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La Comune di Ferrara | Femminile, Plurale, Partecipata

Tag: Mitigazione climatica

L’ineluttabilità del cambiamento climatico e del neoliberismo economico

Non basta e non serve piantare cento miliardi di alberi: se non si cambiano i modelli di sviluppo delle attività umane e delle città che l’Occidente ha imposto al mondo, il verde non è che un palliativo di successo sul piano del marketing.

Come era prevedibile la cappa di calore sta opprimendo l’Italia e gran parte dell’Europa. Sulla stampa si leggono affermazioni di esperti che approfondiscono la situazione proponendo delle soluzioni come il “piantar alberi” che sembra essere quella più immediata. In realtà, non si capisce come questo possa avvenire in questo quadro di immobilità e incapacità di governare le trasformazioni strutturali che stanno riguardando le nostre città. Una immobilità che procrastina continuamente anche la normale manutenzione dei marciapiedi. L’aspetto che colpisce leggendo alcune proposte fornite da importanti esperti è che il cambiamento climatico e il neoliberismo economico sembrano essere fenomeni ineluttabili, certo generati dall’uomo, o meglio dall’umanità, senza che vi siano delle responsabilità precise, insite nei modelli di sviluppo che l’Occidente ha imposto al mondo. Non si possono cambiare le regole dello sviluppo e quindi dobbiamo usare dei palliativi resilienti come il “piantar alberi”: azione la cui importanza nessuno mette in discussione.

Le politiche urbane rappresentano uno dei campi privilegiati della cultura neoliberista, sempre più attraversata da una retorica imperante
Entriamo nel merito di queste prese di posizione “radicali”. Il noto botanico Stefano Mancuso, divenuto ormai una star della forestazione urbana, afferma in un recente articolo che per rinfrescare le città bisogna piantare migliaia di alberi al posto di strade e asfalto, come se fosse una cosa semplice in un paese che continua imperterrito a consumare suolo agricolo per urbanizzazioni. Le strade servono per le auto e i parcheggi e l’Italia è un paese che ha rinunciato da decenni a fare una seria politica per un trasporto pubblico alternativo alle auto e alle strade. In ogni caso, il calore si fa sentire più forte dove vi sono le strade asfaltate, ma queste esistono perché ci sono le case dove le persone vivono e al mattino prendendo l’auto per andare al lavoro, non essendoci alternative praticabili di movimento. Questa affermazione del noto botanico fiorentino appare apolitica, il “male città” sembra essersi prodotto per circostanze non riconducibili a scelte precise di governo, determinate da modelli economici che hanno generato la crisi ambientale che stiamo vivendo. Non c’è nessun accenno alla responsabilità politica ed economica di chi ha governato i processi di trasformazione delle città o delle forze economiche che hanno in questi decenni depredato il pianeta delle sue risorse.

Le politiche urbane rappresentano uno dei campi privilegiati della cultura neoliberista, sempre più attraversata da una retorica imperante che svuota di significato anche le categorie riprese dalla natura (“foresta”, “bosco”, “albero”) per ridurle ad aggettivi subordinati ad interventi che hanno ben altre finalità. Temo che la risposta non possa essere la visionaria Fitopolis di Mancuso, il cui fondamento sembra una banalizzazione di un rapporto complesso tra città e natura. Secondo il botanista, riprendendo i dati del Copernicus Climate Change Service, per risolvere il problema della crisi climatica dobbiamo piantare cento miliardi di alberi. Piantare alberi attorno alle città è una soluzione per ridurre le emissioni climalteranti ma, si afferma, ci sarebbe anche un’altra strada, ridurre tali emissioni intervenendo sul modello di sviluppo ed energetico. Questo avrebbe un profondo impatto sull’economia delle nazioni e richiederebbe un tempo ancora lungo oltre ad un impegno globale, quindi meglio soprassedere e “forestare” le città. In questo modo però si rende ineluttabile il cambiamento climatico generato e poi alimentato, da politiche economiche capitalistiche e neoliberiste che rendono il “piantar alberi” una operazione di greenwashing, perché non incide sui meccanismi e i modello di razionalità che hanno generato uno sviluppo predatorio e produttore di disuguaglianze. Le responsabilità umane che ritroviamo dietro la crisi climatica o si precisano e si contestualizzano economicamente, politicamente e socialmente, o non serve a nulla ribadirle genericamente.

La responsabilità non è di una generica umanità e il problema oggi non è solo “ecologico”, è prima di tutto “socio-ecologico” o “socio-politico-ecologico” ed attiene in maniera diretta all’incidenza delle disuguaglianze nelle dinamiche determinate dalla mutazione climatica. In un altro suo testo, Mancuso sostiene che è la “continua e irrefrenabile necessità di consumare” da parte dell’uomo che sta “profondamente incidendo sulle caratteristiche del pianeta da essere diventato la causa di una delle più terribili estinzioni di massa”. Una responsabilità che associa sia l’uomo del Burundi che l’italiano o l’islandese, ma nel paese africano si emettono 0,07 tCO2 pro-capite per anno mentre in Italia 5,4, quindi le emissioni italiane sono in media cento volte superiori a quelle del Burundi.
Tale interpretazione trasforma la vittima (l’africano) in colpevole, al pari dell’uomo occidentale. In realtà questo modello di sviluppo economico ed energetico che, secondo Mancuso, è troppo complicato da contrastare costituisce il cuore del problema.

