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Rodolfo Baraldini
Neoliberismo: Anatomia di un Paradigma che ha riplasmato Stato, Mercato e Società
Il recente incontro organizzato a Possibile e AVS per promuovere una patrimoniale per i super-ricchi oltre che gli articoli di Francesco e Andrea mi hanno spinto a rispolverare vecchie letture di economia – politica.
Da oltre quarant’anni nel mondo occidentale, il neoliberismo si presenta come l’approccio economico-politico dominante. Il Neoliberismo poggia su teorie economico-matematiche cresciute negli anni ’60 all’interno della cosiddetta Scuola di Chicago, con principali mentori: Milton Friedman e Arnold Harberger. I loro principali mantra erano: Meno Stato, Più Libero Mercato – Privatizzare, Privatizzare, Privatizzare – Abbassando le Tasse aumenta il Gettito Fiscale . Ma dietro la promessa pseudoscientifica di efficienza, libertà e crescita si cela un impianto ideologico che ha ridefinito il rapporto tra cittadini, istituzioni e mercato. Oggi, mentre le fratture sociali si approfondiscono e la legittimità democratica vacilla, vale la pena interrogarsi sulle fondamenta di questo paradigma.
Indice dei contenuti
Toggle1. Il Dogma della Curva di Laffer: Quando la Teoria Diventa Ideologia

Tra i pilastri simbolici del neoliberismo, la Curva di Laffer occupa un posto privilegiato. L’aneddotica racconta che il prof Laffer convinse Ronald Reagan della sua ragionevolezza, scarabocchiandola su un tovagliolo durante una cena. Presentata come una verità intuitiva — “tasse troppo alte riducono il gettito” — è diventata un mantra politico più che un risultato scientifico. La sua eleganza grafica nasconde però varie criticità strutturali.
La prima è la fallacia della soglia universale cioè l’idea che esista un’aliquota ottimale valida per ogni paese. E’ evidente invece che sono molto diversi gli effetti di una politica fiscale che riduce le aliquote per i redditi più alti in paesi, come l’Italia, dove è molto alta l’evasione fiscale. “Perchè pagare il 30% quando posso non pagare nulla ?”. La ricerca empirica mostra che l’offerta di lavoro è poco sensibile alla tassazione e che i redditi più elevati reagiscono soprattutto con strategie di elusione, non con maggiore produttività.
Non sorprende, dunque, che la teoria secondo cui i benefici ai più ricchi ricadrebbero su tutti sia stata smentita da decenni di dati. Uno studio della London School of Economics (2020), su 18 paesi OCSE e mezzo secolo di politiche fiscali, ha mostrato che i tagli alle aliquote più alte non aumentano la crescita, accrescono solo il reddito dell’1% più ricco. Persino il FMI ha riconosciuto che la disuguaglianza mina la sostenibilità della crescita . Queste evidenze comunque non scoraggiano certi politici che in campagna elettorale proclamano che abbasseranno le tasse.
2. Gli Esperimenti del Neoliberismo: Laboratori Autoritari e Rivoluzioni Passive
Il neoliberismo non è rimasto confinato ai paper accademici. Ha trovato terreno fertile in contesti politici che hanno permesso di applicarlo con radicalità.
Il Cile dei Chicago Boys: Libertà per il Mercato, Non per i Cittadini
Il Cile di Pinochet è stato il primo grande laboratorio. I Chicago Boys sono stati un gruppo di economisti soprattutto cileni che, tra gli anni ’70 e ’80, hanno trasformato radicalmente l’economia del Cile applicando le teorie del neoliberismo acquisite nei loro studi a Chicago. La ricetta prevedeva tre ingredienti: violenza politica, shock economico, mercificazione dei servizi pubblici. Il risultato fu un paradosso: mentre il PIL cresceva, la povertà esplodeva e i salari reali crollavano. Il “miracolo cileno” celebrato da Milton Friedman era, in realtà, un esperimento sociale condotto in assenza di libertà politica. Solo decenni dopo, economisti della stessa scuola ammisero l’enormità dei costi sociali. Inoltre il “Miracolo del Cile” non è stato un evento generato esclusivamente dalle forze invisibili del mercato, ma è stato attivamente sostenuto, finanziato e protetto dagli Stati Uniti, specialmente durante l’amministrazione Nixon e quella Reagan. Quando Pinochet prese il potere, i rubinetti del credito internazionale, chiusi per soffocare il Cile di Allende, si riaprirono istantaneamente, creando un effetto di rimbalzo che sembrò un successo del neoliberismo, ma che era in realtà la fine di un embargo politico-economico. Gli Stati Uniti avevano un interesse ideologico enorme: dovevano dimostrare che in America Latina il neoliberismo funzionava meglio della socialdemocrazia. Nonostante il supporto USA, l’economia cilena ha subito crisi devastanti:
Nel 1982 il PIL crollò del 14% e la disoccupazione salì al 30%, costringendo lo Stato a nazionalizzare le banche per evitare il disastro totale. Questo dimostrò che, nonostante il “pompaggio” americano, l’approccio teorico dei Chicago Boys era estremamente vulnerabile agli shock finanziari.
