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La Comune di Ferrara | Femminile, Plurale, Partecipata

Inviato il:

1 Febbraio 2026

Andrea Pieragnoli

La scuola luogo di cittadinanza

La scuola non è un luogo di identità, ma di cittadinanza
Prima di cambiare le regole, occorre cambiare le parole.

Dentro la scuola non esistono diversità etniche o genetiche.
Non perché non esistano le persone, le storie, le provenienze, ma perché la scuola svolge un’altra funzione: sospende l’origine per costruire cittadinanza.
La scuola non è il luogo dove si certifica chi siamo, ma dove impariamo come stare insieme.
Non riconosce identità, non le gerarchizza, non le difende.
Costruisce un patto comune: lingua, regole, conoscenza, responsabilità.

Studiare non è un atto neutro.
È il processo attraverso cui si diventa cittadini.
Questa non è una posizione ideologica, né tantomeno una negazione delle differenze.
È una scelta costituzionale: l’uguaglianza non è cancellazione delle storie personali, ma il terreno condiviso su cui le differenze smettono di essere un problema politico.

Negli ultimi anni, però, questo terreno comune è stato progressivamente eroso da un altro fenomeno: la militarizzazione del linguaggio pubblico.
La politica parla sempre più spesso come se fosse in guerra.
Emergenze continue, nemici da individuare, confini da difendere, tolleranza zero, ordine da ristabilire. Un lessico che non descrive la realtà, ma la deforma.
Questo linguaggio trova nel web il suo ambiente ideale.
Uno spazio dove l’aggressività appare priva di conseguenze e dove la violenza verbale viene spesso vissuta come legittima, perché percepita come semplice imitazione di ciò che la politica già pratica.
Non un eccesso, ma una riproduzione.

Quando il linguaggio si militarizza, accadono due cose.
La prima è che il conflitto viene semplificato: non ci sono più problemi da risolvere, ma avversari da sconfiggere.
La seconda è che questa semplificazione scende dall’alto e diventa pratica quotidiana.

La politica lo alimenta.
Il dibattito pubblico lo normalizza.
Il corpo sociale lo riproduce.

La violenza, così, non nasce improvvisamente nei quartieri o nelle scuole.
Nasce prima, molto prima, nelle parole che scegliamo di usare.
In questo contesto, la scuola resta uno degli ultimi argini possibili.
Non perché sia un luogo ideale o immune dai conflitti, ma perché è lo spazio in cui il conflitto può essere regolato, discusso, attraversato senza trasformarsi in scontro permanente.

La scuola insegna – o dovrebbe insegnare – che il dissenso non richiede nemici, che la convivenza non è una concessione, che la cittadinanza non è un fatto naturale ma un apprendimento continuo.
Per questo è pericoloso caricare la scuola di funzioni identitarie, culturali o simboliche che non le appartengono.
Ogni volta che la scuola viene chiamata a “difendere” qualcosa o qualcuno, smette di educare e comincia ad addestrare.
Non integrazione, non assimilazione, non contrapposizione.
Ma apprendimento del patto repubblicano
.
Se vogliamo davvero parlare di sicurezza, dobbiamo partire da qui.
Dalla capacità di disarmare il linguaggio, prima ancora di pensare a nuove regole o nuovi controlli.
Perché una società che parla come se fosse in guerra, prima o poi, una guerra la pratica davvero.


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