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REQUIEM PER IL BUSKERS FESTIVAL
Ferrara Buskers Festival: Una crisi può essere la fine di una storia. Oppure l’inizio di un’altra.
UNA STORIA CHE RIGUARDA TUTTI
Il Ferrara Buskers Festival è arrivato a un passaggio delicato della sua storia.
Dopo quasi quarant’anni, la discussione sulla sua formula, sui costi, sul rapporto con la città e sul suo futuro non può essere liquidata come una normale polemica di fine estate.
Perché il Buskers è ormai parte della storia di Ferrara.
E quando qualcosa che appartiene alla storia di una comunità entra in crisi, la domanda non dovrebbe essere soltanto come salvarlo.
Dovremmo chiederci:
Che cosa ci sta dicendo questa crisi sulla città nella quale viviamo?
È una domanda diversa.
E richiede di mettere per un momento da parte appartenenze, simpatie e contrapposizioni.
Non per evitare le responsabilità.
Al contrario: per poterle riconoscere senza trasformarle immediatamente in una ricerca del colpevole.
Per ripartire, qualche errore dovrà essere riconosciuto.
Ma soprattutto dovremo capire che cosa vogliamo costruire dopo.
QUANDO UN EVENTO DIVENTA PATRIMONIO
Quasi quarant’anni non sono soltanto una lunga serie di edizioni.
Sono generazioni, competenze, relazioni internazionali, artisti arrivati da ogni parte del mondo.
Sono ricordi personali e collettivi.
Sono un’immagine di Ferrara che ha viaggiato molto oltre Ferrara.
Un evento, a un certo punto, può smettere di essere soltanto un evento.
Può diventare patrimonio.
E il patrimonio non è qualcosa che necessariamente deve rimanere immutabile.
Al contrario: per sopravvivere deve sapersi trasformare.
La domanda, quindi, non dovrebbe essere se tornare al Buskers di ieri.
Dovremmo chiederci quale Buskers possa appartenere alla Ferrara di domani.
QUANDO IL FESTIVAL APPARTENEVA ALLA CITTÀ
C’è un ricordo dei primi anni che trovo particolarmente significativo.
Durante il Festival, molti negozi esponevano locandine, fotografie, oggetti e allestimenti dedicati ai Buskers.
Le vetrine diventavano piccole installazioni.
E c’era persino il piacere di passeggiare per le strade, curiosare e scegliere quella più bella. E poi magari bersi, liberamente seduti al tavolino del bar preferito, una birra con gli amici, godendosi il naturale fresco della notte e scambiandosi opinioni… mentre gli stranieri si bevevano, ammaliati dalla Città in festa, un cappuccino.
Era bello anche chiedersi dove fosse quell’artista o quella band di cui tanto avevamo sentito parlare, senza mappe tra le mani e senza certezza di trovarli, come una caccia al tesoro e alla sorpresa.
Era una cosa semplice. Ma diceva molto.
Il Festival non era semplicemente qualcosa che accadeva in città. Era qualcosa che la città faceva proprio.
Il commerciante diventava parte dell’evento e il cittadino diventava partecipante.
La strada diventava palcoscenico, e luogo di relazione.
Forse è proprio questo senso di appartenenza che dovremmo recuperare.
Non necessariamente quelle stesse modalità.
Quella stessa partecipazione.
OLTRE IL BIGLIETTO
La discussione degli ultimi tempi si è concentrata molto sul biglietto. È comprensibile.
Ma il biglietto è soltanto una parte di una questione più grande.
Un festival ha dei costi.
Gli artisti devono essere pagati, le strutture montate, la sicurezza garantita, le persone che lavorano remunerate.
La cultura non deve necessariamente essere gratuita.
Ma esiste una domanda che vale la pena porsi:
Quanto valore genera un evento per la città che lo ospita?
Un visitatore può pernottare, mangiare, visitare un museo, fare acquisti e tornare.
Un artista può creare una relazione.
Un giovane può acquisire competenze.
Un’impresa può costruire opportunità.
Un commerciante può incontrare nuovi clienti.
Un visitatore ha buoni ricordi.
Il valore di un grande evento, quindi, non coincide con il suo incasso.
È più ampio.
E in parte può continuare a prodursi anche quando l’evento è finito.
LA CITTÀ NON È IL COMUNE
Questa distinzione ci porta a un’altra riflessione.
Quando diciamo «la città», spesso pensiamo all’amministrazione.
Ma la città non è soltanto il Comune.
È il commerciante. L’artista. L’imprenditore. Lo studente. Il lavoratore. L’associazione. L’istituzione. Il visitatore.
E soprattutto il cittadino.
Anche quello che al Festival non va.
Anche quello che durante il Festival lavora.
Anche quello che ne sopporta qualche disagio.
Anche quello che semplicemente attraversa quelle strade.
Il cittadino non è soltanto il destinatario delle decisioni, è parte del sistema che quelle decisioni modificano.
E allora Ferrara può essere vista non come una somma di settori separati, ma come un ecosistema.
Cultura, sport, turismo, commercio, università, imprese, associazioni e cittadini sono elementi diversi di una stessa rete.
Quando la rete funziona, ciò che accade in un punto può generare valore anche altrove.
