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Caterina Orsoni
Voci dal Grattacielo (2) : Le mani
Le mani (liberamente tratto da una storia vera)
Ho guardato le tue mani mentre mi descrivevi la tua vita complicata, guardavo solo le mani, non il viso, perché parlavano e raccontavano di te più di mille parole.
Gesticolavi sicura, le mani si muovevano nello spazio, lo riempivano e costruivano una scena dove ogni idea, concetto e sentimento che esprimevi si facevano materia, diventando tangibili e più che mai reali. Mi racconti la tua quotidianità, della difficoltà di convivere con un male oscuro che ti toglie il sonno, la fame e ti fa sentire estranea a te stessa.
La pandemia di Covid ha tracciato una linea Maginot, c’è stato per tutti noi un prima e un dopo, anche per te è stato così, qualcosa si è rotto dentro, hai affrontato molte difficoltà, la vita per te è stata spesso una salita faticosa costellata di numerosi ostacoli. Sono convinta che esistano persone che sentono e vivono più intensamente della maggioranza degli individui, e che colgono emozioni impercettibili a chiunque. Sei stata punta dove faceva più male, la tua casa nel grattacielo, il tuo riparo, la tua certezza, il tuo riscatto nei confronti di una vita che con te è stata ingenerosa.
Mentre le tue mani scorrono con cura e precisione la montagna di carte relative a lavori eseguiti nella casa, rogito, adeguamenti strutturali e tanto altro, il tuo sguardo muta, comunichi disorientamento e dolore profondo. Ma le mani no, quelle continuano ad essere guidate da gesti sicuri e attenti, sopperiscono allo smarrimento emotivo e procedono nello spazio con stabile lucidità e controllo.
Il tuo incedere nella narrazione mi ricorda molto il linguaggio gestuale dei non udenti, che affidano alle mani il loro sentire e le loro emozioni più profonde per comunicare in maniera più autentica possibile. Sei un fiume in piena, descrivi dettagli precisi, si coglie la necessità da parte tua di voler narrare tutto, trasmetti la tua fatica nel ricordare ogni particolare, come se da ogni singolo dettaglio dipendesse la tua vita.
Rivivo con te la paura di chi si sente mancare la terra sotto i piedi, patisco insieme a te la frustrazione per ciò che vivi come una grande ingiustizia e ne colgo il profondo sconcerto. Al contempo avverto l’enorme sforzo fisico e mentale che tutta questa brutta situazione comporta per te, vorrei poterti confortare e dirti che tutto andrà bene, come si diceva durante la pandemia di Covid, ma credo che il futuro potrà essere migliore solo se muterà la nostra percezione del “sentire” l’altro e se ci saranno occhi attenti alle tue mani, come accade agli orchestrali che, guidati dal loro direttore, creano un meraviglioso ensamble di suoni.
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