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Andrea Pieragnoli
La forma degli alberi resilienza urbana
DALLA CHIOMA ALLA CANOPEA: COME LA FORMA DEGLI ALBERI COSTRUISCE LA RESILIENZA DELLA CITTÀ
Il temporale che il 16 luglio ha colpito Ferrara non è stato soltanto un episodio di maltempo.
In poche ore la città ha mostrato tutta la sua fragilità: alberi sradicati, rami spezzati, strade impraticabili, allagamenti e danni diffusi.
La domanda che molti si sono posti è stata inevitabile: perché sono caduti così tanti alberi?
Le risposte, come spesso accade, si sono divise in due schieramenti opposti.
Da una parte chi considera gli alberi un pericolo e invoca abbattimenti più estesi. Dall’altra chi ritiene che ogni intervento sulla loro chioma sia una violenza da evitare.
Mi sono accorto, però, che il dibattito ruotava quasi esclusivamente attorno alla manutenzione.
Nessuno sembrava chiedersi se il problema non fosse anche il cambiamento del contesto climatico nel quale quegli alberi sono chiamati a vivere.
Nei giorni successivi ho letto con interesse un intervento del professor Farinella dedicato agli alberi e alla loro gestione. Quella lettura non mi ha fornito una risposta definitiva, ma mi ha suggerito una domanda diversa: E se stessimo osservando il problema sotto una prospetiva parziale?
LA FORMA DELLA CHIOMA
Durante alcuni viaggi nel sud della Francia mi era capitato di osservare alberi dalle forme insolite.
Le loro chiome non sembravano né lasciate crescere casualmente né ridotte dalle potature drastiche a cui siamo spesso abituati.
Davano piuttosto l’impressione di essere state accompagnate nel tempo verso una forma precisa.
Per anni avevo pensato che fosse soltanto una scelta estetica. Poi ho scoperto che non era così.
In Provenza, Occitania, Linguadoca e nella Valle del Rodano la forma dei grandi platani è il risultato di una lunga tradizione di arboricoltura urbana.
La potatura non è considerata un intervento occasionale, ma parte integrante del progetto della città.
Lungo i boulevard le chiome vengono allevate per creare gallerie d’ombra.
Nelle piazze dialogano con gli edifici storici.
Lungo le strade esposte al Mistral assumono forme più compatte e resistenti al vento.
In altri casi vengono allevate “a candelabro” o “a testa di salice”, tecniche che possono apparire drastiche ma che, se praticate con continuità fin dai primi anni di vita, producono alberi longevi e strutturalmente stabili.
La differenza, più che tecnica, è culturale.
In molta della tradizione italiana la potatura viene ancora percepita come una manutenzione straordinaria o come una risposta all’emergenza.
Nella tradizione francese, invece, la forma dell’albero viene progettata insieme alla forma della strada, della piazza e del paesaggio.. La forma diventa parte del progetto urbano.
LA CHIOMA È L’UNITÀ FUNZIONALE DELL’ALBERO
Questa osservazione mi ha portato a guardare gli alberi in modo diverso.
Le radici ancorano la pianta al terreno e la alimentano.
Il tronco sostiene e distribuisce energia.
La chioma, invece, è il luogo dove l’albero incontra il mondo.
È la chioma che intercetta la luce, dialoga con il vento, regola la traspirazione, assorbe anidride carbonica, produce ossigeno, genera ombra e contribuisce a raffrescare l’ambiente circostante.
La chioma è l’interfaccia tra l’albero e l’atmosfera.
È, in fondo, la sua unità funzionale.
Se cambia l’atmosfera, cambia inevitabilmente anche il modo in cui questa interfaccia deve funzionare.
Forma e funzione
Da qui nasce una riflessione che va ben oltre gli alberi.
Quando l’ambiente cambia, la funzione può rimanere la stessa. È la forma che deve evolvere.
Per milioni di anni è stata l’evoluzione a modellare questo rapporto.
Ogni forma è la memoria di un adattamento riuscito.
Oggi, però, il cambiamento climatico procede molto più rapidamente dell’evoluzione biologica.
Gli alberi si trovano ad affrontare condizioni nuove in tempi troppo brevi perché l’evoluzione possa fare il suo corso.
Nelle città esiste inoltre un limite ulteriore.
Non abbiamo a che fare con popolazioni naturali, ma con individui che abbiamo scelto, piantato e inserito in uno spazio artificiale.
Nasce così una nuova responsabilità: non cambiare la funzione della natura, ma aiutarla a conservarla.
L’adattamento non consiste nel cambiare funzione.
Consiste nel modificare la forma affinché quella funzione possa continuare a essere svolta.
Intervenire sulla forma della chioma significa aiutare l’albero a svolgere meglio il proprio ruolo in un clima che è cambiato più rapidamente di quanto lui abbia potuto fare.
