione.

I principali indicatori di deterioramento Sociale sono :

  • Aumento delle disuguaglianze: Divario crescente tra diverse fasce della popolazione in termini di reddito, accesso ai servizi e opportunità.
  • Aumento della criminalità: correlato in genere all’aumento delle disuguaglianze, disoccupazione e povertà.
  • Degrado urbano: Abbandono di edifici, spazi pubblici trascurati, peggioramento delle infrastrutture.
  • Diminuzione della qualità dei servizi pubblici: Riduzione dell’efficienza di trasporti, sanità, istruzione, sicurezza.

I principali indicatori di deterioramento Urbano e Ambientale:

  • Abbandono di aree industriali o residenziali: Creazione di aree abbandonate o zone degradate.
  • Infrastrutture obsolete o non mantenute: Strade, ponti, reti idriche ed energetiche che non rispondono più alle esigenze.
  • Problemi ambientali: Inquinamento, gestione dei rifiuti inefficiente, perdita di spazi verdi, mancato adeguamento ai cambiamenti climatici.
Zonari

Sicurezza climatica nella Cra “Ripagrande”. Zonari evidenzia criticità nelle risposte ricevute

Dopo l’interrogazione del 7 luglio scorso arriva la risposta dell’assessora competene Cristina Coletti e la replica della consigliera de La Comune di Ferrara

Dopo l’interrogazione dello scorso 7 luglio sulla sicurezza climatica e sanitaria nella Cra “Ripagrande” protocollata da Anna Zonari arriva la risposta dell’assessora competente Cristina Coletti e la replica della consigliera de La Comune di Ferrara.

Una replica nella quale vengono evidenziate “alcune criticità” che “rimangono irrisolte”.

“Nel suo intervento – scrive Zonari – viene giustamente riconosciuta la pericolosità delle ondate di calore per la salute delle persone anziane fragili. Tuttavia, il passaggio in cui si afferma che “il caldo percepito dagli anziani in condizioni di non autosufficienza è diverso da quello percepito dalle persone autosufficienti provenienti dall’esterno” rischia di relativizzare il problema, spostando l’attenzione dalla necessità di rispettare precisi parametri ambientali (come quelli indicati dalle linee guida regionali: 24–26°C) alla percezione soggettiva del disagio. Proprio la maggiore vulnerabilità fisiologica degli ospiti non autosufficienti impone invece un’osservanza rigorosa di tali standard”.

La consigliera lamenta dunque la “mancanza di dati oggettivi e trasparenza”. Nella risposta dell’assessora Coletti non vi è “alcuna rilevazione puntuale delle temperature interne registrate nei giorni di emergenza climatica, né specifica se tali dati siano disponibili”.

Critica dunque un’affermazione ritenuta “generica” secondo cui “gli operatori monitorano quotidianamente le temperature”. Ciò non rendere possibile “verificare se siano stati effettivamente rispettati i parametri indicati dalle linee guida” e “quali temperature siano state rilevate nei diversi ambienti, in particolare nelle stanze private, oggetto specifico delle segnalazioni da parte dei familiari”.

Nell’interrogazione la consigliera, alla luce delle temperature molte alte rilevate all’inizio del mese di luglio chiedeva se l’Amministrazione comunale, Asp e Ausl Ferrara avessero “verificato il rispetto delle linee guida regionali in materia di benessere termico – che indicano un range ottimale di temperatura compreso tra 24 e 26°C – e se siano disponibili rilevazioni puntuali delle temperature interne nei diversi ambienti della struttura durante i periodi di emergenza climatica”.

Infine Zonari nota la “persistenza di un approccio emergenziale”. “Si riconosce – spiega – l’esistenza di criticità croniche negli impianti e si fa riferimento a interventi tecnici già effettuati o in corso. Tuttavia, non vengono fornite indicazioni circa l’elaborazione di un piano strutturale e organico di adeguamento climatico della struttura, necessario alla luce del progressivo aumento di eventi estremi legati al cambiamento climatico”.

La consigliera aveva interrogato l’amministrazione in merito all’intenzione di “attivare o sollecitare presso Asp interventi strutturali o gestionali finalizzati a garantire condizioni di sicurezza climatica per gli ospiti della struttura, anche in previsione delle ulteriori
ondate di calore attese nelle prossime settimane estive e negli anni a venire”.