Di maggiore complessità è la riflessione di Giuseppe Barbera, professore di colture arboree all’Università di Palermo, quando afferma che gli effetti dell’Antropocene vanno oltre i loro limiti fisici e biologici e coinvolgono aspetti sociopolitici ed economici, i cui effetti li riscontriamo nei conflitti umanitari ovvero nelle guerre e nelle migrazioni climatiche. Secondo Barbera sono necessari “nuovi punti di vista che guardino alla complessità sistemica e non alla semplificazione riduzionista che invece riscontriamo spesso nelle approssimazioni giornalistiche. A tale proposito, nemmeno la distinzione del mondo tra gli “oligarchi” e gli altri, descritta da Mancuso nel quotidiano La Repubblica del 6 luglio, convince. Innanzitutto, perché gli oligarchi non sono una somma di individui ma sono un sistema di potere capitalista e gerarchico, retorico e persuasivo, ormai intrecciato con le forme di governo sia autocratiche che democratiche, che gli “oligarchi” hanno diffuso anche ai livelli intermedi di gestione e di costruzione delle politiche economiche, ambientali e urbanistiche, che arriva anche a determinare o condizionare i nostri bisogni e le scelte quotidiane, spesso senza rendercene conto. Un sistema che dalla pandemia ha virato le sue politiche d’impresa verso le retoriche eco-green-smart per cui, anche su quotidiani di antica tradizione, capita oggi di leggere articoli acritici esaltanti la “rivoluzione verde” sperimentata in città come Neomline in Arabia Saudita o New Cairo entrambe costruite nel deserto sopprimendo (anche con la pena di morte) i diritti delle popolazioni locali, con il concorso della migliore cultura finanziaria, tecnologica e architettonica occidentale. Un oligarca non sta in piedi da solo, necessita di un milieu politico, tecnologico e di un dispositivo comunicativo al suo comando, che lo sostenga divenendo promotore di greenwashing.

In realtà il mondo “umano” (socioculturale e non solo vegetale) è molto più complesso e la convivenza tra uomo e natura ha raggiunto in alcune parti del mondo delle forme di interazioni che forse dovremmo studiare con più attenzione. La cultura della Pachamama a è fondata sul solidarismo cooperativo e sul rispetto della “terra madre” e nella esperienza dei popoli andini Quechua (non a caso diventato un marchio di Decathlon) l’espressione sumak kawsay (buen vivir) si basa sul principio della relazione armoniosa tra essere umano e natura oltre che sull’uso equo, etico e collettivo delle risorse naturali necessarie alla vita della comunità. Una categoria entrata nelle costituzioni di Ecuador e Bolivia. Quindi anche le popolazioni originarie andine e amazzoniche fanno parte di quel “noi umani” a cui imputare la responsabilità della crisi climatica? O vi è una differenza di responsabilità? E che dire delle comunità di pastori africani che, nell’Africa orientale, hanno vissuto per secoli in armonia con il loro ambiente naturale e che oggi sono cacciati dalle loro terre perché governi compiacenti (con l’avvallo di associazioni come il WWF o la Frankfurt Geological Society) con gli interessi occidentali hanno promesso le terre a società finanziare e imprese che devono compensare i crediti di carbonio? Queste, anche piantando alberi, trasformeranno queste aree naturali e rinaturalizzate, in parchi per le eco-vacanze di ricchi occidentali e asiatici rafforzando in questo modo quel “colonialismo verde” inventato dagli europei in Africa fin dalla fine del XIX secolo, come dimostra lo storico francese Guillaume Blanc. Non casualmente queste comunità di umani, che usano i prodotti della foresta per mangiarli e non per venderli, sono tra le più a rischio nel pianeta.

Gli oligarchi non sono una somma di individui ma sono un sistema di potere capitalista e gerarchico, retorico e persuasivo, ormai intrecciato con le forme di governo sia autocratiche che democratiche

La forza mediatica del piantar alberi rischia quindi di generare gigantesche operazioni di greenwashing e la sua forza comunicativa è immediatamente colta, a destra e a sinistra, da amministratori di comuni e di società immobiliari, che se da un lato annunciano gigantesche operazioni di piantumazione e forestazione urbana, che spesso rimangono sulla carta o portano alla moria degli alberi, dall’altro coprono speculazioni immobiliari dove troviamo alberi anche su tetti e terrazze. Non si incide (e non si investe) quindi sui meccanismi di funzionamento delle nostre città e sulla loro “decarbonizzazione” mentre la necessità di elaborare seri piani del verde, da associare ai temi del cambiamento climatico e della biodiversità, rimane di là da venire.

