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La Comune di Ferrara | Femminile, Plurale, Partecipata

Inviato il:

17 Novembre 2025

Andrea Pieragnoli

Gli insiemi invisibili e le comunità esperienziali ( 2 )

Articolo precedente cui fare riferimento per una più comprensibile lettura:
Gli insiemi invisibili: numeri, politica, potenza immanente

I primi degli invisibili nella solitudine dei numeri primi

A volte ci scopriamo dentro insiemi così piccoli da sembrare irrilevanti persino a noi stessi. Micro-mondi fatti di due, tre, dieci persone: pendolari solitari, genitori schiacciati tra lavoro e cura, giovani iper-qualificati e sottopagati, adulti che si reinventano tre volte al giorno. E in questa miniatura sociale ci sentiamo “i primi degli invisibili”, come numeri primi: indivisibili, irriducibili, ma anche isolati gli uni dagli altri. Non perché non ci sia spazio, ma perché lo spazio sembra sempre occupato da un rumore di fondo più forte di noi.
Rodrigo Nunes porta a noi la sua idea: i movimenti e le comunità non si costruiscono per somiglianza, ma per risonanza. Un numero primo non crea massa, ma può creare ritmo. Non genera maggioranza da solo, ma può essere la scintilla che dà forma a un insieme più grande: una comunità esperienziale
.

Verso una nuova visione socio-politica ed ecologica

Ogni società è attraversata da insiemi invisibili: reti di persone, energie e desideri che non compaiono nelle mappe del potere, ma che tengono viva la città reale.
Sono relazioni nascoste, forme di solidarietà spontanea, comunità informali che resistono anche quando non vengono riconosciute.
Non sono solo margini: sono luoghi di possibilità, spazi dove la vita sociale continua a rigenerarsi nonostante l’indifferenza delle istituzioni.

Oggi la politica fatica a vederli.
Si concentra sul visibile, sulle regole, sui numeri, sui simboli del consenso, e ignora le forme di cittadinanza che crescono nel silenzio.
Ma la città contemporanea si costruisce proprio lì, dove nessuno guarda: nei laboratori culturali che non trovano una sede, nelle famiglie migranti che ricompongono comunità spezzate, nelle associazioni che cercano un luogo per esistere e per far esistere.
Sono semi di rigenerazione che chiedono di essere riconosciuti, non come eccezioni, ma come parte della città vivente.
Anche le cosiddette “deviazioni tossiche” – come il fenomeno dei maranza – meritano di essere rilette con uno sguardo ecologico, indagatore e non punitivo.
Dietro quei comportamenti che la società rifiuta, spesso si nasconde una potenza sociale incompresa: il bisogno di visibilità, di appartenenza, di linguaggio, di accettazione ancora prima di inclusione.
Escludere queste forme significa perdere una parte dell’ecosistema urbano, lasciare che l’energia si disperda anziché trasformarsi.
Un’ecologia politica autentica non separa ciò che funziona da ciò che devia, ma cerca di ricomporre come in natura, dove ogni elemento, anche quello disturbante, contribuisce all’equilibrio complessivo.

Per questo serve una nuova visione socio-politica: una politica esperienziale ed ecologica, capace di rigenerare i legami e di restituire spazio alle comunità invisibili.
Non una politica di bandiere o di appartenenze, ma una politica di presenza, che riconosce il valore delle esperienze vissute e dei luoghi dove le persone si incontrano davvero.

Le comunità esperienziali sono il terreno dove questo cambiamento può radicarsi.
Spazi di partecipazione, di cultura, di scambio tra differenze: un concerto autoprodotto che diventa rito collettivo, un orto urbano che unisce chi non si conosce, un laboratorio che riapre un luogo dimenticato, una casa di quartiere che accoglie chi non ne ha una, un leggere assieme un libro, ascoltare una storia.
In ognuno di questi gesti c’è un principio comune: riconnettere ciò che è stato separato, restituire voce a chi non ce l’ha, tradurre la potenza invisibile in esperienza condivisa. Osmosi e risonanza. Biodiversità ecorigeneratrice.

Una politica così non nasce nei consigli comunali, ma nei luoghi dove la vita accade.
Si costruisce nell’ascolto, nell’incontro, nella capacità di vedere valore anche dove l’ordine istituzionale vede solo disagio o marginalità.
È una politica che non teme la complessità, perché sa che la città è un ecosistema di relazioni, non un elenco di problemi da risolvere.
Il compito che ci attende è dare visibilità agli insiemi invisibili, riconoscere le comunità che resistono e includere anche quelle deviazioni che rivelano le nostre ferite collettive.
Solo così potremo costruire una città davvero ecologica: capace di accogliere, di apprendere, di rigenerare continuamente se stessa.

La vera democrazia non è un equilibrio statico, ma una relazione in movimento fatta di ascolto, di presenza e di reciprocità.
Ed è da qui, dagli insiemi invisibili che già vivono e risuonano tra noi che può nascere una nuova comunità esperienziale e politica.

Gli insiemi visibili e l’astensionismo

Bibliografia utile:
Rodrigo Nunes – Né verticale né orizzontale. Una teoria dell’organizzazione politica -Ed. Alegre
Paolo Giordano – La solitudine dei numeri primi – Mondadori


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