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La Comune di Ferrara | Femminile, Plurale, Partecipata

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16 Febbraio 2026

Meloni e Trump: la guerra culturale che nasconde il lavoro povero – dal neoliberismo al neoprotezionismo (2)

Se il primo tratto distintivo del governo Meloni può essere letto in continuità con il reaganismo sul piano economico, il secondo va cercato altrove: nel trumpismo come stile politico e comunicativo.
Non si tratta di imitazione meccanica, ma di una convergenza profonda:
quando mancano risposte strutturali su lavoro, salari e disuguaglianze, la politica sposta il conflitto sul terreno dell’identità e della paura.

Governare come se si fosse ancora all’opposizione
Donald Trump ha costruito la propria forza politica raccontandosi come outsider, anche quando era presidente degli Stati Uniti.
Un meccanismo simile è oggi evidente anche in Italia.
Il governo Meloni:
– governa le istituzioni ma parla come se fosse ancora “contro il sistema”
– costruisce un nemico permanente: élite, sinistra, media, “ideologia”
Questo consente una doppia operazione:
– evitare il bilancio delle scelte concrete
– mantenere un clima di mobilitazione emotiva continua
La responsabilità di governo viene sospesa, il conflitto simbolico resta acceso.

La politica come guerra culturale permanente
Come nel trumpismo, anche nel melonismo:
– ogni tema diventa scontro morale
– ogni problema viene semplificato
– ogni mediazione viene delegittimata
Famiglia, immigrazione, sicurezza, genere non sono affrontati come questioni sociali complesse, ma come bandiere identitarie.
Il risultato è una politica che:
– divide invece di includere
– polarizza invece di risolvere
– parla di valori mentre tace sulle condizioni materiali di vita

Sicurezza e confini: risposte facili a problemi difficili
Trump prometteva muri. Meloni promette ordine.
In entrambi i casi, il messaggio è lo stesso: il disagio sociale non nasce da salari bassi, precarietà e disuguaglianze, ma da una minaccia esterna.
Immigrazione, marginalità, povertà diventano:
– problemi di sicurezza
– questioni di controllo
– oggetti di repressione
Così il conflitto sociale viene spostato dal piano economico a quello penale.

Continuità economica, rottura solo narrativa
Qui il parallelismo è decisivo.
Trump non ha mai rotto con il neoliberismo: ha tagliato le tasse ai più ricchi, ha deregolamentato, ha favorito grandi interessi economici
Non abbandona il capitalismo.Lo nazionalizza: non più il mercato come orizzonte neutro e universale, ma lo Stato come attore che entra nel conflitto globale.
I dazi tornano strumento strategico da giocarsi vis a vis
Il commercio internazionale diventa terreno di pressione geopolitica.
Le catene globali del valore non sono più considerate inevitabili, ma rinegoziabili.
Il mercato non è più neutrale.È una relazione di forza. E’ neoprotezionismo.

Il governo Meloni fa lo stesso, in forma più ordinata e compatibile con l’Unione Europea.
La rottura è tutta nel linguaggio:
– aggressivo, diretto, polarizzante: “popolo contro élite” “noi contro loro”
Ma sotto la superficie, il modello economico resta intatto.

Il lavoro scompare dal racconto
Mentre la politica urla, il lavoro scompare.
Nel dibattito pubblico:
– non si parla di salari bassi
– non si parla di lavoro povero
– non si parla di tempo di vita
– non si parla di precarietà come normalità
Il lavoro resta solo come:
– dovere morale
– strumento di disciplina
– criterio di merito
Non come diritto, non come fondamento della dignità.

Il tempo come grande assente
Il vero punto cieco del mix Trump–Meloni è il tempo delle persone.
Una politica che chiede flessibilità totale, paga poco, colpevolizza chi rallenta, pretende disponibilità continua, è una politica che consuma tempo di vita.
Tempo sottratto:
– alla famiglia
– alla partecipazione
– alla cura
– alla possibilità di scegliere
Ma di questo non si parla. Meglio discutere di identità che di orari, salari e fatica quotidiana.

Dividere per non redistribuire
La guerra culturale ha una funzione precisa: dividere per non redistribuire.
Quando le persone sono occupate a combattersi sul piano simbolico:
– non si parla di redistribuzione
– non si parla di diritti sociali
– non si parla di potere economico
Il conflitto viene spostato lateralmente, lontano dalle cause materiali del disagio.

Lavoro, tempo, dignità: ciò che resta fuori
Trump e Meloni condividono un tratto profondo: parlano al “popolo” ma non parlano del lavoro del popolo, parlano di valori ma non del tempo necessario per vivere quei valori
– Senza lavoro dignitoso non c’è autonomia.
– Senza tempo non c’è libertà.
– Senza dignità non c’è cittadinanza.
Ed è proprio questo che resta fuori dal racconto dominante.

Questo articolo fa parte di una serie su lavoro, tempo e dignità.
Perché una politica che non parla del tempo delle persone ha già scelto di non ascoltarle.

Aricoli della stessa serie già pubblicati:
Meloni e Reagan: quando l’ideologia viene prima della realtà – la nuova stagione neoliberista (1)


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