In Fitopolis, si afferma anche che le città del futuro, siano esse costruite ex novo o rinnovate, devono trasformarsi in luoghi dove il rapporto fra piante e animali si riavvicina al “rapporto armonico” (sic!) che troviamo in natura, ma la razionalità occidentale ha sempre esercitato un dominio sulla natura, siamo quindi certi che sia necessario fondare nuove città, non bastano quelle che abbiamo? Le città mal costruite dall’ “uomo”, prevaricanti nei confronti degli alberi e della natura, non sono nate per caso perché sono l’esito di processi culturali e politici che, in particolare dopo la rivoluzione industriale, hanno caratterizzato l’affermazione della cultura del capitalismo e in seguito del neoliberismo. Vi sono, quindi, delle responsabilità che non sono genericamente umane, ma sono associabili a queste specifiche forme di razionalità del pensiero occidentale. Del resto, la cultura occidentale è stata fautrice di una cultura di dominio dell’uomo nei confronti della natura, ma questo atteggiamento non è generalizzabile a tutta la specie umana, le culture indigene, come abbiamo visto, si sono sempre poste come componenti della natura e della foresta, senza ribadire la supremazia della specie umana sulle altre, come ci racconta Ailton Krenak. Al contrario le città nuove e rinnovate, marcatamente neoliberiste e ricche di alberi e vegetazione si basano su processi escludenti e dunque selettivi, determinati dai valori di mercato innescati dalla città rigenerata. Un’azione rigenerativa trova senso solo dentro una politica che sia in grado di gestire socialmente i processi trasformativi, nella prospettiva di garantire a tutti il diritto alla città (che dovrebbe essere un valore non negoziabile). Se non si opera in questa prospettiva il rischio è che le azioni rigenerative siano selettive, perché quando si risana un quartiere popolare i valori immobiliari cambiano e si determinano dei processi di espulsione della popolazione meno abbiente verso le parti più esterne della città che, se non dotate di un efficiente sistema di mobilità pubblica, di servizi alla persona e spazi verdi, determinano, per chi vi abita, condizioni sfavorevoli sia ambientalmente che socialmente.

Quindi, ritornando al punto di partenza di questo testo, quando dalle pagine del quotidiano La Repubblica del 2 luglio scorso, Michele Montano, ordinario milanese di Medicina interna dichiara che è necessario ridurre l’impatto delle ondate di calore, e che in questa prospettiva il “vantaggio può darcelo il verde”, dice una cosa sacrosanta. I vantaggi igienici e salutistici del verde sono qualcosa di cui la cultura urbanistica è consapevole almeno dalla metà dell’Ottocento. Ma quando Montano afferma che i tentativi di abbassare le emissioni di gas serra hanno effetti troppo a lungo termine e non sono sostenibili economicamente, di fatto giustifica questo modello di sviluppo e rende ineluttabile il cambiamento climatico e il modello economico e di potere che lo ha generato. Il “piantar alberi” diventa pertanto una sorta di azione resiliente finalizzata a “restare a galla” in un mondo che non si può cambiare, perché il cambiamento costa troppo.

In realtà, in queste settimane la gran parte dei paesi della NATO, che sono i maggiori responsabili della crisi climatica in corso, si stanno predisponendo per spendere 800 miliardi in Europa per armamenti, in Italia dovremmo spendere tra i 30 e i 40 miliardi all’anno per raggiungere l’obiettivo che la NATO ha dato ai suoi alleati del 5% del PIL entro il 2035. Ma se, come suggerito da Luca Mercalli, questi denari li spendessimo per dare attuazione all’Accordo di Parigi? Del resto, è ormai noto che gli effetti devastanti della crisi climatica sarà a scapito dei più poveri, nel sud del mondo ed anche nell’occidente benestante. La gran parte di popolazione del pianeta non avrà accesso alle eco-smart city che si stanno costruendo nei deserti, nei golfi, o nelle aree metropolitane in via di riqualificazione (ricche di acqua, energia solare, mobilità elettrica, alberi e agricoltura idroponica). Anche in questa selettività si manifesta l’autoritarismo di quel modello economico secondo alcuni troppo difficile da cambiare. Quindi non ci resta che piantare alberi, sperando che non muoiano e aspettare il collasso?

Romeo Farinella
Laureato in Architettura presso lo IUAV, PhD in Urbanistica all’Università di Roma “La Sapienza”, è Professore ordinario di Progettazione urbanistica e Teorie dell’urbanistica all’Università degli Studi di Ferrara.

 

Dove comincia il mare

Dove comincia il mare si misurano i confini, crescono le speranze, si fermano le illusioni.
È lì, nel fragile equilibrio tra terra e acqua, che si svela il senso della nostra responsabilità.

Durante un viaggio di ritorno dall’Olanda verso Volano — dove pratico windsurf — mi posi una domanda semplice quanto fondamentale: se la terra dei tulipani esiste, è perché quel popolo ha compreso il problema e ha scelto di intervenire tempestivamente. Oggi, in anticipo su molte altre nazioni, stanno già progettando soluzioni per far fronte agli effetti del cambiamento climatico.

