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Andrea Pieragnoli
L’intelligenza artificiale dentro l’ecosistema
Energia, tecnologia e responsabilità verso una diversa idea di progresso
Il progresso passa anche attraverso l’uso corretto dell’intelligenza artificiale.
Ma cosa significa “corretto”?
L’AI promette di trasformare il lavoro, la ricerca, i servizi e la nostra capacità di elaborare conoscenza. Al tempo stesso richiede quantità crescenti di energia, infrastrutture, acqua e capacità di calcolo.
Da qui nasce una contrapposizione apparentemente inevitabile: AI contro ambiente.
Forse, però, la domanda è sbagliata.
Non dovremmo chiederci soltanto quanta energia consumerà l’intelligenza artificiale.
Dovremmo chiederci come inserirla nel sistema energetico, ambientale e sociale nel quale dovrà vivere.
QUANDO IL SURPLUS DIVENTA LAVORO
Le fonti rinnovabili introducono un problema particolare: la produzione non coincide necessariamente con la domanda.
Il sole produce soprattutto nelle ore centrali della giornata.
In quelle stesse ore può accadere che la produzione fotovoltaica superi la capacità del sistema di assorbirla.
Abbiamo quindi energia disponibile che rischia di essere sprecata.
Ma esiste un’altra possibilità.
Una parte del lavoro computazionale non deve essere eseguita immediatamente. Addestramento di modelli, elaborazione di grandi quantità di dati, simulazioni e altri processi possono essere programmati.
Perché non aumentare queste attività quando l’energia rinnovabile è disponibile in eccesso e ridurle quando la rete è sotto pressione?
Il data center diventerebbe così un carico flessibile, capace di adattarsi alle condizioni del sistema.
Non si tratta semplicemente di alimentare l’AI con energia rinnovabile.
Si tratta di fare in modo che una parte dell’AI lavori quando l’energia rinnovabile è disponibile.
È una differenza sostanziale.
DALLA MACCHINA ALL’ECOSISTEMA
Un data center non è soltanto una macchina che consuma energia.
Ha bisogno di rete, territorio, acqua, infrastrutture e persone.
Produce calore, dati, conoscenza e valore economico.
E l’AI stessa può contribuire a ottimizzare il sistema che la alimenta: prevedere la produzione rinnovabile, gestire la domanda, ottimizzare gli accumuli, individuare inefficienze.
Si crea così una relazione circolare:
energia → calcolo → conoscenza → servizi → territorio → valore
con continui ritorni verso il sistema energetico e ambientale.
È qui che la tecnologia smette di essere un elemento isolato e diventa parte di un ecosistema.
LA QUESTIONE NON È SOLTANTO QUANTO CONSUMIAMO
Questo cambia anche la questione morale.
Se l’AI consuma energia, la prima risposta è: deve consumarne meno.
Necessario, ma non sufficiente.
Possiamo chiederci anche:
Quale relazione instauriamo con le risorse che utilizziamo?
Un data center che consuma indifferentemente, anche nei momenti di maggiore pressione sulla rete, è una cosa.
Un’infrastruttura che modula il proprio consumo, utilizza il surplus rinnovabile, recupera il calore e restituisce valore al territorio è un’altra.
Il consumo non scompare: cambia la relazione tra il consumatore e l’ecosistema.
Ed è qui che compare un concetto più esigente della semplice sostenibilità: la responsabilità ecosistemica
Essere responsabili non significa soltanto evitare di produrre danni.
Significa riconoscere che ogni nostra azione modifica il sistema di relazioni nel quale viene compiuta.
Se utilizziamo energia, modifichiamo il sistema energetico.
Se occupiamo territorio, modifichiamo il territorio.
Se introduciamo una tecnologia, modifichiamo l’ambiente umano nel quale quella tecnologia opera.
La responsabilità riguarda quindi non soltanto ciò che facciamo, ma l’ecosistema che contribuiamo a costruire.
ANCORA UNA RIFLESSIONE
È difficile, a questo punto, non pensare a Pasolini.
La sua critica del potere ci ricordava che il potere non si limita a governare: trasforma.
Trasforma l’ambiente sociale, i comportamenti, i desideri, i linguaggi e le relazioni.
La stessa domanda dobbiamo oggi porcela davanti alla tecnologia.
L’intelligenza artificiale non è soltanto uno strumento che utilizziamo.
Modifica il lavoro, l’accesso alla conoscenza, i rapporti economici, le infrastrutture e il consumo delle risorse.
Per questo la domanda non può essere soltanto:
Che cosa può fare l’AI?
Deve diventare:
Che tipo di ambiente umano produce il modo in cui scegliamo di utilizzarla?
LA PROVA DEL GREEN
C’è però un’altra conseguenza dell’approccio ecosistemico.
Una vera azienda green non è quella che riesce a dichiararsi sostenibile.
