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La Comune di Ferrara | Femminile, Plurale, Partecipata

Inviato il:

5 Aprile 2026

Andrea Pieragnoli

Quando diventeremo profughi climatici?

Il lento e incessante crescere del livello del mare, testimoniato dall’erosione dei lidi ferraresi, la penetrazione inesorabile del cuneo salino nell’entroterra e le sue conseguenze sulle coltivazioni agricole, la progressiva subsidenza dei suoli, i fenomeni meteorologici sempre più violenti e imprevedibili che travolgono le montagne e di conseguenza tutto ciò che sta a valle, non sono episodi isolati.
Sono segnali.
Sono probabilmente i prodromi di un futuro fenomeno di migrazione climatica che potrebbe coinvolgere anche queste terre.

Siamo abituati a pensare ai migranti climatici come a persone lontane da noi. Li immaginiamo provenire da continenti remoti, da deserti in espansione o da isole sommerse. Non li riconosciamo come una possibilità che riguarda anche la pianura in cui viviamo.
Eppure il territorio ferrarese è, per sua natura, fragile.
È una terra sottratta all’acqua.
Una terra mantenuta abitabile grazie a un equilibrio tecnico e collettivo costruito nei secoli.
Una terra che esiste perché qualcuno continua ogni giorno a difenderla?

Se questo equilibrio si incrina, cambia anche la nostra condizione di abitanti
.
Non siamo più soltanto residenti.
Diventiamo abitanti temporanei di un territorio in trasformazione.
Il cuneo salino che risale i fiumi, la subsidenza che abbassa lentamente il suolo, l’erosione della costa, la fragilità del sistema idraulico, l’intensificazione degli eventi meteorologici estremi non sono problemi separati. Sono parti di uno stesso processo.
Un processo che riguarda il futuro dell’abitare.

Per questo la domanda non è soltanto ambientale. È politica.
Quali politiche stiamo costruendo oggi per rendere ancora abitabile questo territorio tra venti o trent’anni?
Quale idea di agricoltura immaginiamo per una pianura che cambia?
Quale idea di città per un territorio esposto all’acqua?
Quale idea di sicurezza quando la sicurezza dipende sempre più dagli equilibri climatici?

Continuare ad amministrare il presente senza interrogarsi su questi scenari significa spostare il problema in avanti, scaricandolo sulle generazioni che verranno.
Ma c’è una domanda ancora più difficile.
Come ci porremo di fronte al capovolgimento di ruoli che potrebbe trasformarci, un giorno, da residenti impenitenti a profughi climatici?
E soprattutto: come saremo accolti altrove?

Forse è da qui che dovrebbe cominciare una nuova consapevolezza.
Riconoscere nei migranti climatici di oggi non un’emergenza da gestire, ma un’anticipazione possibile del nostro futuro.
Solo allora la parola accoglienza smetterà di essere uno slogan e diventerà una forma di lungimiranza politica.
Perché difendere la possibilità di abitare questi territori significa, prima di tutto, imparare a immaginare cosa accade quando questa possibilità non è più garantita.

Per questo oggi parlare di clima nel territorio ferrarese non significa parlare di un problema lontano o futuro. Significa parlare di scelte immediate.
Significa investire nella difesa e nel governo pubblico dell’acqua, perché senza acqua controllata questa pianura non esiste.
Significa sostenere una transizione agricola capace di convivere con la salinizzazione dei suoli e con la scarsità crescente della risorsa idrica.
Significa ripensare la pianificazione urbana non come espansione continua, ma come cura dell’esistente e protezione delle condizioni dell’abitare.
Significa, soprattutto, riconoscere che la sicurezza del futuro non dipenderà solo dall’ordine pubblico o dalle infrastrutture, ma dalla capacità di mantenere abitabile questo territorio.

È da qui che dovrebbe partire una nuova idea di politica locale: non amministrare soltanto ciò che c’è, ma prendersi responsabilità di ciò che potrebbe non esserci più.

Perché difendere la possibilità di restare è oggi la forma più concreta di giustizia verso chi verrà dopo di noi.

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