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Andrea Pieragnoli
Il silenzio dell’acqua
Dalla raccolta firme al silenzio condiviso: due gesti diversi per riaprire il rapporto con l’acqua
Forse dovremmo tornare a raccontarci attraverso l’acqua.
Senza parole.
Acqua, silenziosa e vitale, che scorre dentro di noi.
L’acqua sfugge.
La stringi, non resta.
La insegui, non si ferma.
Allora cambi gesto.
Apri.
E mentre apri, qualcosa passa — non lo trattieni, non lo possiedi. Ti attraversa.
E in quell’attraversamento c’è già una forma di sapere che non si può dire.
Evapora.
Ritorna.
C’è un momento, quando ci si ferma davvero, in cui l’acqua smette di essere una parola.
Non è più “servizio idrico”, non è “tariffa”, non è “gestione”.
Non è nemmeno “bene comune”, almeno non nel modo in cui lo si scrive nei volantini.
Diventa una presenza.
Un ritmo.
Un respiro.
È da lì che forse bisognerebbe partire.
Perché l’acqua — prima di essere una questione politica — è una relazione. E questa relazione, oggi, è incrinata.
Oggi 22 marzo, in centro a Ferrara, si è tenuto un banchetto.
Si sono raccolte firme, distribuito dati, discusso modelli di gestione.
Si parla — giustamente — di perdite idriche, di concessioni in scadenza, di aziende pubbliche e private, di referendum traditi.
Tutto necessario.
Forse il problema dell’acqua — oggi — non è solo la sua gestione.
È la perdita di questa relazione.
Abbiamo costruito sistemi chiusi.
Tubature, reti, bilanci, contratti.
Tutto necessario.
Ma dentro questi sistemi l’acqua ha smesso di essere esperienza.
È diventata funzione.
E lo stesso è accaduto a noi.
Siamo meno permeabili.
Ascoltiamo meno.
Lasciamo passare meno.
E così anche le parole più giuste — “bene comune”, “pubblico”, “diritto” — rischiano di restare vuote.
Il silenzio, allora, non è una pausa.
È una riapertura.
Uno spazio in cui qualcosa può tornare a scorrere.
Dentro di noi.
Tra di noi.
Nel silenzio, l’acqua torna a essere ciò che è.
Non un oggetto da gestire, ma una relazione da vivere.
Ma c’è una domanda che resta sotto traccia, quasi mai pronunciata:
come siamo arrivati a considerare l’acqua qualcosa da gestire, invece che qualcosa da ascoltare?
Proprio tra qualche giorno, più esattamente il 28 marzo, in una sala raccolta, ci si siederà in silenzio.
Solo il respiro.
Un esercizio di consapevolezza.
Nessun dibattito.
Nessuna argomentazione.
Nessuna posizione da difendere.
Solo il respiro.
E forse qualche immagine d’acqua che attraversa il corpo e la mente.
Non è evasione.
Non è spiritualità decorativa.
Perché interrompe il meccanismo che ci ha portati fin qui:
quello che trasforma tutto in oggetto, in risorsa, in funzione.
L’acqua oggi è dentro una contraddizione.
Da una parte, la riconosciamo come bene comune per eccellenza.
Dall’altra, la trattiamo come una merce qualsiasi.
I dati ci dicono che miliardi di persone non hanno accesso all’acqua potabile.
Il clima ci mostra che sta diventando sempre più instabile, più estrema, più imprevedibile.
E noi rispondiamo con modelli di gestione.
Che sono indispensabili, certo.
Ma non sufficienti.
Perché non toccano il punto.
Il punto è il rapporto.
Un rapporto che si è raffreddato.
Abbiamo perso la capacità di percepire l’acqua come qualcosa che ci riguarda intimamente.
Qualcosa che non possiamo possedere senza perdere anche noi stessi.
E quando questo accade, tutto diventa più facile:
privatizzare, sprecare, disperdere, calcolare.
Forse per questo il silenzio non è un lusso.
È una soglia.
Nel silenzio, l’acqua torna a essere esperienza, non concetto.
Non qualcosa di cui discutere, ma qualcosa che ci attraversa.
E da lì può nascere una consapevolezza diversa.
Non ideologica.
Non urlata.
Ma più difficile da ignorare.
Chi raccoglie firme e chi si siede in silenzio, in fondo, sta lavorando sullo stesso terreno.
Solo che lo fa da due lati opposti.
Uno visibile.
L’altro invisibile.
Uno agisce sulle strutture.
L’altro sulle percezioni.
E forse è proprio questo che manca oggi:
un ponte tra le due cose.
Perché senza consapevolezza, anche il pubblico può diventare opaco.
E senza azione, anche il silenzio rischia di restare sterile.
Il frutto della pace, dice un proverbio, è appeso all’albero del silenzio.
Ma i frutti, se non vengono raccolti, cadono.
E allora forse il compito è questo:
tenere insieme il silenzio e il gesto.
L’ascolto e la decisione.
Il respiro e la firma.
L’acqua non ha bisogno di essere difesa solo nelle delibere.
Ha bisogno di essere riconosciuta.
E il riconoscimento, a volte, comincia così:
fermarsi.
ascoltare.
Sullo stesso tema: Dove comincia il mare
Bellissima ed affascinante riflessione, da portare anche in altre città. Grazie