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La Comune di Ferrara | Femminile, Plurale, Partecipata

Inviato il:

19 Aprile 2026

Francesco Vigorelli

Neoliberismo e corporativismo: le contraddizioni di un modello economico e sociale

Tra mercato, pressione fiscale elevata, rendite e interventi settoriali: perché il sistema non riduce le disuguaglianze né sostiene la crescita

Il ruolo delle idee nelle scelte pubbliche
Si tende spesso a liquidare l’ideologia come un residuo del passato. Eppure, intesa come sistema di
valori, visioni del mondo e concezioni della società, continua a orientare profondamente le scelte
pubbliche.
Nessuna politica, neppure la cosiddetta ‘politica del fare’, è neutra: ogni decisione – dalla sanità
all’istruzione, dal lavoro al fisco – riflette una precisa idea di società e del rapporto tra Stato e
mercato, determinando come vengono distribuite risorse, opportunità e diritti.
Finanziare la sanità pubblica significa garantire a tutti l’accesso alle cure indipendentemente dal reddito; ridurre la spesa, al contrario, spinge verso un sistema privato in cui i servizi diventano progressivamente accessibili solo a chi può permetterseli.
In questo quadro, il neoliberismo non rappresenta un fenomeno del passato, ma un paradigma ancora influente, che continua a orientare le scelte pubbliche, affidando al mercato funzioni e responsabilità che dovrebbero essere collettive.

Gli effetti del modello neoliberista
Dagli anni ottanta si è affermato un modello neoliberista che ha progressivamente ridimensionato il ruolo dello Stato, affidando al mercato funzioni sempre più ampie.
Tuttavia, nei fatti, l’idea che la riduzione delle tasse favorisca la crescita economica e produca benefici per tutti, centrale nel paradigma neoliberista, non ha trovato conferme nei dati.
La ricchezza si è concentrata: una quota ristretta di famiglie detiene una parte significativa della ricchezza netta, mentre il valore si è progressivamente spostato dal lavoro alle rendite.
Tra il 2019 e il 2024, i salari reali hanno perso oltre il 10% del potere d’acquisto e il lavoro si è fatto più precario. Al tempo stesso, i servizi pubblici si sono indeboliti e il numero delle persone in povertà assoluta ha raggiunto livelli tra i più elevati degli ultimi decenni.
Il caso del gruppo HERA, attivo nei servizi idrici, energetici e ambientali, offre un esempio significativo delle trasformazioni in atto. Il passaggio a modelli di gestione più orientati al mercato e al profitto si è accompagnato a un aumento delle tariffe, a criticità sul piano degli investimenti e della qualità del servizio.
Allo stesso tempo, si è ridotta la capacità di indirizzo delle amministrazioni locali, che, riunite in un patto parasociale, restano pur sempre i principali azionisti del gruppo.
Emblematica è la crescita degli utili del gruppo, oltre il 65% tra il 2020 e il 2024; nello stesso periodo, è stato distribuito circa un miliardo di euro di dividendi agli azionisti.
Fenomeni analoghi, pur con modalità diverse, si riscontrano anche in altri ambiti dei servizi pubblici, come quelli scolastici, mense e biblioteche. In questi settori, l’esternalizzazione ha spesso comportato una maggiore precarizzazione del lavoro e una standardizzazione delle prestazioni, coneffetti sulla continuità e sulla qualità dei servizi.

Un equilibrio instabile: neoliberismo e corporativismo
Queste dinamiche generali trovano una declinazione specifica nel contesto italiano. Qui, il modello neoliberista assume caratteristiche peculiari e contraddittorie, espressione delle diverse culture politiche dei partiti di governo.
Da un lato, una matrice neo liberale che mira a ridurre il perimetro pubblico in nome dell’efficienza e della deregolamentazione; dall’altro, un approccio corporativo che interviene con misure settoriali a favore di specifiche categorie, senza rafforzare lo Stato sociale universale.
Il risultato è un sistema frammentato e contraddittorio: al richiamo al libero mercato si affiancano forme di protezionismo selettive, mentre alle promesse di riduzione fiscale corrisponde, nei fatti, un aumento della pressione complessiva.

Il nodo fiscale: struttura e squilibri del prelievo
È proprio sul terreno fiscale, non a caso, che queste contraddizioni emergono con maggiore evidenza.
Nel 2025, la pressione fiscale complessiva ha raggiunto il 43,1% del PIL, il livello più alto dal 2014: un dato in contrasto con la narrazione della riduzione delle tasse e con la retorica del ‘meno tasse per tutti’.
Il problema, tuttavia, non riguarda solo il livello del prelievo, ma anche la sua distribuzione.
Negli anni, la progressività del sistema si è indebolita, mentre si sono ampliati regimi agevolati – dalla flat tax alla cedolare secca sugli affitti, fino alla tassazione sulle rendite finanziarie – che hanno alleggerito il carico fiscale sui redditi più elevati senza generare gli effetti di crescita attesi.
Il peso del fisco continua invece a concentrarsi su lavoro dipendente e pensioni, oltre che su una parte significativa del sistema produttivo.
Da qui l’esigenza di intervenire non solo sul livello del prelievo, ma anche sulla sua struttura: su questo piano si inserisce il tema delle grandi ricchezze.
La revisione del catasto rappresenta un passaggio necessario per correggere il divario tra valori catastali e di mercato, oggi fonte di evidenti disparità.
Allo stesso modo, le imposte su successioni e donazioni potrebbero essere rese più progressive per i patrimoni più elevati, tenendo conto anche della posizione nell’asse ereditario, in linea con altri paesi europei.
Anche una forma di imposizione patrimoniale, limitata alle grandi ricchezze nette, può essere considerata uno strumento di riequilibrio, contribuendo al tempo stesso a semplificare l’attuale frammentazione delle micro imposte già presenti sul patrimonio.
In questa prospettiva, un sistema fiscale più equo, accompagnato da un contrasto strutturale all’evasione, consentirebbe di redistribuire il carico senza aumentare la pressione complessiva, rafforzando il reddito disponibile di lavoratori e famiglie e sostenendo in modo più solido la domanda interna e lo sviluppo economico e sociale.

Ridurre le disuguaglianze: il ruolo dell’intervento pubblico
Alla luce di quanto detto, in un’economia di mercato la questione non è solo ‘più o meno Stato’, ma quale Stato e con quale capacità di intervento.
Ci sono ambiti – come acqua, istruzione e sanità – in cui l’intervento pubblico non può essere considerato opzionale, perché solo in questo modo si garantisce un accesso realmente universale, non subordinato al reddito e alle logiche di mercato.
Per questo lo Stato non può limitarsi a svolgere un ruolo di osservatore neutrale: è chiamato a definire le regole e a garantire condizioni di accesso eque per tutti, prevenendo squilibri ed esclusione e assicurando servizi essenziali, oltre a tutelare il lavoro e contrastare la precarietà.
Senza questa azione, infatti, le disuguaglianze non solo persistono, ma tendono ad ampliarsi, limitando le opportunità di lavoro, istruzione e mobilità sociale.
Ridurle non significa opporsi al mercato, ma costruire un equilibrio tra crescita economica e giustizia sociale.
In conclusione, una fiscalità più equa e una redistribuzione efficace non sono un’opzione ideologica: rappresentano una condizione necessaria per una società più stabile, più inclusiva e capace di crescere.


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