DALLA CITTÀ CHE OSPITA ALLA CITTÀ CHE GENERA
Questa prospettiva cambia anche il modo di guardare agli eventi.
Non soltanto: Quanto ci costano?
Ma: Che cosa generano?
E soprattutto: <strong>Che cosa rimane quando sono finiti?
Se rimangono soltanto costi e disagi, abbiamo consumato risorse.
Se rimangono competenze, relazioni, lavoro, reputazione, nuovi visitatori, nuove attività e nuove opportunità, abbiamo aumentato la capacità futura della città.
È qui che compare un concetto che potrebbe diventare importante per il futuro:
ecogeneratività.
Un’attività è ecogenerativa quando non si limita a utilizzare le risorse dell’ecosistema nel quale vive, ma aumenta la capacità di quell’ecosistema di generare nuovo valore.
UNA DOMANDA ANCHE PER LA POLITICA
Se prendiamo sul serio questo concetto, la domanda cambia anche per chi governa.
Non soltanto: Quanto costa una scelta?
Non soltanto: Chi ne beneficia?
Ma: Questa scelta rende la comunità più forte, più connessa e più capace di generare futuro?
Potrebbe essere questo un nuovo criterio per valutare le politiche pubbliche.
Una politica capace di generare valore, di farlo circolare, di creare competenze e relazioni e di restituirne una parte alla comunità.
Non una nuova ideologia.
Un nuovo modo di misurare le conseguenze delle nostre decisioni.
UN PATRIMONIO NON VIVE DA SOLO
In questa prospettiva diventa interessante anche la recente scelta di Ferrara nei confronti della SPAL.
Non perché Buskers e SPAL siano la stessa cosa.
Non lo sono.
Ma perché entrambe raccontano, in modo diverso, una parte della storia della città.
E allora possiamo porci una domanda:
Quali patrimoni riconosciamo come patrimonio della comunità?
Non è necessario dare oggi una risposta.
È sufficiente cominciare a porre la domanda.
Perché prima delle soluzioni vengono i criteri con cui scegliamo.
IL BUSKERS DEI PROSSIMI QUARANT’ANNI
Forse, allora, non dobbiamo decidere semplicemente se salvare il Buskers.
Dobbiamo capire che cosa può diventare.
– Un Festival più collegato al commercio.
– Al turismo.
– Ai musei.
– Alle scuole di musica.
– All’Università.
– Alle imprese.
– Ai giovani.
– Agli altri eventi.
Un luogo nel quale gli artisti internazionali incontrino quelli locali.
Una rete capace di produrre opportunità anche oltre i giorni della manifestazione.
Non soltanto un Festival che si svolge a Ferrara.
Ma un progetto che produce valore per Ferrara.
COMINCIARE A MISURARE
Dobbiamo sapere e ragionare non soltanto su quanto costa un evento, ma anche quanto valore produrrà.
Quanto ne attiva.
Quanto ne trattiene la città.
Quanto ne ritorna ai cittadini.
Quante competenze crea.
Quante relazioni.
Quanto turismo.
Quanto lavoro.
Quali effetti sul commercio.
Quali effetti sulla reputazione della città.
Potremmo chiamarlo bilancio ecosistemico.
Non sostituirebbe il bilancio economico.
Lo completerebbe.
E forse potrebbe diventare uno strumento utile non soltanto per il Buskers, ma per tutte le grandi scelte della città.
IL VERO TEMA È FERRARA
E allora il quarantesimo anno del Buskers potrebbe diventare qualcosa di più di una celebrazione.
Potrebbe diventare un’occasione. Non per tornare indietro.
Ma per provare a capire quale città vogliamo costruire.
Una città nella quale ogni patrimonio deve combattere per sopravvivere da solo?
Oppure una città capace di mettere in relazione ciò che possiede?
Una città che considera gli eventi semplicemente come costi?
Oppure una città che prova a misurare la capacità di generare futuro?
E soprattutto: Una città nella quale il cittadino è destinatario delle decisioni o parte della loro costruzione?
REQUIEM PER UN MODELLO
Forse il vero requiem non dovrebbe essere celebrato per il Buskers.
Dovrebbe esserlo per un modo di pensare la città come una somma di compartimenti separati.
Perché una città non è soltanto ciò che possiede.
È ciò che riesce a mettere in relazione.
E non è soltanto ciò che le istituzioni decidono.
È ciò che i suoi cittadini riescono a generare insieme.
Il Buskers può dunque avere un futuro.
Ma non sarà la semplice ripetizione del passato.
Potrebbe diventare uno dei primi luoghi nei quali sperimentare una diversa idea di Ferrara.
Una città nella quale cultura, economia, turismo, sport, commercio, imprese, istituzioni e cittadini non siano mondi separati, ma parti di uno stesso ecosistema.
Una città capace non soltanto di spendere risorse, ma di generare capacità.
Una città nella quale il valore prodotto non si disperda, ma torni ad alimentare la comunità.
Questa, forse, è la vera scommessa del quarantesimo Buskers.
Non decidere semplicemente come salvare un Festival.
Cominciare a capire quale Ferrara vogliamo costruire.
E forse il Buskers, invece di diventare il simbolo della fine di una storia, potrebbe diventare il primo laboratorio della sua rinascita.
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