In Italia, al contrario, osserviamo fenomeni inarrestabili: le coste vengono erose e contemporaneamente la subsidenza per estrazione di gas metano e il compattamento del terreno torboso agiscono abbassandole.

È una questione di equilibrio. L’acqua riprende i suoi spazi. Il vuoto chiama il pieno.

Ma non è il sale della vita.

È un equilibrio che funziona a senso unico: dove una volta l’acqua arrivava dal monte ora arriva dal mare, si incunea, ricopre, impregna e si nasconde, non risale più dal tronco alle chiome dei peschi, perché li uccide prima, lavora sotto le loro radici, bruciandole.

E con esse tutto ciò che cerca di nutrirsi e dissetarsi dal terreno: le piante lungo i fossi, l’erba, le tradizioni.

Ciò che è perso non si ritrova, quello che si è tolto non può essere reimmesso: il pieno che lascia il vuoto.

La rassegnazione dell’uomo abbandona le terre mentre l’ingegno porta nuova economia, nuovo sapere.

L’itticultura, per esempio.

Più trascorre il tempo più il cuneo salino spinto dall’innalzamento del livello del mare e dalla riduzione dei deflussi fluviali, si infiltra nelle vene della terra. Con esso anche i veleni, perché non è solo il cuneo salino che divora la vita, ma anche gli inquinanti improvvidamente versati dalle attività umane, come il PFAS, per esempio, contenuto anche nei diserbanti usati in agricoltura e nelle attività civili di eliminazione delle erbe spontanee .

Serve un cambiamento di paradigma, modo di vedere, cultura della terra che progredisce sinergicamente con quella dell’acqua. Un nuovo approccio culturale in cui l’equilibrio tra terra e acqua non sia più gestito in chiave emergenziale, ma strutturale e sistemica.

Noi, che abbiamo i piedi nell’Adriatico, dobbiamo chiederci dove comincia effettivamente il mare: dal bagnasciuga? O più dentro, dalla terra che accoglie le due acque? O addirittura ancora più lontano, dalle sorgenti che lo nutrono?

Forse si , è ora di metterci sul bagnasciuga con le dita dei piedi infilate nella sabbia, bagnate dall’onda che viene e che va, per voltarci indietro, verso ovest, verso i monti, dove tutto origina limpido e man mano raccoglie lo sporco dei nostri pensieri, mai abbastanza depurati, sempre più appesantiti dalla fatica di non saper scegliere, arresi alla rassegnazione che qualsiasi cosa si faccia a poco o a nulla servirebbe, increduli che esista una risposta.

Eppure, la risposta esiste. L’ho incontrata per caso, camminando per le strade di La Rochelle, in Francia, impressa su una semplice borchia di ottone posta accanto a un tombino, a pochi metri dal mare. Recava la scritta: “Ne rien jeter, ne rien vider. La mer commence ici.”

IL MARE COMINCIA QUI – non buttarci nulla – non vuotarci nulla

In un primo momento mi è sembrata quasi una citazione poetica di ciò che accade a Venezia con l’acqua alta, quando il mare rigurgita in piazza San Marco e i turisti divertiti prima ci si specchiano e poi ci camminano dentro. Il mare madre e inizio di tutte le cose.

Poi ho trovato la stessa scritta, sempre posizionata vicino ad un tombino, a Digione… ma come? A Digione? A più di 500 km dalla costa atlantica e a oltre 300 da quella mediterranea? E non sullo stesso bacino idrico ? Non si trattava più di suggestione: era un sistema. Un modello educativo.

E allora la mente unisce i punti geografici e i pensieri: il mare comincia dove l’acqua sorge e poi scorre e poi si allarga e poi ci avvolge e ci nutre amnioticamente.

Ogni goccia di acqua che cade diventa inizio del mare.

Si uniscono punti e pensieri passando per Parigi, dove la Senna è stata resa balneabile anche grazie a un cambiamento culturale profondo. Non solo interventi infrastrutturali, ma una presa di coscienza collettiva, un’educazione ambientale diffusa, promossa anche con strumenti semplici, visibili, comprensibili: come quelle borchie sui tombini. Messaggi chiari, accessibili a tutti, economicamente sostenibili, ma dal forte impatto simbolico e civile.

QUI COMINCIA IL MARE- Digione – Non gettarci nulla

Non servono nuove leggi, servono nuove mentalità. Una filiera virtuosa che parta dalla montagna e arrivi al mare, superando i confini amministrativi e politici. Una rete di “siti Amici del mare”, di territori che si riconoscono parte di un bene comune, che condividono pratiche corrette e che si impegnano — al di là delle scadenze elettorali — per un futuro sostenibile. Solo allora, forse, potremo affermare che anche da noi il mare arriva in Darsena, consapevoli che non nasce qui, ma molto più a monte.

