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La Comune di Ferrara | Femminile, Plurale, Partecipata

Inviato il:

10 Gennaio 2026

Rodolfo Baraldini

Civiltà o Barbarie

Maledette letture giovanili!

Osservando il filmato dell’uccisione di una cittadina americana da parte di una agente dell’ICE, la polizia anti-immigrazione USA, quello che mi ha colpito è stata l’espressione, apparentemente indifferente, dell’assassino mentre si allontanava coprendosi parte del viso. Insomma! Hai appena ammazzato una donna di 37 anni, che cercava di allontanarsi da un posto di blocco alla guida della sua auto e non mostri nessun segno di pentimento o preoccupazione.

Non ho potuto non ricordare “La banalità del male” di Hannah Arendt, uno degli strumenti filosofici più potenti per analizzare come persone comuni possano compiere atti atroci all’interno di sistemi burocratici o gerarchici. Quando la Arendt osservò Adolf Eichmann a Gerusalemme, non trovò un “mostro” sadico, ma un funzionario diligente che sosteneva di aver solo “fatto il suo dovere”.

Sicuramente si deve considerare la psicologia del singolo, non tutti in una struttura di un sistema violento e de-umanizzante diventano “volontari inconsapevoli”. Ci sono anche i malvagi, i sadici espressione di una male radicale, non banale. Ma analizzando l’omicidio di Minneapolis, in pieno giorno, davanti a telecamere e telefonini, per la Arendt, il male “banale” nasce dall’incapacità di fermarsi a riflettere sulle conseguenze morali delle proprie azioni.

In casi simili, le forze dell’ordine, sembrano agire seguendo un “protocollo” o una “prassi” (il fermo, l’immobilizzazione, l’uso della forza) senza valutare l’umanità del soggetto che hanno di fronte. Se il sistema e la sua organizzazione di polizia non punisce gli abusi e le violenze, o peggio, li giustifica sistematicamente, l’agente percepisce la violenza non come un crimine, ma come parte del suo lavoro quotidiano.
“Il triste fatto è che la maggior parte del male venga compiuto da persone che non si sono mai decise a essere buone o cattive.” dice la Arendt. In questo senso, l’uccisione di una cittadina da parte di chi dovrebbe proteggerla diventa “banale” e viene assorbita dalla routine burocratica, dai processi farsa o dalla narrazione che “è solo una procedura andata male” oppure “è tutta colpa della cittadina”.

Allora il “male banale” diventa il meccanismo normale di un sistema criminale. In una democrazia, l’uccisione di un cittadino da parte della polizia dovrebbe essere un evento eccezionale, tragico e sottoposto a scrutinio severissimo. Quando la violenza delle forze dell’ordine si ripete e diventa frequente o sistemica, indica il fallimento dello Stato di diritto, non il suo normale funzionamento. Ma tornando alla apparente indifferenza dell’assassino, un’altra lettura giovanile mi è tornata alla memoria. Il monologo di Basilio nel primo atto de La vita è un sogno (La vida es sueño) di Calderón de la Barca. Fa parte della natura dell’uomo la sua fragilità morale.

Quando l’uomo civile dimentica la propria mortalità e la propria responsabilità morale, ricade immediatamente nella “barbarie” dello spirito. L’agente che commette violenza può essere una persona dolce e “civile” nella vita privata, ma nel momento in cui agisce sotto l’egida di un potere assoluto (e si sente “protetto” dalla divisa), la sua civiltà si dissolve, lasciando spazio a quella che Calderón chiamerebbe la “fiera” ( la bestia) interiore.

Calderón ci avverte che la civiltà è un abito sottile: basta un cambio di contesto perché l’uomo torni a essere, citando il testo, “un mostro” “una fiera”.

L’espressione e il comportamento apparentemente indifferente dell’agente dell’ICE che ho notato è stato per me l’elemento più agghiacciante e significativo. Non è solo mancanza di rimorso; è l’assenza di una crisi interiore.
Non è il volto dell’odio, né quello del panico o del rimorso. È il volto di chi ha completato un’operazione. L’evento, per lui, sembra già essere transitato dalla sfera “etico/morale” (ho ucciso un essere umano) a quella “operativa” (ho neutralizzato una minaccia/ho eseguito un protocollo). Questa è l’essenza della disconnessione descritta dalla Arendt.
Coprirsi parte del viso, mentre si esce dalla scena, è un gesto duplice: è un’azione pratica (proteggersi dall’identificazione o dal freddo), ma diventa, simbolicamente, un muro tra il sé e le conseguenze dell’atto. È un gesto di chiusura, non di apertura al pentimento.

Ne “I dannati della terra”, Frantz Fanon, con il suo occhio psichiatrico, osserva come la de-umanizzazione può diventare una malattia professionale del poliziotto torturatore o assassino. Fanon osserva che il poliziotto addetto a torturare i detenuti non può permettersi di vedere la vittima come un essere umano. Deve trasformare l’individuo che deve torturare in un oggetto, in una cosa. Ma de-umanizzando l’altro, il torturatore può de-umanizzare se stesso, palesando in più contesti la calderoniana “fiera” o la barbarie solo apparentemente sopita.

Fanon ci dice che un sistema politico violento e repressivo, come quello coloniale, obbliga l’agente di polizia a diventare barbaro per mantenere l’ordine. La violenza non è un incidente, è il metodo.
Arendt ci spiega che l’agente di polizia può compiere queste atrocità senza sentirsi un mostro, ma solo un buon funzionario che segue le regole.
Calderón de la Barca ci ricorda che questa regressione alla barbarie è sempre possibile, in chiunque, non solo nelle forze dell’ordine di un sistema repressivo, perché la nostra “civiltà” è una costruzione fragile che crolla non appena il potere ci dà il permesso di agire come “fiere”.

Se la civiltà è solo una “maschera” (come direbbe Rousseau) o un “contratto di paura” (come direbbe Hobbes), è molto facile che l’individuo torni alla barbarie non appena quella maschera cade o quel contratto viene sospeso, proprio come accade nei casi di violenza estrema delle forze dell’ordine o nei sistemi/regimi descritti dalla Arendt.


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