Inviato il:
Francesco Vigorelli
Quando l’emergenza diventa una scelta politica
Amministrare senza prevenzione non è un errore, ma una decisione politica consapevole che rivela mancanza di visione, spesso incapacità e forse anche malafede, e finisce per far prevalere l’interesse privato su quello pubblico.
Dal Grattacielo di Ferrara alle sanatorie fiscali e allo “scudo” sul lavoro sottopagato:fatti diversi, un’unica logica emergenziale.
Ci sono eventi e notizie che ti restano dentro e non si riescono a mandare via, perché fanno stare male e non si lasciano metabolizzare. Non sempre accade per caso, capita spesso quando l’emergenza prende il posto della prevenzione e diventa un modo di governare.
È il caso dell’incendio del Grattacielo di Ferrara, della sanatoria fiscale e dello “scudo” per gli imprenditori condannati da un giudice per il pagamento di retribuzioni inadeguate.
Fatti diversi – un accostamento che qualcuno potrebbe definire “improprio” – apparentemente scollegati, ma uniti da un filo comune: il senso di ingiustizia e un modo di governare che interviene solo a disastro avvenuto, svuotando la gestione ordinaria e affidandosi a risposte emergenziali.
Incendio del Grattacielo di Ferrara: l’emergenza abitativa senza prevenzione
Quando il disastro rivela anni di controlli mancati e una risposta pubblica insufficiente
L’evento è entrato nella cronaca quotidiana per la sua portata: l’impatto sulle famiglie evacuate, costrette a lasciare le proprie abitazioni e trovare in pochi giorni un tetto sotto cui stare, e sulla città, colpita nella sua umanità e nella sua capacità di solidarietà.
L’incendio del Grattacielo ha reso inagibili circa 170 appartamenti e coinvolto circa 500 persone, in parte già sfollate e in parte destinate a esserlo a breve, tra cui molti bambini. È stato inoltre confermato che solo 34 unità, pari a circa il 20%, non erano a norma, mentre la maggioranza risultava regolare.
Nonostante questo, mentre centinaia di persone restano senza una prospettiva abitativa chiara, il Sindaco ha ritenuto conclusa l’urgenza dopo pochi giorni, senza richiedere lo stato di emergenza né costruire una risposta pubblica adeguata. L’accoglienza è stata finora garantita quasi esclusivamente dal volontariato, al quale peraltro il Comune ha negato qualsiasi forma di contributo.
Quanto sta accadendo al Grattacielo di Ferrara non è solo il risultato di un incendio, ma l’esito di anni di mancata prevenzione, illegalità tollerata e controlli assenti o inefficaci. Un contesto in cui l’Amministrazione comunale – in continuità con quelle precedenti – è intervenuta solo a disastro già avvenuto. Eppure il Comune continua a sostenere che si tratti di una questione privata.
L’immobile è sì privato, ma l’ordinanza di sgombero comporta per il Sindaco anche la responsabilità di gestirne gli effetti e di attivarsi per evitare che le persone restino senza alloggio. Dichiarare conclusa l’emergenza dopo pochi giorni non cambia la realtà di chi ha perso la casa: anche questa è una scelta politica.
Sanatorie fiscali: l’eccezione che diventa regola
Condoni, rottamazioni e il messaggio distorto a chi rispetta le regole
Lo stesso schema si ripresenta nella sanatoria fiscale. Per anni lo Stato non riesce, o non vuole, riscuotere le imposte nei modi e nei tempi dovuti; quando il problema esplode, interviene con condoni e rottamazioni, cancellando sanzioni e interessi e concedendo lunghi piani di rientro.
È una soluzione che produce un gettito immediato, ma che nel tempo mina la fiducia nel sistema e riduce le entrate fiscali, come confermano Banca d’Italia e Corte dei Conti.
Chi ha sempre pagato si sente penalizzato, mentre chi non ha rispettato le regole viene premiato.
L’intervento arriva così come risposta a un’incapacità strutturale fatta di norme farraginose, pressione fiscale squilibrata e scarsa capacità di contrasto all’evasione.
Lo “scudo” sul lavoro sottopagato: diritti costituzionali negoziabili
Dal vuoto normativo alla tentazione dell’intervento straordinario
Questo schema non riguarda solo l’emergenza abitativa o la fiscalità. Lo ritroviamo anche nel campo dei diritti del lavoro.
