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Rodolfo Baraldini
Il Fallimento della Democrazia Partecipativa
Il contributo, “Si Fa Presto a Parlare di Partecipazione” di Una Cittadina ( molto ben informata ), mi sollecita ad aggiornare e ripubblicare qui alcune mie considerazioni sulla cosiddetta democrazia partecipativa.
Non fatevi ingannare dall’etimo, democrazia non è il governo del popolo, è infatti un rapporto tra governanti e governati dove il popolo, δῆμος, non governa, è governato; con però la possibilità di scegliersi i governanti e, come scrisse Popper, di cambiarli senza uso della violenza.
Premesso che di democrazia partecipativa e deliberativa se ne parla soprattutto da quando (anni’80 del XX secolo) emerse chiaramente la crisi delle democrazie rappresentative (aumento dell’assenteismo, sfiducia nelle istituzioni, movimenti/partiti personali o populisti [dietro il populismo si nasconde il monarca]) volevo qui analizzare perché, nonostante tutti gli strumenti di partecipazione previsti e programmati dalle attuali norme sovranazionali, nazionali o locali, nei fatti la democrazia partecipativa non funziona.
Per chi vuole saltare subito alla conclusione: la democrazia partecipativa non funziona perché siamo nell’era della audience democracy e della post-verità.
Cambiando punto di vista: la democrazia partecipativa potrebbe funzionare se da parte dei governanti ci fosse una reale disponibilità all’ascolto e se la cosiddetta “cittadinanza attiva” non fosse “scollegata” dalla cittadinanza “non attiva”.
Considerando:
• audience democracy – la democrazia del pubblico che assiste allo spettacolo della politica
• post-verità – circostanze nelle quali i fatti oggettivi sono meno influenti nell’orientare l’opinione pubblica di quanto lo siano gli appelli alle emozioni e alle convinzioni personali;
entrambi i fenomeni non sono altro che un ineluttabile sviluppo all’interno dei processi democratici in quella che è stata definita l’era della comunicazione.
Non molto tempo fa e da certe parti ancora oggi, se volevate impadronirvi del potere politico in un paese, era sufficiente controllare l’esercito e la polizia. Mao Tsé-Tung scriveva: “Il potere politico nasce dalla canna del fucile”. Oggi, in una società capitalista, dove l’informazione non è più uno strumento per produrre beni economici, ma è diventato esso stesso il principale dei beni, il potere politico è soprattutto in mano a chi controlla le comunicazioni. La definizione di “quarto potere” attribuita ai mezzi di comunicazione di massa per la loro influenza su un sistema democratico ha compiuto più di 250 anni. Venne formulata ben prima del film di Orson Wells. L’Italia ha insegnato al mondo che un imprenditore proprietario di televisioni e giornali, con un audience/pubblico enorme, può fondare dal nulla un suo partito/azienda e andare democraticamente al potere.
Ben prima dell’avvento di internet, 1964/68 in una critica alle tesi di Marshall McLuhan ( quello de: Il medium è il messaggio ) Umberto Eco ( quello de: I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività) faceva notare che non basta possedere o controllare i mezzi di comunicazione di massa, si deve anche utilizzare nel messaggio il codice di chi lo riceve. Insomma, usando le forti espressioni di Eco ,”Internet ha promosso lo scemo del villaggio a portatore di verità” tutte le volte che il suo messaggio utilizza il codice di chi lo riceve. Nella propaganda politica questo concetto di codice comune tra chi manda il messaggio e chi lo riceve può essere tradotto metaforicamente con: parlare alla testa o alla pancia della gente. La personalizzazione della politica e l’avvento dell’audience democracy ha spinto i governanti ad un contatto diretto/personale sui social media con il pubblico .
La campagna elettorale di Trump nel 2016 è stata fatta più su twitter che in Tv.
Valutando la presenza dei nostri amministratori locali su facebook ho trovato che Alan Fabbri, sindaco di Ferrara, ha 121.218 follower. Indipendentemente dal fatto che su facebook con una buona agenzia di web-marketing e un minimo investimento sia facile raccogliere qualche migliaio di follower questo dato rappresenta il fatto che in ogni momento il sindaco di Ferrara può raccontare la sua verità a più o meno 120.000 persone; una diffusione maggiore di quella con qualunque testata giornalistica locale. Conoscendo i grandi limiti di facebook ( io ad esempio per anni non ho consultato la mia pagina ) i follower non rappresentano certamente consenso elettorale, ma sono un potenziale pubblico che assiste allo spettacolo della politica (audience).