Ferrara sempre più calda: lo dicono 40 anni di dati

Nei giorni scorsi mi sono imbattuto in un post interessante di  Donata Columbro e Roberta Cavaglià che parlava di “caldo” e “dati”.

Dato che sono un citizen scientist curioso e mi piacciono i dati, ho deciso di fare una prova anch’io, mettendo le mani nei dati climatici di Ferrara.

Ecco cosa ho scoperto, spiegato in modo semplice e per tutti.

Come ho fatto l’analisi?

Sono andato sul portale SCIA di ISPRA, sezione “Serie temporali” e:

ho scaricato i dati giornalieri di Temperatura massima (Tmax) e Temperatura minima (Tmin) dal 1986 al 2023 per la stazione “Ferrara urbano” (centro città)
ho convertito i dati in formato XLS e filtrato solo quelli di giugno
ho calcolato le medie mensili di Tmax e Tmin per ogni anno
ho contato il numero di giorni con Tmax maggiore di 30°C e quelli con Tmin maggiore di 20°C

Nota: I dati storici sul portale SCIA di ISPRA arrivano solo fino al 2023; per il 2024 e 2025 ho scairicato i dati dal portale Dext3er di ARPAE selezionando le variabili:

Temperatura dell’aria minima giornaliera a 2 m dal suolo (Tmin)
Temperatura dell’aria massima giornaliera a 2 m dal suolo (Tmax)

Cosa dicono i dati?

Dopo pochi minuti e usando un semplice foglio i calcolo (Excel), ho finalmente visto le “dimensioni” dell’elefante nella stanza: negli ultimi 40 anni (dal 1986 al 2025) i valori medi mensili registrati a Ferrara nel mese di giugno – sia per le temperature massime, sia per le minime – sono cresciuti… e molto:

Temperature massime (Tmax)

Negli ultimi 40 anni, la media delle temperature massime dei giorni di giugno è aumentata di oltre 6 gradi.

Anche il numero di giorni con Tmax sopra i 30°C è cresciuto, con picchi notevoli negli anni 2003, 2012, 2017, 2019, 2022 e 2025. Giugno, che una volta era caldo ma sopportabile, ora regala sempre più spesso giornate “bollenti”.

Temperature minime (Tmin) e “notti tropicali”

Anche le temperature minime sono salite: circa 5 gradi in più in media. Sono aumentate le cosiddette “notti tropicali”, cioè quelle in cui la temperatura non scende mai sotto i 20°C. Nel 2003 ci sono state 19 notti tropicali a giugno, nel 2025 addirittura 22: dormire senza sudare è sempre più difficile!

Tmax in gradi

La Tmax è cresciuta di oltre 6 gradi (linea di tendenza in rosso tratteggiato)

Tmax in giornate

Progressivamente è aumentato il numero di giornate con temperatura massima oltre i 30 °C (in blu scuro, gli anni di picco)

Tmin in gradi

Per le temperature minime si è registrato un aumento di circa 5 gradi

Tmin e notti tropicali

E’ anche aumentato il numero di notti tropicali (notti con temperatura sempre oltre i 20 °C), in particolare nel 2003 (19 notti tropicali) e nel 2025 (addirittura 22)

Per chi vuole approfondire…

Insomma, non c’è più il giugno di una volta (ma la stessa cosa si può dire anche di luglio e agosto): il caldo si fa sentire di giorno e di notte, con ondate di calore che ormai sono più frequenti di un caffè al bar e notti tropicali che ci fanno sudare sempre di più, come riportato anche nelle proiezioni climatiche di ARPAE  al 2050:


Un suggerimento: se vogliamo capire davvero cosa sta succedendo, dobbiamo diventare un po’ tutti dei citizen scientist: raccogliere dati dal basso, scaricare e usare quelli ufficiali di ARPAE, ISPRA e altri enti, imparare a “giocarci” un po’, monitorare il nostro clima locale e farci un’idea con i nostri occhi.

È più facile di quanto sembri, può anche essere divertente e soprattutto è il modo migliore per non farci prendere alla sprovvista dal prossimo “forno estivo” … e dalle fake news e negazionismi vari!

Venti grandi alberi da abbattere lungo Rampari di San Rocco. La Comune di Ferrara chiede trasparenza e un Piano del Verde e della Biodiversità

L’imminente abbattimento di circa venti grandi alberi lungo i Rampari di San Rocco solleva serie preoccupazioni e spinge La Comune di Ferrara a chiedere massima trasparenza e, soprattutto, l’urgente necessità di programmazione e di processi partecipativi nella gestione del verde urbano.

L’intervento, motivato da un generico “accertato rischio stabilità” e “rischio caduta”, ha portato alla chiusura della ciclopedonale e dei parcheggi prospicienti la cittadella di San Rocco. Tuttavia, l’entità e la dimensione degli alberi coinvolti – alcuni con un diametro di quasi 60 cm – rendono indispensabile una chiarificazione dettagliata.

