Inviato il:
Rodolfo Baraldini
NO alla riforma costituzionale sulla giustizia
Come lista civica, La Comune di Ferrara, è focalizzata sui problemi della città ma ci sono temi nazionali e internazionali su cui non possiamo non schierarci. Il prossimo referendum sulla riforma costituzionale della Giustizia tocca il cuore della democrazia e dei diritti dei cittadini, anche qui a Ferrara.
Sosteniamo le ragioni del NO a questo referendum attraverso una critica puntuale ai tre pilastri della riforma: il nuovo CSM, il ruolo della polizia giudiziaria, e la distinzione tra funzioni e carriere.
1. IL NUOVO CSM: DALLA RAPPRESENTANZA AL SORTEGGIO
Il primo pilastro della riforma è il frazionamento del Consiglio Superiore della Magistratura: non più un organo unico, ma due CSM distinti – uno per i giudici e uno per i pubblici ministeri – più un’Alta Corte disciplinare .
Tre organi al posto di uno. Triplicazione delle poltrone, triplicazione dei costi, in un paese che dovrebbe razionalizzare la spesa pubblica, non moltiplicarla. Ma il punto più sconcertante è il metodo di selezione: il sorteggio.
I componenti togati non saranno più eletti dai loro colleghi, ma estratti a sorte. I componenti laici – avvocati e professori – saranno sorteggiati da liste approvate dal Parlamento.
I sostenitori della riforma dicono: serve a combattere il sistema delle correnti. Ma il sorteggio non è la soluzione, è la resa della democrazia rappresentativa. Mi spiego: perché sorteggiare solo i magistrati? Perché non sorteggiamo anche il presidente del consiglio o i parlamentari? Perché non sorteggiamo i sindaci? Il sorteggio dei magistrati che entrerebbero nel nuovo CSM, non solo indebolisce competenza e responsabilità, introduce anche un vantaggio per chi governa. Infatti il magistrato “random” che entrerebbe nel CSM senza rappresentare i magistrati che lo hanno eletto sarebbe più debole, non legittimato dalla scelta dei suoi pari, e quindi vulnerabile e potenzialmente più sensibile alle lusinghe o alle pressioni del potere politico. Avremo così un CSM con una componente eletta dalla politica più forte e coesa e una componente sorteggiata meno competente e potenzialmente più prona al potere politico.
2. POLIZIA GIUDIZIARIA: IL RISCHIO DELLA SOTTOMISSIONE AL POTERE ESECUTIVO
Il secondo pilastro riguarda la polizia giudiziaria. Ed è forse il punto più inquietante, anche se meno discusso.
Oggi la polizia giudiziaria dipende funzionalmente dal pubblico ministero durante le indagini. È una garanzia per i cittadini: significa che chi indaga lo fa sotto la direzione di un magistrato, non di un politico.
Con la riforma, si apre la strada a un rischio concreto: dopo la riforma basterà una legge ordinaria per far passare la polizia giudiziaria alle dipendenze del potere esecutivo . Poi quando il pm diventerà un accusatore puro, e la polizia giudiziaria dipenderà dall’esecutivo, chi controlla i controllori?
Il vero obiettivo della riforma è mettere la giustizia inquirente sotto il controllo dell’esecutivo . D’altra parte lo stesso ministro Nordio ha ammesso che la riforma “conviene anche a chi governerà domani” . Ma la giustizia non deve convenire a chi governa. Deve convenire ai cittadini.
3. FUNZIONI E NON CARRIERE: LA GRANDE ILLUSIONE
Veniamo al terzo pilastro: la cosiddetta “separazione delle carriere”.
I sostenitori del Sì ripetono che giudici e pm fanno carriera insieme, che sono “cugini”, che questo minerebbe l’imparzialità del processo. La tesi è che se le carriere non si separano il giudice tende ad accogliere a priori le tesi dei “cugini” pm. I dati oggi dicono che nel 46% dei casi i giudici disattendono le richieste dell’accusa. Il giudice è già terzo e imparziale, come vuole l’art. 111 della Costituzione nonostante le carriere non separate.
Tra l’altro si vorrebbe intervenire su 10 articoli della Costituzione per una problematica che coinvolge pochi decine di magistrati. I passaggi da una funzione all’altra sono residuali: lo 0,2-0,8% dei magistrati all’anno . Nel 2024, ci sono stati appena 42 passaggi su oltre 9.000 magistrati: lo 0,4% . La riforma Cartabia aveva già ridotto questa possibilità a una sola volta nei primi dieci anni .
Quindi se le funzioni sono già separate perché vorrebbero separare anche le carriere? Cosa succederebbe con la separazione delle carriere?
Se il pm diventa semplicemente una parte, come l’avvocato difensore, allora non dovrà più cercare la verità, ma solo ottenere una condanna . Questo rende più vulnerabili gli imputati che non possono permettersi costosi collegi di difesa. La riforma, presentata come garanzia per i cittadini, rischia di trasformarsi in un vantaggio solo per chi ha più risorse .
4. L’ALTA CORTE DISCIPLINARE: UN GIUDICE SPECIALE
C’è un ultimo aspetto, tecnico ma decisivo: l’Alta Corte disciplinare.
La riforma toglie il potere disciplinare ai CSM e lo attribuisce a un nuovo organismo, composto da 15 membri: 3 nominati dal Quirinale, 3 sorteggiati da liste parlamentari, 9 magistrati .
Il problema? Le sue decisioni non potranno essere impugnate in Cassazione, ma solo davanti alla stessa Alta Corte in diversa composizione . È un’eccezione al principio costituzionale dell’art. 111, che ammette il ricorso in Cassazione contro tutte le sentenze.
Come hanno osservato i costituzionalisti, si tratta di un giudice speciale, in violazione dell’art. 102 Cost. che vieta l’istituzione di giudici straordinari o speciali . E si apre la strada a un controllo politico sui magistrati “scomodi”, attraverso procedimenti disciplinari gestiti da un organismo dove la componente politica ha un peso maggiore che nell’attuale CSM .
5. UNA RIFORMA INUTILE E DANNOSA
Concludo con una considerazione di metodo e di merito.
Di metodo: questa riforma è stata approvata in modo blindato, senza possibilità di emendamenti nelle ultime tre letture, con i tempi ridotti al minimo . È la prima volta nella storia repubblicana che una modifica costituzionale viene approvata in questo modo. Esattamente il contrario di quanto auspicato dai Costituenti, che volevano tempi distesi e condivisione ampia .
Di merito: la riforma non risolve nessuno dei veri problemi della giustizia italiana. Non riduce i tempi dei processi (oltre 900 giorni per un processo civile), non affronta la carenza di personale (mancano 1.800 magistrati), non investe sulla digitalizzazione, non migliora le condizioni dei tribunali . Si occupa solo dell’ordinamento giudiziario, e lo fa peggiorandolo.
CONCLUSIONE
Non è una battaglia di schieramento. È una battaglia di principio.
Perché un CSM eletto è meglio di un CSM sorteggiato.
Perché una polizia giudiziaria indipendente è meglio di una polizia sotto controllo politico.
Perché un pm che cerca la verità è meglio di un pm che deve solo vincere.
Perché la Costituzione non si modifica a colpi di maggioranza, ma con spirito costituente.
Il 22 e 23 marzo, quando ci recheremo alle urne, ricordiamocelo: in gioco non c’è solo la riforma della giustizia. C’è l’equilibrio tra i poteri, c’è l’indipendenza della magistratura, ci sono i diritti dei cittadini.
Grazie mille, questo articolo è scritto in modo molto chiaro ed è stato di aiuto