Cosa c’entra col fallimento della democrazia partecipativa?
Un fattore importante perché la democrazia partecipativa “funzioni” è la disponibilità all’ascolto dei governanti.
Ad esempio: una assemblea popolare che raccoglie si e no 200 cittadini, in massima parte appartenenti alla cosiddetta “cittadinanza attiva” , o per dirla come Umberto Eco, apocalittici, non è necessariamente rappresentativa dei desideri e bisogni della cittadinanza. I governanti attuali, novelli principi democratici, soppeseranno l’ascolto di queste istanze presentate da una sparuta cittadinanza attiva rispetto al ruolo schiacciante nella costruzione del consenso della demagogia, braccio politico della post-verità, vero e proprio canone del discorso politico che potenzialmente favorisce la volontà plebiscitaria.
Se come scrisse Luigi Bobbio “l’essenza della democrazia non consiste nella conta dei voti tra posizioni precostituite, secondo il principio di maggioranza, ma nella discussione fondata su argomenti tra tutti i soggetti coinvolti dal tema sul tappeto” la cosiddetta cittadinanza attiva non può arrogarsi il ruolo di rappresentante di tutti i soggetti coinvolti. E senza una discussione che coinvolga anche la cittadinanza “non attiva” il processo partecipativo parte zoppo.
Il problema non è solo nei nuovi canali di comunicazione che i demagoghi possono sfruttare. La televisione ha fatto una grande differenza nel modo in cui gli individui potevano connettersi agli elettori senza necessariamente aver bisogno dell’etichetta di un particolare partito politico o di una ideologia, ma i social media rendono ancora più facile per le figure che ambiscono al potere politico presentarsi direttamente al pubblico. La forza di questa comunicazione sta più che nel contenuto dei messaggi nella condivisione del codice di chi riceve il messaggio. E’ questo che, quasi sempre , manca nella comunicazione che fa la cosiddetta cittadinanza attiva, senza contare che spesso, con un atteggiamento autoreferenziale, neppure si preoccupa di comunicare a tutti i soggetti coinvolti le sue istanze, cercando il confronto diretto con i governanti prima ancora di aver coinvolto i cittadini. I governati sono sottoposti ad un bombardamento continuo di comunicazione politica: giornali, Tv, web e inevitabilmente sono portati a filtrare i contenuti in funzione del canale e del codice del messaggio. Gli esperti parlano di filtri epistemici, dove chi riceve il messaggio inevitabilmente è portato ad escludere canali e codici in cui non si riconosce. Per semplificare parlerei di pregiudizi. Insomma se il messaggio utilizza un canale o un codice “ambientalista” a priori se penso che gli ambientalisti sono dei fanatici imbecilli neppure ci provo a riceverlo. Lo stesso vale per codici “comunisti”, “fascisti”, “terrapiattisti”, “antivaccinisti”, “vaccinisti” ecc. ecc. Lo “scollegamento” tra cittadinanza attiva e cittadinanza non attiva è la seconda ragione, dopo la non disponibiltà all’ascolto dei governanti, dell’inevitabile fallimento della democrazia partecipativa. L’unica resistenza possibile, in un mondo dove “vince chi convince”, potrebbe essere in quella che Umberto Eco chiamò “guerriglia semiologica”, cioè una azione e comunicazione rivolta a chi riceve il messaggio politico adeguandosi al canale e rispettandone il codice. Questo non comporta necessariamente disconoscere la propria identità politica o ideologica; ma queste battaglie si vincono non dove la comunicazione parte ma dove arriva.
Rodolfo Baraldini
Contaminatio
Ammetto che mi hanno ispirato, ho citato o spudoratamente copia-incollato, testi sull’argomento che qui per correttezza, e per chi volesse approfondire, elenco:
• Bobbio, Luigi – Dilemmi della democrazia partecipativa – Franco Angeli -2006
• Apocalittici e integrati: comunicazioni di massa e teorie della cultura di massa, Milano, Bompiani, 1964
• Filippo Ferrari e Sebastiano Moruzzi – Verità e Post-verità: Dall’indagine alla post-indagine, 1088press, Bologna – 2020
• Nadia Urbinati, Dalla democrazia dei partiti al plebiscito dell’audience, in “Parolechiave” 1/2012,
• Umberto Eco – L’ era della comunicazione. Dai giornali a Wikileaks – La nave di Teseo, 7 febbraio 2023
• Marshall McLuhan – Gli strumenti del comunicare, Il Saggiatore, 3 febbraio 2015
• Luigi Bobbio, Gianfranco Pomatto – Il coinvolgimento dei cittadini nelle scelte pubbliche, Meridiana, Nuove forme di democrazia – 2007
• Beus, Jos. – Audience Democracy: An Emerging Pattern in Postmodern Political Communication – 2011
• Bernard Manin – The Principles of Representative Government , Cambridge University Press – 1997
• N. Urbinati – Io, il popolo. Come il populismo trasforma la democrazia, Bologna, Il Mulino – 2020
Argomento molto interessante che ricorda a tutti che la democrazia non si esaurisce nel momento del voto, ma vive ogni giorno nel dialogo tra istituzioni e comunità.
