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La Comune di Ferrara | Femminile, Plurale, Partecipata

Inviato il:

8 Settembre 2025

Andrea Pieragnoli

A Pontelagoscuro c’era un segno di guardia

Il Po a Ferrara è un elemento spesso invisibile, talvolta ostile, raramente celebrato, ma su cui potrebbero poggiare nuove visioni di città: fluviale, resiliente e integrata nel paesaggio.

Che sia forse per la presenza delle “terre di mezzo” , tra le Mura e il fiume?

Terre delicate ma ricche di potenziale: paesaggio poeticamente sospeso, tagliato da lame evanescenti di basse nebbie mattutine, intriso di acqua, storia e natura e percepito terra di nessuno, intesa non come proprietà, ma come senso di appartenenza ad un sistema in cui ciascuno degli elementi che lo compongono, lo limitano e lo animano ha un ruolo.

L’idea di dare loro nuovo senso attraverso percorsi lenti, esperienze partecipative, narrazioni culturali o mappature di comunità potrebbe essere una chiave per restituire vitalità e identità, ricostruendo nel contempo la visione urbanistica ispirata da Italia Nostra, Giorgio Bassani e Paolo Ravenna: una vera “Addizione Verde” a prosecuzione di quella di Biagio Rossetti.

Senza quelle Terre ogni relazione è tagliata, il Po lontano, la memoria perduta.

Risalgo sull’argine dei ricordi e di quello del grande fiume che accoglie in un’ansa la casa di famiglia, cui sono diretto, per restituire a mia madre quello che lei mi ha dato a partire dal travaglio.

Mentre guido mi immagino pendolare che va al lavoro, cittadino che va in periferia, anziano che cura la madre. Serbatoi di linfa alimentati da vasi comunicanti: se uno si secca, anche l’altro tende a fare la stessa fine. Per il bene non solo mio, non devo seccarmi.

Entrando in casa subito mi chiede del grande fiume.

“È basso mamma, c’è la secca che ne prende metà, e l’acqua non sgorga più da sola dal pozzo”

“ Il Po ha smesso di buttare da un po’, con l’apostrofo”. Aggiungo dopo una pausa.

L’apostrofo tronca la parola, ma non i pensieri. Parte l’amarcord.

“Ti ricordi quando hai fatto la ronda? Era ben alto!”

“Come no? Di notte su e giù con le lampade a carburo, a cercare fontanazzi. Avevamo l’acqua che giocava con l’erba a neanche un mezzo metro da filo argine. Adesso l’hanno alzato, c’è da star tranquilli. Paura no, rispetto si“.

Il silenzio mi riporta a quando abitavamo a Casalmaggiore, e a me dodicenne che dalla chiatta della Canottieri con i coetanei mi buttavo in Po in favore di remora per trovare subito approdo, mentre i più grandi, che ci snobbavano, dalla parte più esposta e fonda. Un giorno di sicuro ci avremmo provato anche noi. Trattenuti dalla paura aspettavamo con una certa ansia il tuffo dell’iniziazione. Pericoloso. Troppo pericoloso per dirlo in casa.

C’era sempre da tener conto di un non ritorno e ogni anno qualcuno se ne andava così o per disgrazia o per scelta.

Di solito erano donne, disperate abbastanza per avere coraggio, perchè ci vuole quella dote per decidere quella fine. Scendevano da sotto il ponte o da una ripa più nascosta per essere invisibili nell’ultimo passo verso l’invisibile.

Ci allontanammo dal Po e da quel paese per qualche anno.

Il grande fiume lo rividi nel ‘72 del secolo scorso, questa volta qui, nella città natale, diviso per la prima volta in due: Po di Volano e Ramo Principale, con le sue cave di sabbia dipinte magistralmente da Nicodemi, e la giarina, la spiaggia locale ormai in disuso: stavano esplodendo i Lidi Ferraresi.

Qui scoprii una inaspettata certa faciloneria dominante (non apprezzata dagli amici dell’altra sponda, amanti molto di più del fiume, vissuto più intensamente e come l’ho vissuto io) che sostiene che in caso di piena si farebbe saltare (nuovamente?) l’argine di sinistra, perchè “abbiamo la Montecatini che ci protegge, e se salta quella salta tutto”.

La chimica che salva dall’acqua.

Spesso invece è proprio la chimica, civile, agricola e industriale, che distrugge l’acqua.

Scoprii anche delle buone intenzioni: il Parco Urbano intitolato a Giorgio Bassani e i vincoli paesaggistici che lo legano al Po con le “terre di mezzo” e quanto queste siano percepite non come vera connessione ma piuttosto interludio di “semplice terra arata”.

Questo amore mancato si è riflesso nel tempo nei vari spettacoli pirotecnici, aerostatici e canori, che proprio nel Parco Urbano hanno trovato collocazione, a discapito di una visione ben diversa dal suo concepimento, della sua funzione, della sua storia e dei suoi naturali abitanti: la fauna e la flora, un tempo anche l’acqua.

Il continuum tra la Città e il Po attraverso di esse è sentito più come volontà progettuale che come esperienza vissuta, nonostante la presenza del Padimetro in centro città, a ricordo quotidiano delle piene e dei pericoli pregressi: la statua del Savonarola posta poco distante pare rammentarlo, a monito dei comportamenti sociali e politici passati, presenti e futuri.

