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Meloni e Trump: la guerra culturale che nasconde il lavoro povero – dal neoliberismo al neoprotezionismo (2)
Se il primo tratto distintivo del governo Meloni può essere letto in continuità con il reaganismo sul piano economico, il secondo va cercato altrove: nel trumpismo come stile politico e comunicativo.
Non si tratta di imitazione meccanica, ma di una convergenza profonda:
quando mancano risposte strutturali su lavoro, salari e disuguaglianze, la politica sposta il conflitto sul terreno dell’identità e della paura.
Governare come se si fosse ancora all’opposizione
Donald Trump ha costruito la propria forza politica raccontandosi come outsider, anche quando era presidente degli Stati Uniti.
Un meccanismo simile è oggi evidente anche in Italia.
Il governo Meloni:
– governa le istituzioni ma parla come se fosse ancora “contro il sistema”
– costruisce un nemico permanente: élite, sinistra, media, “ideologia”
Questo consente una doppia operazione:
– evitare il bilancio delle scelte concrete
– mantenere un clima di mobilitazione emotiva continua
La responsabilità di governo viene sospesa, il conflitto simbolico resta acceso.
La politica come guerra culturale permanente
Come nel trumpismo, anche nel melonismo:
– ogni tema diventa scontro morale
– ogni problema viene semplificato
– ogni mediazione viene delegittimata
Famiglia, immigrazione, sicurezza, genere non sono affrontati come questioni sociali complesse, ma come bandiere identitarie.
Il risultato è una politica che:
– divide invece di includere
– polarizza invece di risolvere
– parla di valori mentre tace sulle condizioni materiali di vita
Sicurezza e confini: risposte facili a problemi difficili
Trump prometteva muri. Meloni promette ordine.
In entrambi i casi, il messaggio è lo stesso: il disagio sociale non nasce da salari bassi, precarietà e disuguaglianze, ma da una minaccia esterna.
Immigrazione, marginalità, povertà diventano:
– problemi di sicurezza
– questioni di controllo
– oggetti di repressione
Così il conflitto sociale viene spostato dal piano economico a quello penale.
Continuità economica, rottura solo narrativa
Qui il parallelismo è decisivo.
Trump non ha mai rotto con il neoliberismo: ha tagliato le tasse ai più ricchi, ha deregolamentato, ha favorito grandi interessi economici
Non abbandona il capitalismo.Lo nazionalizza: non più il mercato come orizzonte neutro e universale, ma lo Stato come attore che entra nel conflitto globale.
I dazi tornano strumento strategico da giocarsi vis a vis
Il commercio internazionale diventa terreno di pressione geopolitica.
Le catene globali del valore non sono più considerate inevitabili, ma rinegoziabili.
Il mercato non è più neutrale.È una relazione di forza. E’ neoprotezionismo.
Il governo Meloni fa lo stesso, in forma più ordinata e compatibile con l’Unione Europea.
La rottura è tutta nel linguaggio:
– aggressivo, diretto, polarizzante: “popolo contro élite” “noi contro loro”
Ma sotto la superficie, il modello economico resta intatto.
Il lavoro scompare dal racconto
Mentre la politica urla, il lavoro scompare.
Nel dibattito pubblico:
– non si parla di salari bassi
– non si parla di lavoro povero
– non si parla di tempo di vita
– non si parla di precarietà come normalità
Il lavoro resta solo come:
– dovere morale
– strumento di disciplina
– criterio di merito
Non come diritto, non come fondamento della dignità.
Il tempo come grande assente
Il vero punto cieco del mix Trump–Meloni è il tempo delle persone.
Una politica che chiede flessibilità totale, paga poco, colpevolizza chi rallenta, pretende disponibilità continua, è una politica che consuma tempo di vita.
Tempo sottratto:
– alla famiglia
– alla partecipazione
– alla cura
– alla possibilità di scegliere
Ma di questo non si parla. Meglio discutere di identità che di orari, salari e fatica quotidiana.
Dividere per non redistribuire
La guerra culturale ha una funzione precisa: dividere per non redistribuire.
Quando le persone sono occupate a combattersi sul piano simbolico:
– non si parla di redistribuzione
– non si parla di diritti sociali
– non si parla di potere economico
Il conflitto viene spostato lateralmente, lontano dalle cause materiali del disagio.
Lavoro, tempo, dignità: ciò che resta fuori
Trump e Meloni condividono un tratto profondo: parlano al “popolo” ma non parlano del lavoro del popolo, parlano di valori ma non del tempo necessario per vivere quei valori
– Senza lavoro dignitoso non c’è autonomia.
– Senza tempo non c’è libertà.
– Senza dignità non c’è cittadinanza.
Ed è proprio questo che resta fuori dal racconto dominante.
Questo articolo fa parte di una serie su lavoro, tempo e dignità.
Perché una politica che non parla del tempo delle persone ha già scelto di non ascoltarle.
Aricoli della stessa serie già pubblicati:
Meloni e Reagan: quando l’ideologia viene prima della realtà – la nuova stagione neoliberista (1)
Nei loro articoli articoli Andrea e Rodolfo evidenziano e riprendono un punto centrale: il progressivo arretramento dello Stato a favore del mercato è il filo rosso che lega l’attuale fase politica alla stagione neoliberista degli anni Ottanta.
Se nei decenni precedenti questo processo si manifestava soprattutto in ambito economico e produttivo, oggi investe direttamente la sanità, i servizi educativi e quelli sociali. Non si tratta di una semplice scelta tecnica, ma di un meccanismo sistemico che sposta risorse dal pubblico al privato: nonostante il PIL cresca — indicatore che meriterebbe comunque una revisione radicale — diseguaglianze e povertà aumentano nel quadro di un trasferimento iniquo di valore dal lavoro alla rendita.
Con la privatizzazione, questi servizi essenziali — sanità, istruzione, welfare — cessano di essere diritti universali per trasformarsi progressivamente in beni di consumo, accessibili in misura crescente in base al reddito. È emblematico che questo sistema, premiando il capitale a scapito di salari stagnanti da circa trent’anni, abbia di fatto spezzato il cosiddetto “ascensore sociale”, determinando un rovesciamento generazionale: se un tempo i figli potevano ambire a una condizione migliore di quella dei genitori, oggi sono spesso questi ultimi a dover sostenere economicamente i figli.
Questa destra, paradossalmente e in modo contraddittorio, neoliberista e corporativa al tempo stesso, trova una sintesi pragmatica riducendo lo spazio del confronto democratico sulle scelte economiche e sociali e spostando il baricentro decisionale in ambiti tecnici sempre più sottratti al controllo pubblico.
È una politica meno ideologica e più cinica: se un tempo il laissez-faire prometteva benessere diffuso, oggi si ricorre allo spauracchio della sicurezza e dell’immigrazione come strumenti di distrazione — utili a coprire l’erosione del potere d’acquisto e le crescenti diseguaglianze — per radicalizzare la discussione e alimentare il consenso.
In questo scenario si inserisce la riflessione sulla diseguaglianza del tempo, che rappresenta uno degli aspetti più profondi di questa trasformazione. Mentre chi detiene capitale può “comprare tempo” delegando servizi e funzioni, chi è fragile deve vendere ogni istante della propria vita per sopravvivere. Questa logica del mercato comprime la vita personale e familiare, impoverisce le relazioni e riduce gli spazi della partecipazione democratica. Una politica alternativa, dunque, deve restituire alle persone non solo un reddito dignitoso, ma diritti effettivi e la proprietà del proprio tempo, condizione essenziale per una cittadinanza piena.