Come consigliera comunale de La Comune di Ferrara, lunedì presenterò una richiesta di accesso agli atti per chiedere:

• quali perizie tecniche giustificano l’intervento?
• sono stati messi in atto interventi di cura e prevenzione negli ultimi anni?
• sono state valutate alternative all’abbattimento?

Soprattutto: che idea di città abbiamo, se non interveniamo per tempo su 20 alberi maturi in un’area storica e strategica, in piena crisi climatica?

In un contesto di crisi climatica sempre più evidente, con un giugno classificato come “anomalia fuori scala” per le sue temperature estreme, l’eliminazione di alberi maturi in un’area storica e strategica della città è inaccettabile senza una valutazione trasparente e una programmazione a lungo termine che coinvolga attivamente la cittadinanza.

Gli alberi non sono semplici “arredi urbani”, bensì infrastrutture ecologiche essenziali. Essi assorbono CO2, forniscono ombra e rinfrescano l’aria, trattengono le polveri sottili, promuovono la biodiversità, riducono il rischio di allagamenti e l’inquinamento acustico. Tagliare alberi in città senza una visione chiara e risorse stabili è un grave errore strategico.

Da mesi, come La Comune di Ferrara, denunciamo la mancanza di un Piano del Verde e della Biodiversità.

Questo strumento, obbligatorio per i Comuni sopra i 15.000 abitanti, è fondamentale per una gestione lungimirante del patrimonio arboreo urbano. A marzo di quest’anno abbiamo inoltre contestato come nelle previsioni di spesa per interventi straordinari per il verde pubblico si fosse passati dai 1.427.061 € del 2024 a 0 € nel 2025.
Solo con una recente variazione di bilancio sono state inserite risorse per il settore.

L’abbattimento di questi grandi alberi, unito ad interventi urbanisticamente discutibili come la piazza dei Rampari di San Paolo, evidenzia una preoccupante mancanza di una visione d’insieme e di capacità nella gestione di questa complessità ambientale, vegetale e patrimoniale della nostra città.

È tempo che l’amministrazione riconosca il valore inestimabile del nostro patrimonio verde e adotti un approccio che metta al centro la partecipazione dei cittadini e degli esperti nella pianificazione e nelle decisioni che riguardano il futuro della nostra Ferrara.

La Comune di Ferrara ribadisce l’urgenza di una programmazione partecipativa e trasparente che coinvolga la comunità nelle decisioni cruciali riguardanti il verde urbano, garantendo un futuro sostenibile e resiliente per la città.

La Comune di Ferrara (Zonari) e il PD (Nanni) chiedono al Sindaco una verifica di regolarità sui lavori effettuati nell’area verde del condominio di Via Fiume 3/b

I consiglieri Anna Zonari (La Comune di Ferrara) e Davide Nanni (PD) hanno presentato al Presidente del Consiglio Comunale e al Sindaco di Ferrara una interrogazione riguardante le problematiche sollevate dal  Comitato per un giardino verde di Via Fiume 3/b circa operazioni edilizie in un’area verde e su una strada interna di accesso veicolare.

Lo scopo dei residenti è quello di proteggere uno spazio verde che c’è da tanto tempo nel cortile del loro complesso e di difendere il loro diritto di passare liberamente (anche con le auto) sulla strada di accesso che parte da via Fiume 3/b e raggiunge le loro abitazioni.

I problemi segnalati dal Comitato al Comune riguardano il sospetto che siano stati fatti dei lavori non a norma

In particolare, una parte dell’area verde è stata coperta da uno strato di stabilizzato (materiale impermeabilizzante) e ghiaia per creare dei parcheggi, modificando, in questo modo, la destinazione d’uso del terreno.

Il Comune, in relazione ad una specifica porzione di quest’area, ha confermato che si è trattato di un abuso edilizio a cui è seguita una richiesta per regolarizzare la situazione (una “CILA in sanatoria”), che l’ufficio del Comune ha esaminato dando un parere favorevole

Nelle ultime settimane sono comparsi cartelli che annunciano lavori (anche per fare una recinzione) proprio dentro l’area verde, basati su quel permesso di regolarizzazione

Allo stesso tempo, chi sta facendo i lavori ha messo di sua iniziativa dei cartelli con scritto “posto auto riservato” sulla stradina di accesso che i residenti usano per le loro case.

Questa stradina è sempre stata usata da tutti i residenti per passare (con auto e a piedi) e costituisce un riconosciuto diritto di passaggio. È uno spazio comune, e anche ACER (che in passato possedeva l’area verde) ne aveva vietato la sosta auto.

Si precisa che le aree interessate non sembrano essere semplici cortili privati di qualche residente bensì spazi comuni all’intero complesso.