È quella che accetta i compromessi necessari per esserlo.
Per un grande data center questo può significare accettare di modulare i propri consumi, utilizzare maggiormente l’energia nei momenti di surplus, ridurre il carico quando la rete è sotto pressione, rendere trasparenti i propri consumi, recuperare il calore e restituire valore al territorio.
Sono vincoli reali.
E proprio per questo sono più significativi di una dichiarazione di principio.
Il greenwashing prospera quando la sostenibilità rimane un’immagine separata dal comportamento.
L’ecosistema rende invece la sostenibilità misurabile attraverso le relazioni.
Non basta chiedere: “Quanta energia rinnovabile utilizzi?”
Bisogna chiedere: “Come ti comporti quando l’energia rinnovabile non c’è?”
Non basta sapere quanto investi.
Bisogna vedere quali compromessi sei disposto ad accettare.
Perché la sostenibilità, quando è reale, non è soltanto un vantaggio.
È anche un vincolo.
E forse è proprio questo il modo più efficace per distinguere la responsabilità dalla comunicazione.
DALLA SOSTENIBILITÀ ALLA RECIPROCITÀ
Un ecosistema non vive soltanto di efficienza.
Vive di reciprocità.
Se un territorio mette a disposizione energia, acqua, infrastrutture e suolo, l’infrastruttura che vi si insedia dovrebbe restituire valore.
Se la rete garantisce energia, il data center può offrire flessibilità.
Se una comunità sostiene un’infrastruttura strategica, può ricevere servizi, conoscenza e opportunità.
Se il sistema produce calore, quel calore può diventare una risorsa.
Il criterio quindi potrebbe cambiare.
Non chiedersi soltanto: quanto consuma un’infrastruttura?
Ma: quanto valore sistemico genera rispetto alle risorse che utilizza?
La responsabilità quindi non è soltanto una virtù individuale; diventa una condizione strutturale del modo in cui esercitiamo il potere economico e tecnologico.
NON CAMBIA SOLTANTO L’ENERGIA
Una trasformazione di questo tipo non riguarda soltanto l’energia.
Se cambiano le infrastrutture digitali ed energetiche, cambiano anche il lavoro, la mobilità e l’organizzazione del territorio.
Un grande data center può generare meno occupazione numerica rispetto a un impianto industriale tradizionale, ma richiedere competenze più specializzate: informatiche, energetiche, ingegneristiche, manutentive.
Questo modifica il mercato del lavoro e, con esso, il sistema della formazione.
Cambiano anche gli spostamenti: alcune attività possono essere svolte a distanza, mentre altre richiedono competenze altamente specializzate e infrastrutture di collegamento efficienti.
E cambiano le infrastrutture.
Energia, fibra, sistemi di raffreddamento, accumuli, recupero del calore, mobilità e servizi territoriali non possono più essere progettati come elementi indipendenti.
Devono essere pensati come parti dello stesso sistema.
È questa la conseguenza più interessante dell’approccio ecosistemico: una scelta tecnologica non produce soltanto un nuovo oggetto: produce nuove relazioni.
E quelle relazioni modificano il territorio, il lavoro, la mobilità e le opportunità.
Per questo un’infrastruttura digitale non dovrebbe essere valutata soltanto per ciò che costruisce, ma anche per l’ecosistema che genera intorno a sé.
La domanda diventa allora ancora più ampia:
Quale territorio, quale lavoro e quale società vogliamo costruire intorno alle tecnologie che scegliamo di adottare?
UNA DIVERSA IDEA DI PROGRESSO
Forse è qui che il tema dell’AI diventa qualcosa di più di una questione tecnologica.
Per molto tempo abbiamo identificato il progresso con la capacità di produrre di più, più rapidamente e con maggiore efficienza.
Oggi questo non basta più.
Un sistema può essere estremamente efficiente e produrre comunque squilibri.
Il progresso potrebbe allora essere definito diversamente:
non soltanto come aumento della nostra capacità di fare, ma come aumento della nostra capacità di fare senza rompere le relazioni che rendono possibile ciò che facciamo.
È una concezione più difficile del progresso, perché introduce una responsabilità.
Ogni tecnologia modifica l’ecosistema.
Ogni infrastruttura distribuisce costi e benefici.
Ogni innovazione produce conseguenze che vanno oltre il proprio scopo immediato.
Per questo non dobbiamo scegliere semplicemente tra AI e ambiente.
Dobbiamo decidere quale ambiente vogliamo costruire attraverso l’AI.
Forse la vera sfida dell’intelligenza artificiale non sarà soltanto costruire macchine sempre più intelligenti, ma costruire sistemi capaci di inserire questa intelligenza nell’equilibrio dell’ecosistema nel quale viviamo.
È qui che tecnologia, ambiente, politica e responsabilità tornano a incontrarsi.
