
Quando il silenzio diventa complicità
Durante il terremoto de L’Aquila e Amatrice, un’immagine rimase impressa nella coscienza collettiva: mentre sotto le macerie si moriva, alcuni imprenditori ridevano al telefono immaginando i guadagni della ricostruzione. Quell’episodio divenne il simbolo della distanza fra la sofferenza reale e l’indifferenza di chi avrebbe dovuto agire con responsabilità.
Di fronte al dramma di Gaza e di tutta la Palestina, il comportamento del Governo italiano richiama quella stessa distanza. La scelta di non prendere una posizione chiara, di mantenere una neutralità che di fatto equivale a un silenzio complice, produce lo stesso effetto morale: mentre civili perdono la vita, le istituzioni, che dovrebbero difendere il valore universale dei diritti umani, restano immobili, come se non fosse compito loro intervenire.
Nel frattempo, mentre migliaia di persone stremate cercano ancora di sopravvivere tra le rovine e sotto le bombe o fuggendo verso improbabili zone “sicure”, quasi trappole per topi, dai tavoli della diplomazia internazionale emergono persino progetti di resort di lusso per il futuro di quei luoghi: un’immagine che stride con la tragedia presente e che ricorda sinistramente quelle risate al telefono.
Il dolore di oggi diventa ancora una volta occasione di profitto del domani.
Gaza immensa Guernica.
Gaza non solo oggi è un luogo devastato, ma il simbolo della violenza cieca che si abbatte sui civili, e della memoria che resterà incisa ben oltre i calcoli politici del presente.
Non si tratta di accuse superficiali, ma di una constatazione: l’inerzia politica, in tempo di tragedia, ha lo stesso peso della risata di allora. Non è solo una questione di opportunità diplomatica o di equilibri geopolitici, ma di responsabilità etica.
Perché la storia, prima o poi, chiederà conto non soltanto delle azioni compiute, ma anche dei silenzi mantenuti.
Accettare quel silenzio pilatesco e compiacente (l’Italia riconosce la necessità di due Stati per due Popoli, ma non riconosce ancoa la Palestina in quanto tale: sostengono che sarebbe “controproducente”) significa renderlo anche nostro, mentre scegliere di alzare la voce – con le parole, con i gesti, con l’impegno civile – è l’unico modo per dire che la vita umana non può mai essere materia di calcolo, interesse e convenienza.
“Guernica, nel 1937, fu il simbolo della barbarie moderna: una città rasa al suolo dai bombardamenti, civili innocenti ridotti in macerie e dolore, e l’arte di Picasso che trasformò quella tragedia in un grido universale contro la guerra. Oggi Gaza è il nostro Guernica: una popolazione civile sotto assedio, case e scuole annientate, un intero popolo trasformato in bersaglio, un immenso murale di macerie e sangue che interroga la coscienza collettiva.
Se Guernica denunciava la brutalità del secolo scorso, Gaza denuncia, come ciò che avvenne durante il terremoto di L’Aquila e Amatrice, le contraddizioni e le complicità del nostro tempo. E, come allora, il silenzio complice di alcuni spettatori rischia di pesare quanto le bombe: rimarrà ad imperitura memoria di una pagina triste ed evitabile della nostra storia e in particolare di questa legislatura.”
Grazie Andrea per questa bella riflessione. Troppo spesso ci si dimentica del passato, anche molto recente. Oppure è una strategia di sopravvivenza?