Al fine di capire al meglio la situazione e affrontare i problemi con la giusta cognizione di causa, i consiglieri comunali Zonari e Nanni chiedono al Sindaco e all’Assessore competente:

  • Se il Comune sia al corrente di quello che sta succedendo data l’importanza della zona sia storicamente che per il suo valore ambientale;
  • Se gli uffici del Comune abbiano dato permessi specifici per vendere o affittare posti auto sulla stradina di accesso o sulle altre aree;
  • Se sia stato controllato bene che i lavori autorizzati non diano fastidio al diritto di passaggio che i residenti hanno sulla stradina;
  • Se sia stata effettuata puntuale verifica che l’area trasformata in parcheggio sia coerente con la destinazione d’uso ufficialmente attestata su quel terreno;
  • Se gli uffici del Comune stiano controllando che, dopo aver tagliato degli alberi, venga seguito il piano per nuove piantumazioni sanzionando a dovere le eventuali inadepienze o ritardi;
  • Se è stato dato o si stia per dare un permesso ufficiale per cambiare la destinazione d’uso di queste aree, in quel caso chiedono anche una copia di questo permesso;
  • Cosa intenda fare il Comune per proteggere il diritto di passaggio sulla stradina e per garantire che le norme edilizie e quelle ambientali siano rispettate in tutta l’area interessata;
  • Infine vogliono sapere quali azioni l’Amministrazione Comunale ha in animo di mettere in campo a tutela della salute dei residenti e dei cittadini dell’intera area messa a rischio dall’aumento del traffico.

La risposta dell’assessore Stefano Vita Finzi Zalman 

Il PUMS: a che punto è il Piano per una Mobilità Sicura e Sostenibile a Ferrara?

La Sicurezza Stradale a Ferrara

La sicurezza stradale è cruciale per la qualità della vita dei cittadini di Ferrara, soprattutto per le categorie più vulnerabili. Purtroppo, i dati mostrano un alto livello di incidentalità, in particolare per ciclisti e pedoni.

Anche i dati ISTAT dell’ACI rivelano che la nostra Provincia è quinta in Regione per tasso di mortalità nonostante che siano di fatto diminuiti gli incidenti mortali dal 2021 al 2023. Negli stessi anni però gli incidenti risultano in netto aumento con conseguente aumento dei feriti coinvolti.

Considerando invece il solo territorio comunale nel corso del 2024 si sono verificati 561 incidenti con 8 morti e 717 feriti. (Fonte: Ferrara Today)

Il Piano Urbano della Mobilità Sostenibile (PUMS), è stato approvato dal Consiglio Comunale di Ferrara nel dicembre 2019. Si tratta di uno uno strumento fondamentale per migliorare la mobilità urbana, la qualità dell’aria e la sicurezza stradale. Questo piano si propone di raggiungere obiettivi ambiziosi entro un orizzonte di 10-15 anni, con controlli regolari ogni due anni.

Il testo del PUMS a questo link del sito del Comune di Ferrara

https://www.comune.ferrara.it/

Obiettivi del PUMS

– Riduzione dell’incidentalità stradale: entro il 2030, il PUMS mira a ridurre del 50% gli incidenti stradali, con particolare attenzione ai gruppi più vulnerabili come bambini, anziani, pedoni e ciclisti. L’obiettivo finale è quello di adottare una “Visione Zero Morti”.
– Miglioramento della sicurezza: il piano prevede interventi specifici per ridurre i conflitti e migliorare la sicurezza stradale, garantendo un sistema di viabilità efficiente e sicuro.

Azioni Concrete

Per raggiungere questi obiettivi, il PUMS prevede diverse azioni:
– Riqualificazione dei percorsi pedonali e messa in sicurezza degli attraversamenti.
– Educazione alla mobilità per promuovere comportamenti più sicuri.
– Implementazione di zone 30 e isole ambientali per ridurre la velocità e migliorare la qualità dell’aria.

A cinque anni dall’approvazione del PUMS la consigliera Anna Zonari de La Comune di Ferrara, in una interrogazione inviata alla Giunta e al Sindaco del Comune di Ferrara lunedì 27 gennaio 2025 pone le seguenti  importanti domande:

1. Stato di attuazione del PUMS: qual è lo stato attuale degli interventi previsti per la sicurezza stradale?
2. Monitoraggio degli obiettivi: sono stati effettuati i controlli periodici previsti? Quali strumenti sono stati utilizzati e quali sono i risultati principali?
3. Azioni per ridurre l’incidentalità: quali azioni concrete sono state intraprese per raggiungere l’obiettivo di riduzione del 50% degli incidenti entro il 2030?
4. Punti critici della rete stradale: quali sono i punti neri identificati e quali interventi sono stati programmati per migliorarne la sicurezza?
5. Partecipazione dei cittadini: come vengono coinvolti i cittadini e le associazioni nel processo di monitoraggio e attuazione degli interventi?
6. Disability Manager: è stato istituito il Disability Manager come previsto? Quali azioni ha intrapreso per garantire il diritto alla mobilità delle persone con disabilità?
7. Pianificazione futura: come si intende procedere per raggiungere gli obiettivi del PUMS nel breve, medio e lungo termine?
8. Utilizzo dei fondi: quanti fondi sono stati effettivamente spesi per le azioni del PUMS e come sono stati utilizzati?