E forse è qui che il progresso può tornare ad avere un significato.
Per approfondire:
Ho citato Pasolini qui.

Grazie Andrea per il tuo articolo.
Apprezzo molto la scelta di non mettere alcuna immagine e la didascalia che spiega la scelta stessa. Ho letto attentamente le tue considerazioni ma temo che le nostre classi dirigenti non siano assolutamente in grado di pensare in modo “ecosistemico” né siano disponibili ad assumersi responsabilità per gestire l’AI in un’ottica di equilibrio e redistribuzione delle risorse nonché dei vantaggi che ne potrebbero derivare. Lo vediamo a livello locale, quando si tratta di concedere spazi agli impianti biogas o biometano o ettari di terreno agricolo per il fotovoltaico: indubbiamente si tratta di fonti di energia rinnovabili, e quindi benvenute in un’ottica di lotta all’emergenza climatica (o anche solo per ridurre i costi dell’energia che importiamo), tuttavia manca l’altra faccia della medaglia, ovvero la volontà di redistribuire i vantaggi di tale passaggio “green” a tutta la comunità. Sostanzialmente da questi impianti, ne deriva un vantaggio unicamente per chi investe (grandi gruppi industriali), per chi vende (proprietari agricoli ormai strozzati dai mancati ricavi della produzione e vendita dei loro prodotti a causa di politiche nazionali ed extranazionali ) e, solo a volte e solo in briciole, qualche Comune che magari abbassa i costi temporaneamente delle bollette. Non conosco casi concreti di reale “redistribuzione” dei guadagni ai cittadini, né in termini di maggiori servizi, né in termini di riduzione dei costi (IMU, TARI, ecc), né in termini di vantaggi per il proprio lavoro (più competenze? più trasporti pubblici? più piste ciclabili?) ma sarò contenta di essere smentita. Al momento, quindi, continuo a pensare che l’utilizzo e lo sviluppo di AI, non solo per il consumo di suolo, energia e acqua per i datacenter ma anche per un costante, progressivo, dannosissimo impoverimento culturale, linguistico e relazionale, presenti più rischi e pericoli che reali vantaggi.
Non penso si possa fermare quello che è già in moto: non credo si possa arrestare lo sviluppo dell’AI. Anche perché ognuno, ognuna di noi ne ricava vantaggi. Sono invece d’accordo che il lavoro da fare sia quello di trasformare anche i nostri modi di vedere le cose e rendere quello che si mostra come un’intrusione devastante, in uno strumento che sia utile alla lotta contro le diseguaglianze e che renda la vita migliore du questo pianeta. Mi rendo conto che suoni come l’ottimismo dell’illuminista all’avvento delle macchine per l’agricoltura quando si pensò che si sarebbe liberato il tempo dalla necessità del lavoro in favore della cultura. Questo non è accaduto, ma penso che si possa andare in quella direzione. Sappiamo cosa non ha funzionato. Bisogna trovare altre strade. L’alternativa è rimanere soffocati e subire.
Mi ricorda molto la Pipa di Magritte, una immagine che dice “questa non è una immagine”. Sicuramente l’avvento della Intelligenza Cibernetica sconvolgerà alcune delle relazioni reciproche all’interno dell’ecosistema e l’aspetto del fabbisogno di energia o di acqua dei data center sarà forse il meno significativo. Il problema sarà governare l’avvento dell’ intelligenza cibernetica nell’ecosistema, ammesso che si abbia la capacità di governarlo.. Ben fa Andrea a porsi la domanda “quale ambiente vogliamo costruire attraverso l’IA ? Opporsi all’avvento dell’ Intelligenza Cibernetica è inutile, sarebbe come se i nostri antenati si fossero opposti all’uso della RUOTA. Quindi evitiamo i soliti errori dell’ambientalismo integralista ( che come ho scritto, per me danneggia l’ambiente che vorrebbe proteggere: https://www.lacomunediferrara.it/lambientalismo-no-tutto-danneggia-lambiente/ ) . Evitiamo i dogmatismi binari ( No Data Center) e i catastrofismi ( l’IA distruggerà l’umanità ) . Messaggi adatti a supportare qualche comitato NIMBY che per un beneficio locale magari creano un danno ecosistemico. Nel commento di Silvia per me viene esplicitata questa problematica. Come si fa a non vedere che l’adozione e l’installazione di fonti di energia rinnovabile e sostenibile è un vantaggio ecologico per tutta la comunità ,anche se gli utili non vengono ridistribuiti nelle bollette? Certo c’è un problema di governance; come fare gli impianti, dove fare gli impianti ecc… e scelte sbagliate possono ridurre il vantaggio ecosistemico. Ma non si può contrastare apriori una tecnologia, questo non è ambientalismo, è ECO-LUDDISMO.