Reagan e Thatcher: La Rivoluzione Passiva del Capitalismo Angloamericano
Negli anni ’80, il neoliberismo approda nelle democrazie occidentali. Negli Stati Uniti, la Reaganomics ridisegna il sistema fiscale con la riduzione delle aliquote massime (dal 70% al 28%) e l’attacco frontale ai sindacati. Ma sotto Reagan, il debito pubblico degli Stati Uniti è quasi triplicato, passando da circa 900 miliardi di dollari a 2.700 miliardi, dimostrando che in quelle formulette matematiche che il prof Laffer gli aveva spiegato durante una cena c’era qualcosa di sbagliato. In UK, Margaret Thatcher smantella il potere sindacale e privatizza interi settori strategici. Anche in UK come negli USA a causa del taglio delle tasse neoliberista sarebbe esploso il debito pubblico; se non che, l’aumento ci fu, ma fu contenuto, grazie al petrolio del Mare del Nord che trasformò l’UK da paese importatore a paese esportatore. In entrambi i casi, la promessa di una società più dinamica si tradusse in una redistribuzione verso l’alto e in una progressiva erosione del potere contrattuale dei lavoratori.
Questo assetto è stato definito “capitalismo post‑democratico”: un sistema in cui le decisioni cruciali vengono prese da élite economiche, mentre ai cittadini resta un ruolo marginale, spesso limitato al consumo di scelte politiche preconfezionate. Vi ricorda qualcosa ?
3. La Fine della Progressività: Dalla Solidarietà all’Individualismo Fiscale
La trasformazione neoliberale ha inciso profondamente sui sistemi tributari. I dati OCSE mostrano un crollo della progressività effettiva: l’1% più ricco, che negli anni ’70 pagava oltre metà del proprio reddito in imposte, oggi contribuisce molto meno. Parallelamente, il peso delle imposte indirette — le più regressive — è aumentato.
In questo contesto si inserisce la retorica della flat tax, presentata come soluzione semplice e neutrale. Ma dietro la promessa di semplificazione ed equità si nasconde un trasferimento di ricchezza verso l’alto e una riduzione della capacità redistributiva dello Stato. L’Italia ne è un esempio emblematico: la progressività richiesta dalla Costituzione viene sempre più erosa, mentre cresce la concentrazione della ricchezza e il numero di persone sotto la soglia di povertà.

4. L’Estremizzazione del Modello: Il Caso Milei e il Fondamentalismo di Mercato
L’Argentina di Javier Milei rappresenta una versione radicale del paradigma neoliberale. La crisi economica è diventata il pretesto per una “terapia d’urto” che riduce lo Stato a un minimo storico, taglia sussidi essenziali e privatizza beni pubblici. La retorica della libertà si traduce in una sola libertà riconosciuta: quella del mercato. Ma la libertà senza diritti sociali diventa un privilegio per pochi. I tagli al welfare, le privatizzazioni , le politiche fiscali, la metaforica motosega di Milei nell’autunno del 2025 stavano portando l’Argentina a un nuovo collasso delle riserve e una svalutazione incontrollata della valuta. Come a suo tempo per il Cile è stato necessario un massiccio intervento messo in atto da Trump per sostenere Milei in vista delle elezioni legislative di metà mandato in Argentina. L’amministrazione Trump ha concesso una linea di credito (swap valutario) da 20 miliardi di dollari attraverso l’Exchange Stabilization Fund del Tesoro USA e ha sollecitato banche e istituzioni internazionali a fare lo stesso. A differenza dei classici aiuti internazionali, Trump ha reso esplicito il motivo politico. Durante un incontro alla Casa Bianca nell’ottobre 2025, ha dichiarato apertamente:
“Se vince [Milei], restiamo con lui. Se non vince, ce ne andiamo. Non saremo generosi con l’Argentina se dovesse tornare al socialismo.”
Quindi non un sostegno ad un modello economico ma un’ingerenza diretta nel voto argentino, finalizzata a “comprare” la stabilità a breve termine per garantire la vittoria del suo alleato ideologico
5. Le Conseguenze Sistemiche: La Crisi del Contratto Sociale
Il neoliberismo ha operato una mutazione antropologica prima ancora che economica: ha svuotato il concetto di cittadinanza per sostituirlo con quello di utenza. Trasformando diritti come sanità, istruzione e previdenza in beni di consumo soggetti alle leggi della domanda e dell’offerta, la dottrina neoliberista tende a ridurre la società a un mercato onnipresente e il cittadino a un cliente in cerca di servizi.
Lo smantellamento metodico del welfare, i tagli alla sanità e all’istruzione pubblica hanno finito anche per bloccare il cosiddetto “ascensore sociale“. Senza una rete di protezione e di promozione individuale, la possibilità di migliorare la propria condizione diventa un privilegio ereditario anziché un traguardo meritocratico. Si è innescato così un circolo vizioso strutturale:
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Erosione Fiscale: Il venir meno della progressività tributaria concentra la ricchezza al vertice.
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Immobilismo Sociale: La crescente disuguaglianza paralizza la mobilità, cristallizzando le gerarchie.
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Crisi di Legittimità: La fine delle speranze di ascesa genera una profonda sfiducia verso lo Stato.
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Deriva Populista: Questo vuoto viene colmato da populismi che offrono risposte illusorie a un disagio reale e sistemico.
Nonostante le palesi crepe di questo modello, il neoliberismo resiste come dogma egemone. Risulta quindi urgente una sterzata verso una fiscalità democratica: non un mero esercizio tecnico-ragionieristico, ma la forma più alta di partecipazione alla vita comune. Un sistema che unisca progressività reale, contrasto rigoroso all’elusione e investimenti pubblici strategici è l’unico modo per ridare sostanza all’idea di comunità.
In ultima analisi, il fallimento del neoliberismo è di natura culturale. Restituire il primato della politica sul mercato non è solo una scelta economica, ma una necessità vitale: è la sfida decisiva per impedire che le fondamenta stesse della convivenza democratica si sgretolino definitivamente.
Riferimenti
David Harvey, Breve storia del neoliberismo
Joseph Stiglitz, La globalizzazione e i suoi oppositori
Karl Polanyi, La grande trasformazione
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