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Andrea Pieragnoli
Meloni e Reagan: quando l’ideologia viene prima della realtà – il neoliberismo (1)
Lavoro, tempo e dignità nel neoliberismo
C’è un filo rosso che lega l’impostazione politica dell’attuale governo Meloni – e della finanziaria 2026 – alla stagione reaganiana degli anni Ottanta. Un filo che non va cercato solo nei numeri, ma nell’idea di società che viene proposta: chi conta, chi resta indietro, quale ruolo ha lo Stato.
Un parallelismo che oggi pesa soprattutto su una dimensione spesso rimossa dal dibattito pubblico: il lavoro e il tempo delle persone.
Lo Stato come problema, il mercato come soluzione
Ronald Reagan lo affermava senza ambiguità: «Il governo non è la soluzione, il governo è il problema». Da qui discendevano i tagli fiscali, la riduzione del welfare e la fiducia nel fatto che la crescita sarebbe arrivata “dall’alto”.
Anche il governo Meloni, pur in un contesto diverso, si muove in una direzione simile:
– flat tax e riduzione della progressività
– centralità delle imprese come motore dello sviluppo
– arretramento dello Stato come strumento di redistribuzione
Quando lo Stato si ritira, però, non scompare il bisogno: viene semplicemente trasferito sulle persone, sulle famiglie, sul lavoro non pagato e sul tempo individuale.
“Sì, ma Reagan fece crescere l’economia”
È vero: a partire dal 1983 l’economia americana conobbe una forte ripresa. La crescita tornò, l’occupazione aumentò, l’inflazione scese. Questo dato viene spesso usato come prova definitiva del successo del reaganismo.
Ma fermarsi qui è fuorviante.
La ripresa non fu dovuta solo ai tagli fiscali:fu decisiva la politica monetaria della Federal Reserve, che abbassò i tassi dopo una fase di recessione durissima, la spesa pubblica non diminuì, anzi aumentò, soprattutto quella militare: il deficit esplose.
Inoltre, Reagan governava un Paese con condizioni strutturali oggi irripetibili:
– salari medi elevati
– forte base industriale
– debito pubblico contenuto
– moneta dominante a livello globale
La crescita arrivò, sì. Ma non fu neutrale:
– le disuguaglianze aumentarono drasticamente
– i salari reali di molti lavoratori ristagnarono
– il potere dei sindacati venne ridimensionato
iniziò una polarizzazione sociale che gli Stati Uniti pagano ancora oggi
In altre parole: l’economia cresceva, ma non per tutti allo stesso modo.
Dal diritto al merito: quando il tempo diventa una colpa
Il cuore ideologico del reaganismo non fu solo economico, ma morale: il passaggio dal diritto al merito.
Oggi ritroviamo questa impostazione:
– nella narrazione contro il Reddito di cittadinanza
– nella colpevolizzazione della disoccupazione
– nell’idea che il sostegno pubblico vada “guadagnato”
Il tempo non immediatamente produttivo – il tempo per cercare lavoro, formarsi, curare, informarsi, partecipare – diventa tempo sospetto.
Se non produce valore economico, perde valore sociale.
Il lavoro come costo, non come fondamento
Come negli anni Ottanta, anche oggi il lavoro viene trattato come una variabile di aggiustamento:
– salari bassi e stagnanti
– precarietà strutturale
– assenza di salario minimo
– marginalizzazione della contrattazione collettiva
Il risultato è un paradosso sempre più diffuso: si lavora di più, ma si vive peggio.
Il lavoro non garantisce più autonomia, tempo libero, possibilità di progettare il futuro.
Garantisce solo la sopravvivenza.
Tempo sottratto, dignità erosa
Qui sta il nodo politico centrale.
Una società che paga poco il lavoro. chiede disponibilità totale, riduce le tutele .colpevolizza chi rallenta è una società che ruba tempo.
– Tempo per la famiglia.
– Tempo per la partecipazione democratica.
– Tempo per la cura, per la cultura, per la vita.
Senza tempo non c’è dignità.
E senza dignità non c’è cittadinanza piena.
Ordine e sicurezza come surrogato della giustizia sociale
Quando il lavoro non emancipa e il tempo viene sottratto, cresce il disagio. Ma invece di intervenire sulle cause, la risposta politica diventa:
– più controllo
– più repressione
– più retorica sulla sicurezza
Come negli anni di Reagan, il conflitto sociale viene trasformato in problema di ordine pubblico. Non si cura la ferita, si gestisce la paura.
L’Italia non è l’America degli anni ’80
Qui il parallelismo si spezza – ed è qui che nasce il problema.
L’Italia di oggi non controlla la politica monetaria, ha poco spazio fiscale, parte da salari bassi e lavoro povero, è già segnata da disuguaglianze profonde
Riproporre una politica “reaganiana” in questo contesto significa rischiare di ottenerne solo gli effetti peggiori, senza la crescita che allora li mascherò.
Lavoro, tempo, dignità: un’altra idea di futuro
Collegare lavoro, tempo e dignità significa rovesciare la prospettiva:
– il lavoro deve permettere di vivere, non assorbire la vita
– il tempo non è un lusso, è un diritto sociale
– la dignità non dipende dalla performance individuale
Una politica degna di questo nome non chiede alle persone di correre di più, ma di vivere meglio.
Ed è da qui che dovrebbe ripartire qualsiasi progetto alternativo:
non dalla crescita astratta, ma dal tempo restituito alle persone.
Questo articolo fa parte di una serie su lavoro, tempo e dignità.
Perché una politica che non parla del tempo delle persone ha già scelto di non ascoltarle.
Di prossima pubblicazione:
https://www.lacomunediferrara.it/meloni-e-trump-la-guerra-culturale-che-nasconde-il-lavoro-povero-dal-neoliberalismo-al-neoprotezionismo-2/
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