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La Comune di Ferrara | Femminile, Plurale, Partecipata

Inviato il:

24 Ottobre 2026

Daniela Cataldo

Pretendere rispetto richiede rispetto: perché la sicurezza non può diventare sopraffazione

«Chi rompe paga» è un principio semplice e intuitivo: chi causa un danno ne risponde. È la base di ogni convivenza civile. Tuttavia, ciò che si è dimenticato, nel proclama di Alan Fabbri  sull’istituzione di una “task force” contro la violenza dei giovani, è che un’istituzione, nel momento stesso in cui emana una misura per pretendere rispetto — della legge, della proprietà privata, degli spazi pubblici o dell’intera comunità —, deve essa stessa comunicare e mostrare rispetto verso tutti coloro a cui lo sta chiedendo.

Non si può esigere legalità usando strumenti o linguaggi che negano la dignità altrui. Pretendere il rispetto degli spazi e delle regole attraverso la derisione, la stigmatizzazione o la forza bruta significa cadere in una profonda contraddizione: si chiede alla cittadinanza di non essere prepotente usando, come istituzione, la prepotenza.

Il cortocircuito istituzionale: la forma è sostanza

Quando un’amministrazione pubblica emana proclami o delibere con l’intento di tutelare la vivibilità urbana, la qualità della comunicazione non è un dettaglio secondario.

Utilizzare termini gergali, spregiativi o categorie discriminatorie per definire un determinato gruppo sociale non è una semplice “caduta di stile”. È una forma di disprezzo che non può avere luogo in un atto istituzionale. Come si può pretendere che dei giovani o dei cittadini rispettino le regole della comunità, se le istituzioni che rappresentano quella comunità si rivolgono a loro denigrandoli?

La legge e la Costituzione non servono a soddisfare desideri di vendetta o a marcare superiorità morali. Servono a proteggere sia chi subisce un danno, sia chi lo commette. Se un amministratore come Nicola Lodi è stato giudicato colpevole di reati e ha espiato la pena, la legge gli garantisce la piena restituzione della dignità civile. Questa stessa tutela e lo stesso rispetto fondamentale spettano a qualsiasi cittadino e cittadina, compresi i giovani, anche quelli che commettono illeciti.

Inizialmente l’annuncio della misura è arrivato con toni forti, un nome d’impatto – Nucleo Antimaranza (NAM) –  e modalità che palesavano prepotenza istituzionale — un registro chiaramente pensato per impressionare e rassicurare la propria base elettorale con ricette semplicistiche.

In un secondo momento, però, lo stesso Sindaco ha fornito specificazioni e chiarimenti, assumendo un tono più generico e moderato e facendo praticamente rientrare quei toni muscolari della prima ora. Nelle sue argomentazioni di seconda battuta si legge persino una certa ragionevolezza ed equilibrio d’intenti. Ma questo contrasto fa emergere una verità evidente: ciò che viene sbandierato come una svolta epocale non è altro che la ripetizione di strumenti che già esistono nelle politiche locali, o al contrario, un insieme di proclami palesemente incostituzionali e quindi destinati a fallire al primo vaglio di realtà.

Capire il disagio giovanile: oltre la repressione

La paura delle famiglie e dei genitori non è nata ieri: è una costante da almeno vent’anni, da quando la generazione dei baby boomers ha avuto figli. Nel frattempo gli stili educativi e la società sono profondamente cambiati, trasformandosi in un contesto sempre più ostile.

Se le misure adottate fino a oggi non hanno prodotto una reale percezione di sicurezza, la prima cosa che gli amministratori dovrebbero fare è una seria riflessione sulla propria inefficacia.

Dal punto di vista psicologico e pedagogico, molti giovani si spingono a “spaccare” o a trasgredire non per una malvagità innata, ma perché nell’ostentazione o nella violenza cercano un modo — per quanto sbagliato — di farsi riconoscere e darsi una dignità. I ragazzi non trovano più nelle opportunità educative tradizionali occasioni reali di confronto, di riflessione o di costruzione della propria identità. Sono soli, privi di punti di riferimento e spesso privi di spazi fisici e sociali di aggregazione. Offriamo loro una società attraversata dalle guerre, dalla violenza politica, dalle risse televisive e dalle immagini di persone e bambini uccisi. I ragazzi non vengono educati soltanto dai genitori e dalla scuola: ricevono continuamente modelli dalla società e dai mezzi di comunicazione dove si è normalizzata la violenza e l’individualismo.

Quello di cui i giovanissimi hanno bisogno non sono bandi di proscrizione o ordinanze punitive, ma opportunità educative e spazi di socialità autentica. Spazi in cui affermare il proprio protagonismo in modo non solo accettabile, ma utilissimo alla comunità. Offrire  la possibilità di contribuire al servizio della collettività anche con ruoli nelle istituzioni, è l’antidoto più efficace alla violenza. 

La più grande risorsa mancante nella nostra società è proprio la capacità di attingere alla ricchezza, all’energia e alle idee che i giovani possiedono: basterebbe avere la disposizione ad ascoltarli davvero e la volontà di concedere loro il posto che gli spetta.


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