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Andrea Pieragnoli
Il Grattacielo, i profughi e l’insieme che non si vuole vedere
Il dramma del Grattacielo non ha prodotto solo sfollati.
Ha prodotto profughi interni, persone costrette ad abbandonare improvvisamente la propria casa senza aver attraversato confini, ma attraversando una frattura molto più profonda: quella dello sguardo pubblico.
Chi abita nel grattacielo è stato raccontato prima ancora che ascoltato.
Etichettato.
Associato a un’idea di marginalità, di irregolarità, di degrado.
Come se l’edificio sia diventato la prova di una colpa collettiva.
Eppure la realtà — testarda, documentata — ha mostrato altro:
la quasi totalità degli inquilini ha un lavoro regolare, contratti, turni, stipendi.
Persone che ogni mattina escono di casa per far funzionare pezzi interi della città: logistica, assistenza, ristorazione, edilizia, servizi.
Non invisibili perché assenti, ma Invisibili perché non rientrano nella narrazione rassicurante di chi è considerato “cittadino normale”.
L’invisibilità non come condizione, ma come scelta collettiva
Qui emerge con forza il tema degli insiemi invisibili.
Gli abitanti del Grattacielo non sono un’eccezione: sono una comunità esperienziale fatta di lavoro, cura, famiglia, precarietà abitativa, resilienza quotidiana.
Ma sono collocati (molti si sono trovati) in uno spazio e in un contesto che permette di non vederli davvero.
Un edificio che é diventato contenitore simbolico:
“stanno lì, quindi sono altro”.
Quando la crisi è esplosa, lo sguardo non è cambiato. Si è solo fatto più duro.
Non si è parlato abbastanza di biografie spezzate, di bambini che hanno perso riferimenti,
di adulti che hanno continuato ad andare al lavoro senza più una casa, di famiglie improvvisamente sospese.
Si è parlato, invece, di ordine, sicurezza, decoro.
Categorie che spesso servono a non nominare le persone.
Dalla casa al campo profughi urbano
Il paradosso è questo:
senza venire da lontane frontiere, senza viaggi clandestini ben più pericolosi, senza passati illegali o burrascosi, senza muoversi dalla Città ma semplicemente stando a casa loro, queste persone sono diventate profughi.
Non perché straniere, ma perché espulse simbolicamente.
Il Grattacielo non é solo un problema edilizio. Probabilmente non bello, non più simbolo di modernità, non più prestigioso abitare, certo, ma comunque casa, rifugio, sicurezza.
E’uno specchio: mostra una parte di città che lavora, paga, vive, con la quale ogni gorno ci incontriamo e ci confrontiamo.
ma che viene tollerata solo se, nella sua intimità e al di fuori dei ruoli, resta invisibile.
Quando diventa evidente, allora é scomoda. E il dramma dell’edificio si trasferisce indistintamente ai suoi abitanti, che paradossalmente, per quanto in regola in ogni adempimento,
non hanno più, se pure in situazione emergenziale, diritto ad una casa, ad un luogo, ad una identità. Arriva allora rapidamente il verdetto: colpevoli. Colpevoli di abitare lì.
Cittadino è chi non abita lì.
E scomodi. Talmente scomodi che c’è chi pensa, senza titolo alcuno e con enorme ghettizzante crudeltà morale, di abbatterne
le case per costruirci delle villette, dei parcheggi.
Scomodi da cancellarne le fatiche, le speranze, la storia e delegittimando facilmente ogni tentativo di resilienza più volte tentato.
Vedere o non vedere: una scelta politica
Riconoscere questo insieme invisibile significa fare una scelta chiara:
scegliere di guardare la città per quello che è davvero,
non per come conviene raccontarla.
Significa dire che:
il lavoro regolare non garantisce automaticamente dignità abitativa,
l’integrazione non è solo una parola, ma una pratica concreta,
la marginalità non nasce dall’irregolarità, ma dall’esclusione.
Il dramma del grattacielo ci chiede una cosa semplice e difficile insieme:
smettere di parlare delle persone e iniziare a parlare con le persone.
Perché non esiste sicurezza senza riconoscimento.
Non esiste decoro senza giustizia sociale.
E non esiste città se una parte di chi la tiene in piedi viene relegata in un insieme invisibile che, in fondo, si continua a non voler vedere.
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