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La Comune di Ferrara | Femminile, Plurale, Partecipata

La Comune di Ferrara sul PUG (Piano Urbanistico Generale)

martedì 29.09.2026

Di seguito la dicharazione di voto contraria al PUG di Anna Zonari al Consiglio Comunale del 28 settembre 2026

Nel dicembre del 2024, quando questo PUG venne adottato, espressi un voto contrario. Oggi siamo arrivati alla conclusione di un percorso lungo e complesso e credo sia corretto riconoscere il lavoro svolto in questi quasi due anni. Il Piano è stato approfondito e modificato in diversi punti: è stato rivisto il perimetro del territorio urbanizzato, è stato rafforzato il sistema di monitoraggio, sono stati approfonditi gli aspetti ambientali, idraulici e della rete ecologica. Anche la superficie massima ammissibile di consumo di suolo è passata dai 150 ettari dell’adozione ai 138 dell’approvazione. Il PUG contiene un quadro conoscitivo molto ricco e diversi obiettivi strategici che condivido.

Riconosco il lavoro tecnico svolto e i miglioramenti intervenuti (ringraziamenti) e non considero questo PUG un cattivo documento.

Il problema per me rimane soprattutto politico: quanto quegli obiettivi riescono davvero a diventare criteri capaci di orientare le scelte concrete dell’Amministrazione?

Era già il punto fondamentale del mio intervento all’adozione. Allora dicevo che gli obiettivi strategici erano complessivamente condivisibili, ma trovavano una rispondenza insufficiente negli indirizzi e nelle scelte conseguenti. A distanza di quasi due anni, quella distanza per me rimane.

Il primo tema è il consumo di suolo.
Il PUG individua nei 138 ettari il limite massimo consentito, pari al 3 per cento. Ma proprio su quel 3 per cento continua ad esserci, secondo me, una questione culturale prima ancora che urbanistica: un tetto massimo non è un obiettivo da raggiungere. Non è una quantità di suolo che siamo tenuti a utilizzare.
La prima domanda dovrebbe essere ogni volta: possiamo soddisfare quel bisogno recuperando un’area già urbanizzata, dismessa o sottoutilizzata? Possiamo rigenerare invece di espanderci?
E continuo a vedere una contrapposizione che considero sbagliata: ridurre il consumo di suolo vorrebbe dire essere contro lo sviluppo economico.
È la stessa falsa alternativa che si crea quando si contrappongono lavoro e transizione ecologica. La transizione può generare lavoro, innovazione, nuove professionalità e nuove competenze. Allo stesso modo, ridurre il consumo di suolo può significare investire in rigenerazione, bonifiche, recupero del patrimonio esistente, efficientamento e trasformazione delle aree dismesse.
È il senso della prima risoluzione che abbiamo presentato: considerare il 3 per cento come tetto massimo e non come quota da utilizzare, dare priorità effettiva al riuso e alla rigenerazione e provare ad anticipare l’obiettivo del saldo zero.

Il secondo grande nodo rimane la mobilità.
Il PUMS è richiamato nel PUG e quindi non sarebbe corretto dire che i due strumenti non abbiano alcun rapporto. Ma il PUMS di Ferrara è stato approvato nel 2019 e continuo a non vedere una vera scelta politica verso la riduzione strutturale del traffico automobilistico privato.
Non basta rendere il traffico più efficiente o più fluido. La regolazione dinamica dei semafori può certamente servire a ridurre code e tempi di attesa, ma questo non equivale a ridurre il numero delle automobili che entrano, attraversano e occupano la città.
Se si vuole cambiare modello serve investire in trasporto pubblico, per renderlo realmente competitivo rispetto all’automobile, servono reti ciclabili continue, parcheggi scambiatori, maggiore spazio alle persone, agli alberi e alla mobilità attiva. E servono anche scelte difficili.
Per questo la seconda risoluzione chiede che la riduzione del traffico automobilistico e della dipendenza dall’auto privata diventino criteri espliciti nell’attuazione del PUG e nell’aggiornamento del PUMS, con obiettivi misurabili e monitoraggio dei risultati.
Perché urbanistica e mobilità non possono procedere su binari nè separati nè disallineati.
Poi c’è il tema del verde e della biodiversità.
Il Parco Nord è particolarmente emblematico. Lo stesso PUG descrive un grande sistema dal centro storico al Po nel quale mettere in relazione tessuto agricolo, forestazione, mobilità lenta e sperimentazioni colturali sostenibili.
E dentro questo sistema c’è il Parco Bassani, che contemporaneamente sta assumendo un ruolo sempre più rilevante come luogo dei grandi eventi.
Non sto dicendo che un parco urbano non debba essere vissuto, né che non debbano esserci attività ricreative. La domanda è: quale vocazione vogliamo far prevalere nel tempo?
Vedo una contraddizione fra una strategia che parla di nodo ecologico, agricoltura, forestazione, biodiversità e mobilità lenta e la progressiva caratterizzazione di una parte dello stesso luogo come grande palcoscenico per eventi di massa.
E non si tratta di dire semplicemente sì o no ai grandi eventi. Si tratta di chiedersi se un determinato evento sia compatibile con il luogo che lo ospita, valutandone gli effetti sulla vegetazione, sulla biodiversità, sulla salute, sui suoli, sulla mobilità, sulla fruibilità degli spazi e sul patrimonio storico e paesaggistico.
Di questo si è discusso poche settimane fa, nell’ambito di una mozione che avevo presentato proprio su questo tema. Bocciata.
È uno degli impegni che caparbiamente ripropongo tra i contenuti della terza risoluzione, insieme alla proposta di un Piano comunale del Verde e della Biodiversità, all’aggiornamento del Regolamento del Verde e al raccordo con il Piano di Adattamento Climatico, che lega esplicitamente verde, permeabilità dei suoli, depavimentazione e adattamento climatico.