DALLA CHIOMA ALLA CANOPEA
Qui il ragionamento cambia scala.Se la chioma è l’unità funzionale dell’albero, la canopea (una sequenza di chiome) è l’unità funzionale della città.
Quando molte chiome lavorano insieme nasce una nuova infrastruttura. Non appartiene più al singolo albero: appartiene all’ecosistema urbano.
È proprio questa prospettiva che oggi guida molte ricerche sull’arboricoltura urbana.
A Parigi, ad esempio, il progetto del verde non si limita più alla scelta delle specie, ma considera la continuità della canopea: l’insieme delle chiome che ombreggia gli spazi pubblici, raffresca il microclima, rallenta il vento, intercetta parte delle acque meteoriche, favorisce la biodiversità e migliora la qualità della vita.
L’oggetto della progettazione non è più soltanto l’albero, è la canopea urbana.
Ma una canopea non è semplicemente la somma delle chiome dei singoli alberi. È un sistema nel quale gli alberi collaborano tra loro. Le chiome si integrano, distribuiscono meglio ombra e ventilazione, attenuano gli effetti del vento e contribuiscono a creare un microclima più stabile.
Anche la diversificazione delle essenze diventa parte della resilienza.
Così come negli ecosistemi naturali la biodiversità riduce la vulnerabilità a malattie e parassiti, anche in città alternare specie diverse evita che un unico patogeno possa compromettere interi filari.
La progettazione riguarda quindi non solo la scelta delle specie, ma anche la loro disposizione nello spazio. La distanza dagli edifici, l’esposizione ai venti dominanti, lo sviluppo delle radici e delle chiome, la continuità della copertura vegetale: tutto contribuisce a ridurre il rischio durante eventi meteorologici estremi.
GLI ALBERI SONO ORGANI DELLA CITTÀ
La resilienza urbana non dipende soltanto dalla specie scelta.
Dipende dalla forma delle chiome, dalla continuità della canopea e dalla qualità delle relazioni che gli alberi costruiscono tra loro e con il contesto urbano.
Questa prospettiva cambia profondamente il nostro modo di guardare il verde.
Gli alberi non sono elementi d’arredo, ma organi dell’ecosistema urbano.
Ogni chioma svolge una funzione per il proprio albero, la canopea svolge una funzione per l’intera città.
La resilienza urbana non dipende soltanto dalla specie scelta.
Dipende anche dalla qualità della canopea che la città riesce a costruire.
UNA LEZIONE CHE RIGUARDA TUTTA LA CITTÀ
A questo punto il ragionamento si allarga naturalmente.
Un albero continua a essere un albero, ma può cambiare la forma della chioma.
Un fiume continua a essere un fiume, ma può ritrovare una piana di esondazione.
Una piazza continua a essere una piazza, ma può aumentare la copertura vegetale e diminuire quella minerale.
La funzione rimane. La forma evolve.
Forse è proprio questo il significato più profondo della resilienza climatica.
Non cambiare le funzioni degli ecosistemi.
Ripensarne le forme affinché quelle funzioni possano continuare a esistere.
GLI ALBERI E GLI ANZIANI
Ripensando a tutto questo mi è venuta in mente un’immagine; i grandi alberi delle nostre città assomigliano agli anziani.
Hanno radici profonde in un luogo che, mentre loro continuano a vivere, cambia continuamente.
Talvolta hanno bisogno di essere sostenuti, proprio come una persona che cammina con il bastone.
Ma non li sosteniamo perché sono deboli.Li sosteniamo perché sono preziosi.
Custodiscono una memoria bioloica e storica che nessun giovane albero può ancora avere.
Sono loro che producono la maggiore ombra, raffrescano di più, ospitano più biodiversità e raccontano la storia ecologica della città.
Prendersi cura di loro significa prendersi cura della memoria vivente dell’ecosistema urbano.
UNA DOMANDA PER FERRARA
Forse le tempeste che hanno colpito Ferrara non ci stanno chiedendo soltanto di migliorare la manutenzione del verde.
Ci stanno chiedendo qualcosa di più.
Per anni abbiamo progettato alberi.
Oggi dobbiamo imparare a progettare chiome. E, attraverso le chiome, progettare la canopea urbana.
Perché la canopea non è il risultato casuale della crescita degli alberi.
È una delle principali infrastrutture climatiche della città.
Progettare la canopea significa progettare il funzionamento climatico della città.
Significa scegliere specie diverse quando la biodiversità aumenta la resilienza, modellare le chiome in funzione del vento e del sole, collocare ogni albero nel luogo in cui possa svolgere al meglio la propria funzione e contribuire a quella degli altri.
In un ecosistema la resilienza non nasce mai dalla forza del singolo elemento.
Nasce dalla qualità delle relazioni.
Forse questa è una delle grandi sfide dell’urbanistica del XXI secolo.