“L’Azienda Servizi alla Persona – ha risposto Cristina Coletti – sta affrontando da diversi anni importanti problematiche nella manutenzione degli impianti idrotermosanitari. Lo scorso anno è stato affidato un apposito incarico a tecnico specializzato per l’effettuazione di un’approfondita diagnosi energetica, a seguito della quale sono stati realizzati interventi migliorativi sull’impianto per un importo di oltre 50 mila euro, interventi peraltro che sono proseguiti nel corso di quest’anno per un importo superiore. Sono state riscontrate perdite nell’impianto di aerazione e a tal proposito è stata incaricata una ditta specializzata nelle sigillature. Generalmente, durante le emergenze nel periodo invernale ed estivo, Asp è sempre prontamente intervenuta a supporto dei reparti con ospiti fornendo dispositivi di condizionamento mobili e verificando costantemente il comfort dei locali e controllando le temperature”.

Visto da vicino nessuno è normale La follia nel DDL 1179, Disposizioni in materia di tutela della salute mentale

Se per Basaglia “visto da vicino nessuno è normale”, se ormai è consolidato il concetto che non esiste un confine fra follia e normalità, se sappiamo che solo Lombroso poteva pensare di distinguere fra sani e folli, come è possibile che sia stato presentato un disegno di legge con la proposta di “interventi che riducano il divario esistente tra le persone affette da disturbo mentale e le persone sane”?

Questo ha scritto Francesco Zaffini di Fratelli d’Italia nel DDL 1179, Disposizioni in materia di tutela della salute mentale presentato al senato il 27 giugno scorso (qui il testo e qui un articolo su Repubblica, unico quotidiano che finora ne ha parlato).

A me queste parole suonano come “ridurre il divario fra chi deve usare una sedia a rotelle per muoversi e chi no”, “farò uscire il caffè dai rubinetti”. Quale sarebbe lo scopo? Far camminare tutti con le gambe per non dovere abbattere le barriere architettoniche? Che nessuno si senta diverso? Che sia obbligatorio essere o sembrare sani?

Dando un colpo al cerchio e uno alla botte, nel disegno di legge si parla della “incolumità e dell’aggiornamento dei professionisti” e della “massima attenzione alla sua [del “malato”] incolumità fisica, a quella dei suoi familiari e degli operatori”. Non si parla quindi del benessere di chi ha un disagio, ma della sua supposta aggressività.

Il testo è intriso della ambigua malizia di anteporre una finta offerta di protezione a chi soffre, sottintendendone nello stesso tempo la pericolosità certa, e la necessità di curare tale predisposizione mediante la segregazione e il contenimento, anche tramite la forza pubblica.

Come se tutto fosse perfettamente predeterminato e immutabile fin dall’inizio, la legge attiverà una “individuazione precoce del disagio giovanile, la prevenzione dei disturbi e l’intervento precoce psicosociale” e “l’individuazione tempestiva dei disturbi mentali sin dalle fasi dell’infanzia,” “al fine di assicurare il godimento del diritto alla salute mentale, intesa come uno stato di completo benessere fisico, mentale e sociale”.

Obbligheranno le persone al diritto di stare beneSi capovolge anche il senso della dichiarazione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, la cui definizione completa recita:  ”una condizione di completo benessere fisico, mentale e sociale e non esclusivamente l’assenza di malattia o infermità.”  Questo contraddice la distinzione fra sani e malati, perché la salute è come si gestisce l’insieme, comprese le patologie. Se una persona ha il diabete, il suo diritto alla salute si realizza nella possibilità di vivere pienamente, al di là del disagio.

Il politico si rivolge a una bella fetta di elettorato: intanto tutti quelli in cui è stata instillata la paura di tutto da una informazione malata, che ha caricato falsità sugli episodi di aggressione negli ospedali; poi gli operatori sanitari stessi, che si occupino di salute mentale o no, le famiglie, che in grande numero convivono con la sofferenza psichica in condizioni di carenza di supporto medico e di politiche sociali, la scuola, caricata sempre più di compiti che non sono i suoi.

Ancora una volta, i più fragili tra i fragili vengono individuati come capro espiatorio, facile operazione in un contesto dove ci si sente autorizzati a definire “oggettivamente” con un semplice conteggio chi è normale e chi no, senza neanche prendersi la responsabilità di dire che lo si sta stigmatizzando, crudeltà gratuita e vigliacca. L’atteggiamento è sempre quello di far credere che esistano persone sbagliate, che vanno aggiustate per il loro bene.

