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Rodolfo Baraldini
Aumentare la spesa militare a discapito del benessere sociale
Nel silenzio delle aule parlamentari e nei bilanci statali che scivolano nelle pagine di economia, una trasformazione preoccupante sta prendendo forma: la progressiva ridistribuzione delle risorse pubbliche dagli investimenti sociali – sanità, istruzione, welfare – verso l’acquisto di armamenti. Questa tendenza, apparentemente tecnocratica, replica scelte storiche esiziali che dovrebbero farci riflettere profondamente. La storia ci insegna che le corse agli armamenti raramente sono state semplici esercizi di deterrenza. Il primo Novecento, con la sua tragica sequenza di conflitti mondiali, ci mostra come l’accumulo di armi tra nazioni rivali è foriero di tensioni, sospetti e, infine, percorsi apparentemente obbligati verso lo scontro. É come se gli armamenti, una volta prodotti e acquistati, tendano a cercare una giustificazione per il loro utilizzo. L’ascesa di Donald Trump alla presidenza USA nel 2017 ha introdotto una retorica che ha radicalmente trasformato il dibattito sulle spese militari nell’alleanza atlantica. Il cosiddetto “diktat di Trump” – l’insistenza che i paesi NATO raggiungessero immediatamente la soglia del 2% del PIL per le spese militari, minacciando altrimenti il ritiro del supporto americano – non è stato solo una questione contabile, ma un punto di svolta geopolitico. La sua retorica (“gli Stati Uniti non possono essere lo stupido che paga per tutti”) ha creato un clima di urgenza che ha spinto molti paesi ad aumentare sensibilmente la spesa militare, quasi sempre a scapito di altre voci di spesa pubblica se non supportata da un qualche aumento delle tasse. Veramente inquietante la retorica Europea che giustificherebbe l’aumento delle spese militari normalizzando l’ipotesi di una ns. prossima entrata in guerra.
- Ursula von der Leyen (Presidente Commissione UE): “Se l’Europa vuole evitare la guerra, deve prepararsi alla guerra”.
- Fabien Mandon (Capo di Stato Maggiore francese): Ha invitato i francesi ad accettare la possibilità di perdere i propri figli e di vivere in un mondo a rischio, sottolineando la necessità di preparazione per difendere i valori.
- Boris Pistorius ( Ministro della Difesa tedesco ): “dobbiamo essere pronti [a combattere] entro il 2029” e questa “è stata l’ultima estate di pace”
- Generale Carmine Masiello (Capo di Stato Maggiore dell’Esercito Italiano): “Dobbiamo essere pronti alla guerra”
I numeri di una scelta
Analizzando i bilanci dei principali paesi occidentali, soprattutto dell’Italia, emerge un quadro inequivocabile: mentre i sistemi sanitari si indeboliscono, mentre le scuole lamentano carenze strutturali e il welfare fatica a sostenere le fasce più vulnerabili, i fondi destinati agli apparati militari continuano a crescere. La retorica patriottica della “sicurezza nazionale” viene spesso brandita per giustificare queste scelte, ma raramente si approfondisce cosa significhi realmente sicurezza per i cittadini: avere accesso a cure tempestive, poter contare su un’istruzione di qualità, vivere in una società che protegge i più deboli. Come osservò il presidente Eisenhower, ex generale: “Ogni cannone che viene fabbricato, ogni nave da guerra varata, ogni razzo lanciato significa, in ultima analisi, un furto a coloro che hanno fame e non sono stati sfamati, a coloro che hanno freddo e non sono stati vestiti”.
La sicurezza olistica
C’è un paradosso nella logica che sacrifica il benessere sociale sull’altare della sicurezza militare: le società con forti disuguaglianze, sistemi sanitari carenti e istruzione in declino sono intrinsecamente più fragili, più divisive, meno coese. La vera sicurezza di una nazione risiede nella salute dei suoi cittadini, nella loro formazione, nella giustizia sociale che previene conflitti interni. Una società malata e ignorante è vulnerabile tanto quanto un paese militarmente indebolito.
Verso un nuovo paradigma
Il dilemma non è tra sicurezza e welfare, ma tra due concezioni diverse di sicurezza. La sfida per i governi contemporanei è riuscire a bilanciare le legittime esigenze di difesa con investimenti massicci in ciò che davvero protegge la società nel lungo periodo: ricerca scientifica, prevenzione sanitaria, educazione, reti di protezione sociale.
La pace non si costruisce con la deterrenza militare, ma con l’equità, la giustizia e il benessere condiviso. I trattati di cooperazione, gli investimenti nella diplomazia, la costruzione di interdipendenze positive tra nazioni sono altrettanto cruciali – se non di più – dei nuovi cacciabombardieri o dei sistemi missilistici.
Forse il più grande atto di coraggio politico oggi sarebbe riconoscere che la vera forza di una nazione si misura dalla salute dei suoi bambini, dalla qualità delle sue scuole, dalla dignità garantita ai suoi anziani. Invertire la tendenza alla militarizzazione dei bilanci statali non è solo una questione economica: è una scelta etica che determinerà se il nostro futuro sarà segnato dalla cooperazione o dal conflitto.
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