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Andrea Pieragnoli
Abitare la stessa storia. Il ritorno dell’astensionismo.
Le elezioni comunali del 24 e 25 maggio non hanno modificato in modo significativo il panorama politico nazionale. Nemmeno il tanto evocato “effetto referendum” sembra essersi manifestato. Al contrario, l’astensionismo continua lentamente a crescere, quasi senza più suscitare stupore.
Eppure sarebbe troppo semplice liquidare tutto come disinteresse o apatia.
Forse sta emergendo qualcosa di più profondo: una crescente difficoltà nel percepirsi parte di un destino collettivo.
Per molto tempo la politica ha rappresentato, nel bene e nel male, la possibilità di immaginare una storia comune. Le persone potevano avere idee diverse, appartenere a mondi sociali differenti, perfino scontrarsi duramente, ma continuavano a riconoscersi dentro uno stesso orizzonte.
Esisteva un “noi”.
Quel “noi” prendeva forma nei quartieri, nei luoghi di lavoro, nelle scuole, nelle associazioni, nei sindacati, nei partiti, nelle piazze. Persino il conflitto contribuiva a costruire appartenenza, perché implicava comunque il riconoscimento reciproco di condividere uno spazio comune.
Oggi questa percezione sembra essersi indebolita.
La politica appare sempre più come gestione dell’esistente: amministrazione tecnica, comunicazione permanente, risposta continua alle emergenze. Cambiano i linguaggi, cambiano i volti, ma molte persone faticano a percepire differenze realmente capaci di incidere sul futuro della società.
Da qui nasce probabilmente una parte dell’astensionismo contemporaneo.
Non necessariamente dalla mancanza di interesse verso la vita pubblica, ma dalla sensazione crescente che il voto, da solo, non riesca più a modificare direzioni profonde.
Eppure, parallelamente, aumentano le mobilitazioni, le battaglie territoriali, le comunità locali, le reti civiche, le campagne tematiche. Le persone continuano ad avere bisogni, desideri, richieste di giustizia. Continuano a cercare luoghi di senso e di partecipazione.
Il problema è che queste energie spesso rimangono frammentate.
Ogni gruppo difende il proprio tema, la propria emergenza, il proprio spazio, ma sempre più raramente queste domande riescono a trasformarsi in una visione condivisa della società. Manca una direzione capace di collegare le singole rivendicazioni a un progetto collettivo.
Ed è forse proprio qui che si apre il vuoto politico del nostro tempo.
Non tanto nell’assenza di opinioni o di partecipazione, quanto nella difficoltà crescente di costruire immaginari comuni. Una società molto attiva sul piano emotivo e comunicativo, ma sempre più fragile nella capacità di sentirsi comunità.
Senza una percezione condivisa del futuro, anche la democrazia rischia lentamente di svuotarsi. Perché il voto non è soltanto una procedura tecnica: funziona davvero quando le persone sentono di appartenere a qualcosa di più grande della propria condizione individuale.
Forse però una risposta esiste già, ed è contenuta proprio nelle fondamenta della Repubblica.
Se il risultato referendario sembra dirci qualcosa, è che la Costituzione italiana continua ancora a essere percepita come uno spazio comune affidabile. Una struttura solida che non tradisce, che difende, che prova a tenere insieme libertà individuali e destino collettivo.
Per questo vale ancora la pena partecipare, votare, discutere, esporsi.
Perché dentro la Costituzione non esistono soltanto diritti astratti, ma un’idea precisa di società: il lavoro come fondamento della Repubblica, l’uguaglianza sostanziale, la dignità della persona, la funzione sociale, il dovere di concorrere al bene comune.
Forse allora il punto non è inventare continuamente nuovi contenitori politici, ma avere il coraggio di attuare fino in fondo ciò che è già stato scritto e condiviso.
In un tempo frammentato, la piena realizzazione della Costituzione potrebbe essere una delle poche idee ancora capaci di unire gli italiani dentro la stessa storia.
E questa riflessione riguarda inevitabilmente anche le città.
Perché la Costituzione non vive soltanto nei tribunali o nelle celebrazioni ufficiali. Vive nei territori, nei quartieri, nei servizi pubblici, nelle possibilità reali che una persona ha di partecipare alla vita collettiva.
Una città come Ferrara rischia continuamente di oscillare tra due modelli opposti: da una parte la città-vetrina, costruita per attrarre turismo, consumo ed eventi; dall’altra la città-comunità, capace di generare relazioni, appartenenza e partecipazione reale.
Naturalmente attrattività e qualità urbana non sono elementi incompatibili. Il problema nasce quando l’immagine della città finisce per sostituire la vita quotidiana di chi la abita.
Perché una città può riempirsi di eventi e contemporaneamente svuotarsi di senso collettivo.
È qui che la partecipazione assume un significato diverso rispetto alla semplice consultazione amministrativa. Partecipare non significa soltanto essere ascoltati, ma percepire che il proprio contributo possa incidere realmente sulle trasformazioni del territorio.
Molte persone oggi non chiedono necessariamente più propaganda o nuove promesse. Chiedono di poter contare qualcosa dentro i processi che modificano la loro vita quotidiana: il quartiere, gli spazi pubblici, la cultura, il lavoro, la mobilità, le opportunità offerte ai giovani.
In questo senso l’amministrazione locale potrebbe tornare a essere il luogo più concreto di applicazione della Costituzione.
Non come richiamo simbolico, ma come pratica quotidiana: nel diritto alla casa, nell’accesso alla cultura, nella tutela del lavoro, nella redistribuzione degli investimenti tra centro e quartieri, nella presenza di spazi pubblici aperti, nella possibilità per le nuove generazioni di immaginare un futuro dentro la città.
Perché una comunità si indebolisce quando le persone smettono di sentirsi parte di un progetto comune e iniziano a vivere il territorio soltanto come spazio da attraversare o consumare.
Forse allora il compito più importante della politica locale non è semplicemente amministrare bene l’esistente, ma ricostruire legami di fiducia tra persone, luoghi e istituzioni.
Far percepire nuovamente che abitare una città non significa soltanto condividere uno spazio geografico, ma partecipare a una storia collettiva.
Perché una comunità esiste davvero soltanto quando sente di abitare la stessa storia.
L’articolo collega in modo efficace astensionismo e crisi del legame democratico. Quando molti cittadini smettono di partecipare, il problema non riguarda solo le percentuali elettorali, ma la fiducia nella comunità politica. Il riferimento alla Costituzione italiana è importante perché la Carta presuppone cittadini coinvolti, non spettatori distanti o rassegnati davanti alle istituzioni.