Un’idea completamente campata in aria, quella della pericolosità di chi ha un disagio mentale. È stato dimostrato infatti che le persone con patologie psichiche gravi commettono gesti delinquenziali con tassi analoghi a quelli di chi non ne è affetto.

Il DDL Zaffini è la concretizzazione di questo: deriva da una cultura della sopraffazione.  Le statistiche, al contrario di quello che si pensa, riportano che è più probabile che una persona con disturbo mentale subisca piuttosto che operi violenza e che di solito essa tenda a fare male a se stessa, piuttosto che agli altri.

Oggi sappiamo che il nostro comportamento è dovuto a una triade di fattori: quello biologico, quello psicologico, cioè come le esperienze ci hanno influenzato, quello socialeÈ la società intorno a chi ha il disagio ad essere malata e la cura avviene in un’interazione fra i tre livelli, che si modificano a vicenda. Il modo in cui una persona può relazionarsi nel sociale è quello che la cura o la ammala: meglio faremo stare una persona nel sociale, meglio starà e meno aggressività potrà incamerare.

Lascio riflettere il lettore se sia possibile pensare che una patologia possa guarire senza la collaborazione del paziente. Durante la pandemia abbiamo assistito al rifiuto dei vaccini da parte di un grande numero di persone; la costituzione garantisce la libertà di cura.

Ma al di là di questo, si dovrebbe sapere, affrontando il tema della salute mentale, che la non consapevolezza della malattia è un sintomo esso stesso che si chiama “anosognosia”. Lo psicologo Xavier Amador raccontava di una signora che doveva prendere i farmaci e che, quando li trovava nella spazzatura, chiedeva ai familiari di chi fossero, perché non si rendeva conto di averli buttati lei. Amador ha studiato un approccio alle persone con disturbo che ottiene la loro fiducia e la loro aderenza alla cura, ma tale approccio esclude categoricamente la coercizione e se seguite uno dei suoi video, molto piacevoli, potete anche capire perché l’obbligo non può funzionare.

Certo anche il nostro Zaffini dice che bisogna cercare di ottenere il consenso, ma senza contarci troppo. Nel disegno di legge infatti “sono disposte le misure di sicurezza pubblica necessarie al contenimento degli episodi di violenza contro il personale”, “Gli operatori della salute mentale attuano misure e trattamenti coattivi fisici, farmacologici e ambientali”. Il trattamento sanitario obbligatorio viene esteso da un massimo di 7 giorni a 15 giorni: non so se questo sia un modo per rendere la vita degli operatori e delle operatrici più semplice.

Una persona con un disturbo non è necessariamente violenta, quindi, e anche se ha una psicosi può scegliere di non commettere le azioni comandate dalle voci che sente, tanto che tra gli psichiatri è aperta la discussione se sia opportuno perseguire chi commette un reato avendo un disturbo psichico. D’altronde si rileva continuamente che gli autori di delitti efferati non soffrono di patologie psichiche.

Purtroppo la professionalità anche degli psichiatri non è sempre al massimo livello, e pare che non tutti siano padroni delle tecniche di de-escalation che servono per placare lo stato d’animo di un paziente agitato. Queste tecniche sono usate in vari campi, tanto che lo psichiatra Valerio Rosso, che pubblica un brillante e utile blog, consiglia il testo usato dalla polizia negli Stati Uniti Conflict Management For Law Enforcement: Non-escalation, De-escalation, and Crisis Intervention For Police Officers. Ognuno, ognuna di noi ha bisogno di apprendere queste tecniche che ci possono proteggere in situazioni di violenza in cui possiamo incorrere.

Allora difendiamoci davvero e contrastiamo il disegno di legge Zaffini, su cui è già stata avviata, da associazioni e personalità autorevolissime, una raccolta firme. [ Qui] l’appello: Fermare una tragica nostalgia di manicomio, e reagire.

Mercato Coperto, luogo comune

Questa riflessione nasce dall’idea di cominciare ad esporre il nostro modo di vedere le cose per come le avremmo fatte noi anche se stanno prendendo altre strade. Per capire nel tempo se le avremmo fatte bene, male o meglio, in ogni caso con una visione differente, per un confronto che possa maturare progetti condivisi e non imposti, che tenga conto di necessità spesso ignorate e che possa produrre nuove idee, non praticabili a giochi fatti, ma in futuro, quando i giochi si ripresenteranno.  