Nella bozza di decreto PNRR, esaminata nei giorni scorsi dal Consiglio dei Ministri, era inizialmente prevista una norma – proposta dai partiti di maggioranza – che avrebbe negato ai lavoratori sottopagati il diritto a recuperare gli arretrati in contrasto con quanto già riconosciuto da diverse sentenze di condanna dei tribunali.
Una norma che si sarebbe posta in aperta violazione dell’articolo 36 della Costituzione, che garantisce il diritto a una retribuzione proporzionata e sufficiente: di fatto, uno scudo per chi ha pagato salari inadeguati. Il provvedimento sarebbe stato ritirato dal Governo all’ultimo minuto, dopo un’interlocuzione con gli uffici del Quirinale, che avrebbero evidenziato “problemi tecnici”.
È importante parlarne per almeno due ragioni. Innanzitutto perché è la terza volta che questo provvedimento viene esaminato in Consiglio dei Ministri, e il ritiro dell’ultima ora non cancella l’orientamento politico che lo ha prodotto. In secondo luogo perché, di fronte a un fallimento strutturale dei controlli e alla scelta di non intervenire su nodi centrali come il salario minimo e la rappresentanza sindacale, si tenta la scorciatoia dell’intervento straordinario.
Anche qui il messaggio è chiaro: la responsabilità pubblica e il diritto costituzionale diventano negoziabili e l’ingiustizia viene normalizzata in nome della “stabilità” o della “semplificazione”. È la stessa logica che trasforma la prevenzione in emergenza e l’equità in concessione.
La politica dell’emergenza come modello di governo
Dalla gestione ordinaria svuotata alla normalizzazione dell’eccezione
Il fallimento non è improvviso né imprevedibile: è il risultato di anni di controlli assenti o inefficaci. È questo il filo che unisce l’incendio del Grattacielo, la sanatoria fiscale e lo “scudo” per gli imprenditori condannati: una gestione pubblica che rinuncia alla prevenzione e interviene solo quando il danno è ormai compiuto, presentando l’emergenza come inevitabile.
Il passaggio dall’amministrazione ordinaria alla gestione emergenziale non è neutro. Segna l’abbandono del dovere di prevenire e regolare, e legittima interventi che arrivano sempre “dopo”, quando le conseguenze ricadono sui cittadini più esposti.
Il Grattacielo non è diventato un’emergenza in una notte: per anni si è tollerato che degrado, illegalità e assenza di controlli trasformassero un simbolo di modernità in un ghetto verticale. Lo sgombero, privo di un piano sociale adeguato, è l’ammissione di questo fallimento.
Allo stesso modo, la sanatoria fiscale non è una risposta contingente, ma il risultato di un’incapacità protratta nel tempo di riscuotere le imposte in modo equo ed efficace, in un sistema segnato da evasione strutturale e da un carico fiscale squilibrato che penalizza lavoro e pensioni.
Nel caso dello “scudo” per gli imprenditori condannati per il lavoro sottopagato, questo vuoto normativo è stato riempito da contratti collettivi sottoscritti da soggetti privi di reale rappresentatività, che prevedono retribuzioni inadeguate. L’intervento tenta così di neutralizzare non un’ingiustizia casuale, ma le conseguenze di una responsabilità politica mai assunta.
In tutti e tre i casi, l’emergenza non è l’eccezione: è il modo ordinario di governare il fallimento.
Il declino dell’interesse pubblico e della solidarietà
Quando prevenzione, equità e giustizia diventano variabili sacrificabili
A questo punto la questione non è più tecnica, ma politica. Questo modo di amministrare è davvero il frutto di disattenzione o incapacità, oppure riflette una scelta consapevole?
La rinuncia alla prevenzione, alla gestione strutturata e al controllo non appare episodica, ma coerente con una visione in cui l’interesse privato prevale su quello pubblico e solidarietà, equità e giustizia diventano variabili sacrificabili. In questo quadro lo Stato smette progressivamente di essere garante e regolatore sociale.
Gli sfollati diventano un problema “privato”. I cittadini e i lavoratori che rispettano le regole restano senza tutele. Nel frattempo la giustizia sociale viene derubricata a “buonismo” e i diritti si trasformano in concessioni, sacrificate in nome del consenso immediato.
In conclusione, non siamo di fronte a una serie di errori, ma a una scelta di campo: una scelta politica.
Lascia un commento