Non bastano ad alzare l’attenzione la Destra Po e la ciclabile VenTo o i toponimi che si incontrano, come Pontelagoscuro, Malborghetto, via della Canapa, che raccontano la geografia e la storia del posto.

Non basta ad alzare l’interesse la Nena che naviga per fiume e canali, silenzi e canneti e che ricorda, passando sotto il ponte di San Giorgio, le nostre origini padane e palustri.

Non è un problema di connessioni ciclabili e fluviali, ma di percezione, conoscenza e cultura del luogo: emerge sempre un certo distacco, che significa spesso mancanza di curiosità e tutela verso un sistema di beni naturali fondamentali che abbiamo a pochi passi e che fanno la nostra storia.

Del grande fiume ci se ne accorge solo quando arriva la televisione per documentare una piena: allora c’è la Tivù. E allora si va a Ponte dove si fa a gara per l’intervista e il conseguente a tò vist, sat!

Delle terre di mezzo nessuno parla. Dei concerti al Parco Urbano fin troppo.

Ci sono vincoli idraulici che non si possono ignorare (l’area tra il Parco Bassani e il Po include zone soggette a rischio di esondazione e va anche ricordato che l’area attualmente corrispondente al parco urbano – dove si tengono i concerti – è a livello ben più basso sia di quella prospiciente l’argine maestro che della stessa Città storica), ci sono vincoli geologici apparentemente invisibili (la subsidenza incontrastabile) , ci sono vincoli etici e ambientali che ci siamo dati (il Parco del Po e l’addizione verde) che spingono tutti univocamente verso la necessità di conservare e forse “restaurare “ queste terre per ri-generare quella bellezza e quel valore di cui abbiamo sempre più bisogno e che troppo spesso cerchiamo e troviamo altrove.

In mezzo a queste terre umide le nostre radici invece sembrano seccarsi: la mancanza di visione temporale prospettica sia turistica, che economica e sociale, ha consentito la realizzazione di un grande piazzale asfaltato per la sosta e il mantenimento di veicoli a noleggio (si parla di una capacità di 10/12.000 vetture) proprio sotto l’argine maestro in zona ex Zuccherificio: un colpo all’occhio, uno al cuore e uno al valore ambientale del luogo, completamente travisato, trasformato da economia agricola a economia dell’automotive, nonchè tappo fisico, etico e morale definitivo al sistema Mura / Parco Urbano / Terre di mezzo / Fiume Po.

Personalmente ci avrei fatto un centro studi / servizi del Parco, con noleggio biciclette, sede per le associazioni naturalistiche e guardaparco, una sezione di Architettura con indirizzo paesaggistico, un centro studi dedicato a Bassani e Bacchelli…

Considerando che si trova lungo la ciclabile VenTo e a due passi dall’approdo della Canottieri, anche un punto di ristoro e pernottamento, magari un museo didattico (sul territorio, sulla canapa, sugli zuccheri, sulla chimica dei polimeri ?), strutture totalmente assenti in quella zona, con collegamento fluviale verso la Darsena, a memoria e moda degli Estensi.

Tale progetto avrebbe valorizzato non solo le” Terre di mezzo”, trasformandole in Parco Campagna, connessione fluida e coerente ad un turismo lento da e per Ferrara, ma anche le periferie, integrandole nel sistema città per una più equa distribuzione dell’economia, della cultura e del senso di collettività, generando contemporaneamente nuovi posti di lavoro di ben altra tipologia, e prospettive inedite per il territorio.

Per cambiare paradigma e sviluppare un Sistema Città coerente, si deve allora guardare a questa periferia (ma non solo a questa) non più come spazio di passaggio ma spazio di incontro, dove il margine diventa motore anch’esso di cultura e identità, a correzione di una visione prevalentemente “monocentrica” (Il centro città è simbolo identitario e “vetrina” turistica legata al patrimonio UNESCO, alle mura, al Castello, al Palazzo dei Diamanti) che alimenta senso di esclusione e disuguaglianza.

La rigenerazione urbana delle periferie credo non andrebbe valutata solo “per sport” o per “competitività delle imprese” , ma anche come capacità di generare peculiarità e legami inter-generazionali tra i “custodi della memoria” e i loro giovani narratori digitali, cioè rigenerazione umana.

A Pontelagoscuro, sulle sue Terre di mezzo c’era un segno di guardia cui prestare attenzione: per le sue specificità avrebbe potuto essere luogo di sperimentazione, laboratorio di memoria, identità e creatività capace di rovesciare, o meglio, amplificare la prospettiva: non più la periferia che “guarda” il centro, ma il centro che va ad ascoltare la periferia, rafforzando il senso di appartenenza e integrando la comunità del quartiere con il resto della città.

L’occasione non è stata colta.

Molti giovani ferraresi, seguendo alcuni progetti più o meno recenti, seppur in modo ancora poco emergente rispetto alle potenzialità, sembra possano percepire il Po non solo come un’entità paesaggistica a filo di orizzonte, ma anche come risultato di un insieme di significato culturale profondo, condiviso e sostenibile.

A questi giovani dobbiamo raccontare le nostre storie e ascoltare le loro, nella speranza che escano dal guscio del pensiero frazionato a favore di una visione di assieme, evidente nella geografia dei territori, ma che stenta a crescere nelle menti, per risvegliare lo spirito di quella parte del DNA silente e specifico del luogo, tra terra e acqua, che ci caratterizza impenitenti anfibi.


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