Per non dover più sentirci dire “hanno detto che fanno”.

Era tanto che ci pensavo al vecchio mercato coperto dí Santo Stefano, o Mercato Comunale, come  amava farsi chiamare.

Ci andavo ormai 60 anni fa con nonno Luigi a far la spesa per la giornata.

Ad ogni bancarella e dopo i convenevoli di rito, venivano snocciolati i desiderata che finivano in una borsa e il riporto del dovuto registrato – segno Dottore ? – sul quaderno della fiducia da onorare puntualmente a fine mese, come al solito.

Atto finale l’imposizione della mano del nonno sul mio capo, per la presentazione del timido nipote e i complimenti del fornitore di turno, sempre difficili da digerire a quell’età.

Gli acquisti li avrei visti dopo, da vicino e nella dose giusta per non buttare nulla, sul tavolo di cucina quando nonna Pinina cominciava a svolgere i pacchetti, perché al mercato le bancarelle erano ancora troppo alte per me.

Questo era il Mercato. Scuola di confidenza, conoscenza, fiducia, rispetto. E’ partecipazione.

Poi la mia lunga assenza da Ferrara e quando con la famiglia tornammo il mercato era già caduto in disuso, travolto dalla grande distribuzione che avanzava. Abbandonato. Anche un vano tentativo di rilancio non riuscì a risollevarlo. Era arrivata la STANDA. Il libero servizio. Le cassiere. Lo scontrino e la riscossione immediata. Prendere o lasciare. Oneri da saldare subito contro onori da salvaguardare.

Scuola di convenienza, persuasione, fidelizzazione, sostituzione. E’ consumo.

Ho visto tanti mercati coperti (alcuni morire e rinascere); quelli delle grandi città: Genova Bologna e Ravenna, Barcellona Berlino e Parigi e Torino. Madrid e Amburgo – al FishMarkt*, con aringhe appena pescate e con tanto di band rock&blues alle 7 di mattina in una domenica d’inverno – chi se lo dimentica? – ; quelli di infiniti centri minori, di cui non faccio elenco per non fare eco ad Umberto Eco.

Chi più orientato all’acchiappaturista mordi e fuggi, chi più verso un servizio di vicinato, socializzazione e condivisione da mordi sul posto e guai se te ne avanza e giù chiacchiere.

Uffici turistici i primi, dimmi chi sei e da dove vieni i secondi.

Cose da prendere contro cose da dire. Souvenir contro confessionali.

Delle cose da prendere rimane poco: anche i sapori se ne vanno, dissolti nella nuova aria.

Delle cose da dire rimane molto: nelle mani che si incrociano, che si toccano, che si lasciano e che vanno.

E occhi, tanti occhi che salutano, si assolvono e ringraziano. Umanità in cambio di umanità: baratto senza merci, mercato di sentimenti, tutti un po’ diversi, dentro tanto uguali.

Il Mercato Coperto è uno di quei luoghi che non stanno solo nello spazio, ma anche nel tempo.

È architettura, certo, ma anche ricordo, racconto, promessa, rappresentazione quotidiana.

E oggi, finalmente, ma forse ormai tardi, torna al centro del dibattito pubblico con progetti, visioni, render digitali e parole come “rigenerazione”, “hub”, “vocazione commerciale”.

È un bene che se ne parli, era tanto che ci pensavo sul quando e come lo avrebbero ristrutturato.

Ma è anche un bene fermarsi a immaginare di più.

La proposta attualmente in campo – firmata da uno studio di rilievo, sostenuta dall’Amministrazione con il concorso di fondi pubblici e privati – punta a fare del Mercato Coperto un contenitore multifunzionale, aperto al commercio, alla ristorazione, al co-working.

“Lo scrigno delle tipicità”, lo hanno chiamato. La forma architettonica effettivamente corrisponde alla promessa: una specie di astuccio per gioielli.

Uno spazio elegante, razionale, rinnovato: pensato per attrarre, per generare movimento economico, per restituire vitalità al centro.

È una visione legittima, concreta. Ma anche, in parte, prevedibile.

Perché tutto ciò che ruota attorno al cibo gourmet, alla vendita, all’intrattenimento esperienziale a pagamento, per quanto ben progettato, rischia di replicare un modello già visto e che riconosciamo ad esempio nel Mercato Centrale di San Lorenzo a Firenze: un tempo cuore popolare, oggi palcoscenico per ristoratori stellati e flussi turistici.

