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Francesco Vigorelli
Dove sta andando il servizio pubblico? Esternalizzazioni e privatizzazioni
Non so voi, ma io provo una sensazione di ingiustizia, di preoccupazione e di impotenza
quando leggo certe notizie. .
Penso alla sicurezza e al servizio degli Street Tutor affidati a una società privata, a Palazzo
Prosperi Sacrati affidato a una fondazione privata, all’asilo nido “I Girasoli” destinato a una
gestione esterna, alle convenzioni tra AUSL e strutture private accreditate come Quisisana e
Salus, alle biblioteche affidate all’esterno, alla situazione dei Vigili del Fuoco di Ferrara,
costretti a scioperare per denunciare la cronica carenza di personale e mezzi – che non è un
caso di esternalizzazione, ma mostra bene cosa accade quando un servizio pubblico viene
progressivamente indebolito – e, infine, alla vendita di AMSEF, solo per citarne alcune.
Negli ultimi anni questi casi si sono moltiplicati. Presi singolarmente possono avere spiegazioni
diverse. Ma se li mettiamo insieme è difficile non vedere uno schema che si ripete. Pensateci.
La dinamica, in molti casi, sembra sempre la stessa: si riducono investimenti, personale e
attrezzature nel pubblico; il servizio inevitabilmente peggiora e, a quel punto, il ricorso al
privato viene presentato come l’unica soluzione.
Se questa è la logica, è legittimo chiedersi dove ci porterà. In alcune regioni si parla già di
pronto soccorso gestiti da privati, dove la prima visita segue le regole del servizio pubblico,
ma le prestazioni successive diventano a pagamento. E se una persona non ha i soldi per
pagarsi una visita privata?
Prendiamo proprio il caso della sanità e delle convenzioni con strutture private. Non ne metto
in discussione la professionalità. Mi chiedo però perché certe prestazioni non si possano fare
negli ospedali pubblici, a Cona, al Delta o nelle Case della Comunità? Quanto costano
complessivamente queste convenzioni? E quanto sarebbe costato investire nel pubblico,
acquistando nuovi macchinari, assumendo personale e/o aumentando le ore lavorative e di
utilizzo dei macchinari già disponibili?
Ma le esternalizzazioni e le privatizzazioni nei servizi pubblici essenziali sono davvero una
strada obbligata?
Direi proprio di no. Gli esempi non mancano, in Emilia-Romagna. Penso ai servizi educativi di
Reggio Emilia, riconosciuti e studiati in tutto il mondo, ma anche a tante esperienze della
sanità pubblica emiliano-romagnola che, investendo in personale, tecnologie e
organizzazione, hanno dimostrato che si possono migliorare i servizi senza doverli affidare ai
privati.
Viene allora da chiedersi perché si scelga sempre più spesso la strada dell’esternalizzazione e
della progressiva privatizzazione. È un’idea di servizio pubblico che non mi appartiene.
Per una ragione molto semplice: pubblico e privato hanno finalità diverse. Il pubblico ha come
obiettivo l’interesse generale. Il privato può offrire servizi di qualità, ma per sua natura deve
anche fare i conti con il profitto.
Per questo credo che, nei servizi essenziali, serva un servizio pubblico universale, forte,
efficiente e capace di garantire gli stessi diritti a tutti, indipendentemente dalle disponibilità
economiche delle persone.
Scegliamo allora di investire nel pubblico invece di smantellarlo un pezzo alla volta.
Certo non si capisce come mai sia “conveniente” per un’amministrazione pubblica consegnare i servizi al privato. Ci raccontano che costi meno ma ovviamente non è la verità. Un privato, come è scritto nell’articolo, deve fare profitti quindi non può essere meno costoso quel servizio. Costa meno all’amministrazione perché un servizio che debba risolvere i problemi alla cittadinanza deve essere fornito indipendentemente da quanto costa. I costi vanno pagati con la fiscalità. E questo è il problema. È una questione puramente elettorale. E ovviamente di politica nazionale e non solo. Chissà se avremo la forza di fare capire che l’interesse della comunità è nel finanziare il servizio pubblico?