Infine c’è il tema dei dati e del monitoraggio.
Qualche giorno fa, alla Scuola di Sviluppo Territoriale di Ferrara, Maria Alessandra Gallone, presidente di ISPRA e già senatrice di Forza Italia, ha detto una frase che mi è rimasta impressa: «Il dato scientifico non è né di destra né di sinistra. Ci dice dove siamo. Poi la politica decide dove andare».
Credo che questo sia esattamente il punto.
Questo PUG è costruito su una quantità enorme di informazioni e su un quadro conoscitivo importante: mobilità e incidentalità, temperature e isole di calore, qualità dell’aria, verde e rete ecologica, consumo e impermeabilizzazione del suolo, accessibilità ai servizi.
Ma raccogliere dati non basta. Per questo la quarta risoluzione propone una collaborazione strutturata con l’Università di Ferrara, mettendo insieme competenze diverse e facendo di Ferrara un vero laboratorio di ricerca applicata: tesi, laboratori, ricerche e analisi capaci non semplicemente di confermare le scelte già fatte, ma anche di metterle alla prova.

Non conosco ancora formalmente l’esito delle quattro risoluzioni, perché il Consiglio le voterà dopo le dichiarazioni di voto. Ma voglio chiarire un punto: per quanto mi riguarda, il loro eventuale accoglimento non cambierebbe il mio voto finale sul PUG.

Se saranno accolte, tutte o anche solo in parte, ne riconoscerò naturalmente il valore: significherà che il Consiglio avrà scelto di affiancare al Piano alcuni strumenti concreti per renderne più effettivi gli obiettivi. Sarebbe un fatto politico positivo, che renderebbe il mio giudizio sul percorso più articolato, ma non sufficiente a superare le divergenze di fondo che ho espresso sul Piano.

Se invece, come il dibattito di oggi lascia ormai chiaramente intendere, saranno respinte, quel voto non sarà per me un fatto marginale. Sarà piuttosto la conferma del problema che sto cercando di porre: si approvano obiettivi ambiziosi sulla carta, ma si rifiutano gli strumenti che potrebbero contribuire a tradurli in scelte concrete e verificabili.

Perché non si può approvare un Piano ricco di obiettivi condivisibili e, nello stesso tempo, rifiutare gli strumenti che servono a tradurli in scelte verificabili su consumo di suolo, mobilità, verde, biodiversità e monitoraggio. È esattamente qui che rischia di aprirsi il divario tra il Piano scritto e la città reale: tra un “libro dei sogni” e la volontà politica di renderlo concreto.

Le risoluzioni, quindi, non erano un’aggiunta laterale al PUG: erano per me una prova di coerenza tra ciò che il Piano dichiara e ciò che l’Amministrazione è disposta davvero a fare per attuarlo.

In ogni caso quelle votazioni avranno un significato politico e non le considero affatto irrilevanti.

Perché il punto è proprio questo: un PUG non può limitarsi a indicare sulla carta una direzione per la città; deve anche costruire le condizioni e gli strumenti per percorrerla.

E avere una visione significa guardare oltre l’oggi.

Significa chiedersi davvero come si vivrà a Ferrara fra quindici, venti, venticinque o cinquant’anni. Che temperature avremo? Che aria respireremo? Quanto sarà vivibile lo spazio pubblico? Come ci muoveremo? Quanto saremo riusciti a proteggerci dal caldo estremo, dagli eventi meteorologici sempre più intensi, dalla perdita di suolo e di biodiversità, dall’innalzamento del mare?

Le trasformazioni urbanistiche producono effetti che durano decenni. Pianificare significa anticipare i problemi, non semplicemente adattarsi quando diventano inevitabili.
Ed è proprio per questo che, alla fine, il mio giudizio non riguarda tanto gli obiettivi scritti nel Piano, molti dei quali condivido, quanto la forza con cui si sceglie di perseguirli.

Per queste ragioni confermo il voto contrario.

Il video dell’intervento di Anna Zonari

Di seguito le quattro risoluzioni respinte

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