Lì l’architettura è stata salvata, ma il dialetto è metaforicamente sparito.

Un mercato restaurato che ha perso la voce dei suoi abitanti, diventando vetrina, più che luogo.

Visitato, ma non vissuto.

Qualcuno tempo fa ha chiesto: cosa ne pensate di questo progetto? Esiste un’altra possibilità? Un’altra visione dello stesso luogo?

Cerco le risposte per immaginarmi  un  Mercato che non sia “ contenitore deputato al commercio”, ma “ culla di relazioni quotidiane” come era all’origine.

Non una food hall, ma una piazza coperta a disposizione della cittadinanza e contro la solitudine urbana. Un luogo dove la bellezza non sia in vendita, ma in condivisione.

Un luogo esperienziale, cioè di consapevolezza emotiva, anche per chi ci lavorerà, oltre per chi lo frequenterà, travolti entrambi nel pirandelliano gioco delle parti.

Penso ad una inedita sceneggiatura che porti  recupero dei gesti e dei pensieri, non delle cose, a uno spazio che non richieda all’ingresso un biglietto o un motivo, ma solo lo stare. E ricevere.

Per trovare un libro, un laboratorio, una parola gentile, un’attenzione “umana”.

Per scoprire la città attraverso una lente nuova: quella del racconto, del gesto quotidiano, del sapere condiviso, della possibilità di esporre il proprio talento e donarlo: quanti in città hanno bisogno di un luogo, e non lo trovano, che sia confronto e conforto? Musica e teatro cibo per l’anima, si dice.

Mercato come scuola di convivenza e cittadinanza, atelier di relazioni, giardino pensile di incontri.

Luogo che appartiene a tutti, non perché neutro, ma perchè nutrito da chi lo abita.

Rigenerazione urbana che produce rigenerazione umana. Ciascuno porta ciò che ha e un po di sé.

Due visioni, dunque. Una più orientata al commercio, all’efficienza.

L’altra più radicata nella comunità, nei bisogni delicati, nelle fragilità e nei desideri di chi vive Ferrara ogni giorno o di chi un giorno vi si trova a passare: attori e comparse per un palcoscenico di curiosi impenitenti.

E attorno a questo Mercato-Agorà – piazza coperta, isola di refrigerio estivo o rifugio invernale ricco di calore umano, di sapere da condividere – che potranno svilupparsi – allora sì! – le attività commerciali in risposta alla desertificazione del centro storico.

Il progetto si amplia, diventa trainante: ecco nascere un piccolo borgo pulsante di vita che rilancia il circuito delle botteghe di prossimità, in aperta condivisione di pensieri e sapori, aria comune da respirare, del sapere e del saper fare, vero scrigno delle specificità territoriali da coltivare con rappresentazioni quotidiane.

Attorno, nei vicoli e nelle piazzette adiacenti, non dentro al Mercato, se non le essenziali nelle loro particolarità, per il funzionamento dello stesso (punto di  ristoro a gestione condivisa e a km zero o gestito da enti del terzo settore o Scuola Alberghiera scuola di cucina, perchè no?)

Rispetto al progetto ufficiale sarebbe forse meno redditizio nel breve periodo. Ma sarebbe più fertile nel tempo.

Un investimento sul legame, sulla prossimità, sul diritto di ciascuno a sentirsi parte di un luogo vero che gli assomiglia.

Un investimento che possa essere esempio e rete non solo per i quartieri della Città, ma anche per tante realtà periferiche parti di una filiera che comunque produce, sostiene e racconta le peculiarità del territorio.

La risposta non sta nello scegliere una o l’altra, ma nel tenere viva la domanda:

Che tipo di città vogliamo essere?

Una città che espone, o una che accoglie?

Una città che attrae, o una che coinvolge?

Una città che mostra, o una che si lascia toccare?

E se qualcuno chiedesse: a cosa serve tutto questo?

Risponderemmo con semplicità:

Serve a riconoscerci.

Serve a sentire la città come casa.

Serve a dire che Ferrara non è solo passato, ma presente che si prende cura di sé pensando al futuro.

Il Mercato Coperto, o Comunale, come ancora esso stesso insiste a farsi chiamare, in fondo, è ancora lì. Ci guarda in silenzio. Aspetta solo il regista che gli ridia ruolo e voce. E quella voce, forse, possiamo essere noi.

Per rendere i nostri luoghi comuni, particolari.