Qui l’intervento sulla rivista Periscopio del professor ROMEO FARINELLA
LA CRISI CLIMATICA COME PRETESTO PER NON MITIGARE … MA ADATTARE
Per approfondire
Questa riflessione trova interessanti punti di contatto con alcune ricerche sviluppate negli ultimi anni, in particolare in Francia:
INRAE – Architecture et fonctionnement des arbres face au changement climatique: sul rapporto tra architettura della chioma, funzionamento biologico e adattamento climatico.
Qui si può scaricare un PDF molto interessante
Centre de ressources pour l’adaptation au changement climatique: documentazione sulle strategie di adattamento climatico applicate al verde urbano.
Alcune immagini tratte dal PDF sopra elencato



Suggestivo lettura, perfino emozionante. Prezioso stimolo e strumento di lavoro per noi che vogliamo fare la differenza. Hai riportato sul piano quotidiano, dell’esperienza concreta, quello che acquisiamo dagli studi tecnici e accademici, come quelli del prof. Faronella, e reso possibile pensare che sia necessario perché fattibile.
Grazie Daniela! . C’è una frase del tuo commento che mi porterò dentro: «rendere possibile pensare che sia necessario perché fattibile».
In fondo è questo il compito che con i miei articoli vorrei affidare a Voci dalla città: costruire un ponte tra la ricerca e la vita quotidiana. Gli studi scientifici ci aiutano a comprendere il mondo, ma diventano davvero utili quando riescono a trasformarsi in strumenti di lettura della realtà e, magari, in idee per progettare insieme una città migliore.
Se questo articolo è riuscito a trasmettere questa possibilità, allora significa che siamo sulla strada giusta.
Grazie Andrea, condivideró con tutti questo prezioso articolo nella speranza di agitare gli animi, a far capire quanto siano fondamentali gli alberi e la natura; dovrebbero occupare il primo posto, al massimo il secondo, nei nostri pensieri, e non solo per la loro gestione, ma proprio perché vanno amati per tutti i regali che ci danno ogni giorno. Grazie!
È un approccio molto interessante; ho osservato che sono caduti soprattutto pioppi cipressini e platani, mentre alberi come i tigli sembrano essere passati indenni. La cosa andrebbe analizzata più approfonditamente, da un punto di vista statistico. È molto tempo che ho notato che i platani lungo le strade vengono potati in un modo che li spinge a diventare sempre più alti, anziché essere contenuti. Due o tre anni fa i pioppi cipressini di viale Belvedere erano stati spogliati di tutti i rami fino all’altezza dei lampioni, perché schermavano la luce. Poi quei rami sono ricresciuti e, da non esperta, ho pensato che, forse, la drastica potatura per quella sottospecie di pioppo non fosse problematica: ora invece mi chiedo se, al contrario, quella potatura fosse problematica eccome, e se tutti i nostri pioppi cipressini gestiti abbiano attraversato nel corso della loro esistenza trattamenti simili che possano averli indeboliti.
Complimenti Andrea, riesci sempre a rendere poetici dei temi molto tecnici!
Quando parli della forma dell’albero, delle sue parti, della canopea (grazie per avermi insegnato un termine che non conoscevo!) la mia mente era già corsa alla forma della società, alle interazioni tra le parti, ai rapporti tra associazioni, movimenti, forze politiche che devono collaborare come le chiome degli alberi e adattarsi tra di loro. “La chioma, invece, è il luogo dove l’albero incontra il mondo”: è come se tu stessi parlando della politica che deve intercettare i cambiamenti del contesto…
Grazie Silvia, perché hai colto un aspetto che non ho voluto esplicitare, ma che era presente mentre scrivevo.
Credo che i principi che regolano gli ecosistemi abbiano spesso qualcosa da insegnarci anche sul modo in cui costruiamo le nostre comunità. La resilienza nasce raramente dalla forza del singolo elemento; più spesso nasce dalla qualità delle relazioni che riesce a costruire con gli altri e dalla capacità di adattarsi ai cambiamenti senza perdere la propria funzione.
La cosa interessante è che questo percorso nasce quasi sempre dall’osservazione, prima ancora che dalla conoscenza delle regole. Si osserva un fenomeno, si intuisce che dietro quella forma non esiste soltanto un ordine, ma anche una necessità. Solo dopo si cercano gli strumenti scientifici che aiutano a comprenderlo e a dargli un nome.
Se, parlando della chioma e della canopea, ti è venuto naturale pensare anche alla politica e alla società, significa che forse questi linguaggi non sono poi così lontani tra loro. Ed è proprio questo dialogo che mi piacerebbe continuare a esplorare.
Una lettura molto interessante, sono sempre più convinta che servano sempre più dei tecnici agronomi quando si progetta del “verde cittadino”. Alla stessa maniera sono convinta che bisogna smettere di piantare alberi e poi lasciarli a se stessi, senza aiutarli durante la stagione più secca, senza potature che ne rafforzino la chioma … oltre al fatto che dobbiamo smettere di piantarli in ridicole porzioni di terreno, strozzandoli nel cemento invece di pensare ad aiuole verdi