Eppure oggi ci accorgiamo che la partecipazione da sola non basta. Spesso si riduce a una somma di opinioni, a volte poco informate, che rischiano di trasformare il dibattito in una contrapposizione sterile. Per costruire davvero il futuro di una città serve un livello ulteriore: passare dalla partecipazione alla competenza.
Viviamo in un tempo in cui molte parole – sicurezza, inclusione, socialità, integrazione, democrazia – vengono usate e abusate nel dibattito politico. La loro forza sta proprio nel gioco dell’ambiguità ricercata: significano cose diverse a seconda di chi le pronuncia e del contesto in cui vengono calate: è la “guerriglia semiologica” di Umberto Eco citato nell’articolo.
Questo crea confusione nei cittadini, spesso ridotti a spettatori di uno scontro di slogan dai contenuti apparentemente equivalenti, ma dalle applicazioni e dai risultati spesso differenti:
Si veda per esempio il concetto di democrazia come sovranità nazionale e decisione della maggioranza – declinata come “democrazia muscolare” che concede più legittimità al capo eletto direttamente e che comporta meno mediazioni istituzionali – e quello appunto di democrazia partecipata, che abbraccia il pluralismo, l’inclusione delle minoranze, l’espressione delle biodiversità tutte.
Pensare allora ad una democrazia competente non significa escludere chi non sa, ma al contrario creare percorsi di alfabetizzazione civica che permettano a tutti di comprendere meglio i problemi, le soluzioni possibili, le conseguenze delle scelte. Significa aiutare i cittadini a leggere i bilanci, a capire le dinamiche economiche e sociali, a valutare le priorità, i diritti e i doveri e, da ultimo ma non per ultimo, la propria dignità come persona e il proprio ruolo nella comunità.
Accanto alla competenza dobbiamo aggiungere quindi un altro ingrediente indispensabile: l’inclusione. Non c’è democrazia senza la capacità di coinvolgere chi di solito resta ai margini: giovani, anziani, persone fragili, minoranze culturali. L’inclusione rende più ricco il processo democratico, perché porta punti di vista che altrimenti andrebbero perduti.
Ecco allora la direzione: da democrazia partecipativa a democrazia competente e inclusiva. Una politica che non si accontenta del consenso immediato, ma lavora per costruire comunità consapevoli, responsabili e solidali. Una politica che non alimenta paura e divisione, ma fiducia e collaborazione.
Ferrara, come tante città, ha davanti a sé questa sfida: trasformare i cittadini da spettatori passivi a protagonisti competenti e inclusivi della vita pubblica. È un cammino lungo, ma necessario, per dare nuova forza alla democrazia.
Pienamente d’accordo sia con l’analisi che con la proposta. Per sperimentare forme di democrazia partecipativa, è fondamentale il ruolo pro attivo di chi gioverna. In particolare un’Amministrazione che abbia la volontà politica dovrebbe in primis destinare risorse economiche ai processi partecipativi, perché servono diversi elementi: persone formate all’ascolto, alla predisposizione di strumenti ad hoc, alla facilitazione delle assemblee (fermo restando che per partecipare alle assemblee serve una motivazione, non necessariamente politica), ma ancor prima serve la volontà politica di entrare davvero in contatto non solo con I bisogni della cittadinanza tutta, ma anche delle risorse. Se insieme ai bisogni individuo le risorse, posso poi co programmare e co progettare interventi davvero inclusivi, che hanno tenuto conto di osservatori ampi, in primis delle fragilità. La Comune nel 2023 ha proposto un piccolo esempio in tal senso: come può essere un quartiere a misura di bambina/o, di anziana/o, di persona con disabilità? Politica è anche dare risposte alle fasce più fragili della popolazione.