La risposta a queste domande darà alla popolazione ferrarese utili informazioni sullo stato della sicurezza delle strade della città e del forese e sul processo di partecipazione e coinvolgimento dei cittadini nelle fasi attuative e di monitoraggio.

 

 

Trasporto pubblico

Mobilità urbana e territoriale.

Prosegue l’ampliamento del piano di trasporto pubblico, ciclopedonale e su rotaia in città e tra città caratterizzate da fenomeni di pendolarismo quotidiano; abbiamo inaugurato fin dal primo giorno un tavolo di lavoro specifico co-gestito con Bologna. Ha preso il via in questi mesi il servizio di minibus a idrogeno verde pensato per collegare il forese in modo sempre più efficace. L’obiettivo è quello di rendere residuale e occasionale il trasporto privato, per il quale comunque continua l’ampliamento della rete di colonnine di ricarica per le auto elettriche, alimentata dagli impianti comunali ed erogata a prezzi vantaggiosi per tutta la cittadinanza. Inizialmente è servita una buona dose di coraggio politico, perché puntare sulla mobilità pubblica e pedonale e limitare quella privata e automobilistica è certamente impopolare. Abbiamo ripensato la mobilità ribaltando lo schema gerarchico auto-bicicletta-pedone in pedone-bicicletta-auto, ridando centralità al trasporto pubblico. Il cambiamento culturale forte riguarda gli stili di vita e le priorità di ciascuno. Per convincere le persone a lasciare a casa l’auto e prendere il mezzo pubblico o la bicicletta abbiamo ragionato insieme ai quartieri per creare una rete diffusa di circuiti di piste ciclabili integrate col trasporto pubblico, in grado di coprire tutto il territorio comunale, urbanizzato e rurale. Il sistema dei parcheggi sta mutando per accompagnare le nuove priorità della popolazione. I parcheggi scambiatori per il centro storico non verranno  posti a ridosso del vallo delle mura, che è una zona di interesse patrimoniale, ma lungo le vie di accesso allo città che sarà raggiunta con le navette elettriche. Una tariffazione unica (parcheggio-navetta) renderà più agevole e economico il servizio. Infine stiamo attuando quanto di positivo propone il PUMS, ampliando gradualmente le zone 30 e le ZTL nel centro storico e nelle aree residenziali più dense fuori le mura. Mantenere un atteggiamento aperto alla complessità ci aiuta a modificare la rotta, se e quando serve.”

Decarbonizzazione urbana

Le città e i territori urbanizzati sono stati responsabili  per circa l’80% delle emissioni di gas a effetto serra. Ferrara sta coraggiosamente lavorando per affrancarsi da questa condizione e negli ultimi 5 anni, attraverso politiche e pratiche intrecciate, multi-scalari e multi-attoriali, attraverso il ricorso alla cittadinanza attiva consapevole e informata, abbiamo fatto scelte precise. Ce ne parla Serena, assessore alla transizione ecologica.

“Ferrara decarbonizzata è un vero e proprio laboratorio di pratiche condivise, dove l’Urban Center è concepito come strumento che favorisce e alimenta le pratiche partecipative e attraverso l’attivazione di un Design Lab, in collaborazione con UNIFE, che abbiamo denominato Ferrara LAB,  ha avviato ricerche progettuali interdisciplinari che supportino la elaborazione delle politiche a livello comunale e provinciale. Il Comune ha creato un gruppo operativo e una direzione per definire le azioni finalizzate all’attuazione della transizione ecologica sperimentando un approccio orientato verso le nature based solution.”

Energia ed Efficienza per gli spazi pubblici

Stefania Cavallari era seduta nel suo ufficio, quasi sprofondata dentro la grande poltrona a forma di culla che aveva deciso di regalarsi nel 2024, quando, all’inizio del suo mandato elettorale, fin dalle prime settimane, le fu chiaro che avrebbe trascorso molte delle sue sere in questo ufficio, nel Palazzo Municipale. Aveva, non senza timori, accettato una grande sfida: lavorare, con un team qualificato, per la decarbonizzazione della città di Ferrara.
Solo l’1% dei consumi di una città dipende dal Comune in senso stretto. Il 33% da mobilità e trasporti, il 33% da edifici privati e il rimanente 33% dalle imprese. Il piano per l’elettrificazione degli edifici pubblici aveva consentito di censire prima ed elettrificare poi tutte le strutture di proprietà comunale ed oggi, in tutti gli edifici comunali ci si scaldava senza bruciare gas: dalle lampadine al riscaldamento tutto era elettrico. E tutta l’energia proveniva da fonti rinnovabili.
Il trasporto pubblico era stato potenziato ed erano stati messi a disposizione incentivi per i cittadini. Ciò aveva portato ad una riduzione del 30% degli spostamenti in auto privata a favore di forme di mobilità dolce (piedi+bici), trasporto pubblico e riduzione tout-court di domanda di mobilità grazie al raffittimento del commercio di vicinato”