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Andrea Pieragnoli
Gli insiemi invisibili e l’astensionismo (3)

Rodrigo Nunes, nel suo lavoro Né orizzontale né verticale, analizza la crisi dei movimenti e dei partiti nel XXI secolo: la contrapposizione tra organizzazione verticale (partiti tradizionali) e orizzontale (movimenti sociali) ha esaurito la propria capacità di innovazione.
Il futuro, sostiene, non è né nell’uno né nell’altro, ma nella costruzione di ecologie politiche interconnesse, dove le differenze cooperano invece di annullarsi.
Gli insiemi invisibili dell’astensionismo rappresentano una molteplicità non organizzata, una potenza dispersa.
Ma quella dispersione non è perdita: è la materia prima di una nuova forma politica.
Un campo di possibilità che può rigenerare la democrazia se qualcuno saprà costruire ponti, linguaggi, pratiche di partecipazione coerenti con la vita reale delle persone.
L’invisibile potenza
C’è una parte del Paese che non parla più, che non vota, che non si riconosce nelle parole né nei volti della politica. E contemporaneamente dimentica il concetto di voto come diritto/dovere, come conquista della società civile ed espresione della massima democrazia (va ricordato che solo nel 1946 è stata concessa alle donne la possibilità di accedervi).
È una moltitudine silenziosa, spesso descritta come disinteressata o sfiduciata.
Eppure, come per gli insiemi invisibili di cui abbiamo parlato altrove, questa assenza non è solo vuoto: è spazio potenziale, materia viva che attende un linguaggio nuovo per potersi esprimere.
L’astensionismo non è solo un segno di disaffezione: è un indice di trasformazione.
Ci dice che le forme tradizionali della rappresentanza non bastano più, che le persone non vogliono essere soltanto rappresentate ma partecipare in modo autentico, esperienziale, coerente con la propria vita quotidiana.
L’invisibilità come condizione sociale
Gli astenuti non sono “fuori” dalla società. Sono dentro, ma non più “contati”.
Lavorano, studiano, fanno volontariato, si prendono cura dei figli o dei genitori, costruiscono legami nelle reti di quartiere, ma non si riconoscono nella forma istituzionale della cittadinanza politica.
Sono l’altra metà dell’elettorato, eppure restano invisibili nei programmi, nei dibattiti, nelle analisi.
Nessuno parla con loro, ma tutti parlano di loro.
È la stessa logica che marginalizza gli insiemi invisibili sociali e culturali: ciò che non produce consenso immediato viene lasciato ai margini.
Ma proprio lì, ai margini, si rigenera il senso politico.
Dalla sfiducia alla possibilità
L’astensionismo nasce da una sfiducia sistemica: nella parola pubblica, nella coerenza delle istituzioni, nella possibilità di incidere realmente.
Ma ogni sfiducia contiene una domanda: “Se non credo più a questo, in che cosa posso credere?”
Questa domanda non è nichilismo, è energia sospesa.
Gli insiemi invisibili dell’astensionismo sono dunque un campo di possibilità politica:
non sono contro la partecipazione, ma contro le sue forme vuote;
non rifiutano il futuro, ma attendono che qualcuno lo renda nuovamente credibile.
Quando la politica torna a essere gesto concreto, relazione viva, esperienza condivisa – e non solo rappresentazione – l’astensionismo si trasforma in partecipazione rigenerata.
L’errore della semplificazione
Troppo spesso si riduce il fenomeno dell’astensione a una questione di numeri o di comunicazione.
Come se bastasse cambiare il messaggio, non il linguaggio.
Ma un linguaggio politico capace di incontrare gli insiemi invisibili deve nascere dal basso, dai corpi e dai luoghi, non dai palinsesti.
Serve una politica che sappia ascoltare i silenzi, che si ponga la domanda su chi resta fuori, e perché.
Una politica che accetti la complessità e la lentezza, che non consideri l’indifferenza come un nemico ma come una forma in attesa di senso.
La politica come esperienza di comunità
Per riportare in vita la partecipazione, occorre restituirle un’esperienza concreta e condivisa.
La politica, quando è viva, non è solo opinione o rappresentanza: è comunità esperienziale.
È il quartiere che si organizza, l’associazione che trova una sede, la scuola che accoglie, il gruppo che si prende cura dello spazio pubblico.
Gli insiemi invisibili dell’astensionismo non si recuperano con campagne o slogan, ma con atti di fiducia reciproca: piccole azioni che riattivano il senso di appartenenza e di possibilità.
Ogni luogo in cui le persone tornano a fare insieme – fuori dalle gerarchie e dentro la realtà – è già un atto politico.
Dalla rappresentanza alla presenza
Forse il compito della politica oggi non è più solo “rappresentare”, ma rendere presenti gli invisibili. Non solo includerli nelle statistiche, ma riconoscerli come soggetti pensanti, portatori di valori, di esperienze e di desideri.
L’astensionismo, in fondo, è una soglia: ci separa dal passato ma ci indica il futuro.
Un futuro in cui la democrazia non sarà più solo un rito elettorale, ma un processo vitale di costruzione collettiva.
Quando gli insiemi invisibili tornano a essere visibili, non attraverso la propaganda ma attraverso la relazione, la politica si rigenera.
E la partecipazione smette di essere un dovere per tornare a essere una forma di vita.
Gli insiemi invisibili dell’astensionismo ci ricordano che la politica non muore per mancanza di consenso, ma per mancanza di senso.
Ritrovarlo significa ricominciare da ciò che è vivo, anche se non ancora visibile, per ricostruire fiducia nella potenza dell’agire comune.
Il voto è solo un esito; la politica vera inizia quando le persone tornano a fare, insieme.
Qui un’interessante analisi del voto di novembre 2025 per le regionali di Puglia, Campania e Veneto
oppure qui
Articoli precedenti cui fare riferimento per una più comprensibile lettura relativa agli insiemim invisibili:
1 – Gli insiemi invisibili: numeri, politica e potenza immanente
2 – Gli insiemi invisibili e le comunita esperienziali
Splendido! I miei complimenti!
Grazie di cuore!