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Francesco Vigorelli
La patrimoniale divide. Ma in una riforma può funzionare
Una tassa sulla ricchezza ha senso solo all’interno di una riforma che riduca la pressione fiscale, riequilibri il prelievo e renda il sistema più equo e semplice.
Il dibattito sulla patrimoniale in Italia continua a essere sbilanciato: molta attenzione, giustamente, al “perché” politico e molto meno — e a torto — al “come” tecnico e al modo in cui viene presentata. Anche in un recente incontro sul tema è emerso questo limite.
Più in generale, il confronto sulla tassazione della ricchezza tende a concentrarsi sulle singole misure, prima ancora di chiarire il disegno complessivo. Nei confronti pubblici, questa impostazione si traduce in un’attenzione quasi esclusiva alla patrimoniale, mentre resta sullo sfondo il tema più ampio della riforma fiscale e del riordino delle microimposte patrimoniali già esistenti.
Ne deriva una discussione interessante ma politicamente fragile, che fatica a coinvolgere davvero e a costruire consenso, anche tra chi — per condizioni economiche — avrebbe interesse a sostenerlo.
Se la patrimoniale viene presentata come misura isolata, rischia di essere percepita come un intervento punitivo, anziché come il punto di arrivo di una riorganizzazione razionale del prelievo.
Questo ordine non è neutro: orienta la percezione e finisce per condizionare l’esito stesso del confronto.
Da dove partire: riequilibrare il sistema
Il sistema fiscale italiano non è più sostenibile così com’è. La pressione complessiva ha superato il 43% del PIL — un livello tra i più alti degli ultimi decenni — mentre il carico è distribuito in modo profondamente ingiusto, a vantaggio di rendite finanziarie e immobiliari.
A pagare di più sono sempre gli stessi: lavoratori dipendenti e pensionati, che versano oltre l’80% dell’IRPEF. Nel frattempo, ampie aree di ricchezza — tra evasione, rendite e grandi patrimoni — contribuiscono meno.
A livello locale, questa distorsione si è tradotta in un aumento progressivo di imposte e tariffe: addizionali IRPEF, IMU sugli immobili, imposta di soggiorno, servizi pubblici sempre più costosi.
È da qui che bisogna ripartire: recuperare risorse dall’evasione fiscale, ridurre la pressione fiscale e ristabilire equità nel prelievo, semplificando un impianto oggi troppo complesso.
Come intervenire: le leve di una riforma credibile
Serve una riforma fiscale che faccia scelte nette.
In estrema sintesi, in primo luogo, è necessario rafforzare in modo deciso il contrasto all’evasione fiscale, da accompagnare a una revisione del catasto che renda più aderenti alla realtà i valori “fiscali” degli immobili.
Allo stesso tempo, è necessario spostare il carico fiscale dalle categorie oggi più penalizzate — lavoro e pensioni — verso rendite finanziarie e grandi patrimoni.
Diventa poi fondamentale semplificare seriamente il sistema, riducendo la frammentazione e il numero di imposte che oggi lo rendono inefficiente e opaco.
Una riforma così non serve ad aumentare le tasse, ma a farle pagare in modo più giusto. È una scelta di equità, ma anche di crescita: perché un sistema fiscale più semplice e più equilibrato è la base per un’economia più dinamica.
Il ruolo della patrimoniale: uno strumento, non il punto di partenza
È proprio alla luce di queste direttrici che una patrimoniale sulla grande ricchezza acquista senso e coerenza.
Non come nuova tassa aggiuntiva e punitiva, ma come uno strumento di razionalizzazione, capace di riordinare e in parte sostituire i molti prelievi patrimoniali minori già esistenti.
Il punto non è “tassare di più”, ma tassare meno e meglio.
Il nodo tecnico: risorse e utilizzo
Le risorse per intervenire esistono.
Il tax gap in Italia resta elevato: anche un recupero parziale può produrre effetti rilevanti. A questo può affiancarsi una revisione del catasto, legata all’emersione degli immobili non dichiarati e all’aggiornamento delle rendite.
In questo contesto, una patrimoniale mirata sulle grandi ricchezze può contribuire a rafforzare il gettito senza aumentare la pressione complessiva.
Secondo diverse stime, con una soglia intorno ai 5 milioni di euro e aliquote progressive tra lo 0,5% e il 2%, il gettito potrebbe collocarsi nell’ordine di alcune decine di miliardi annui.
Si tratta di risorse significative, che rendono possibile intervenire in modo selettivo.
La questione decisiva è collegarle in modo trasparente agli utilizzi.
Le direttrici sono chiare: ridurre il carico fiscale su lavoro e pensioni; rafforzare i servizi pubblici essenziali, a partire dalla sanità; sostenere gli investimenti in istruzione, ricerca e innovazione.
Il punto è rendere evidente che non si tratta di nuove tasse, ma di una redistribuzione più equa del prelievo.
Il metodo: rigore, coerenza, chiarezza
Una proposta di questo tipo richiede rigore e solidità tecnica.
La revisione del catasto, la definizione delle soglie di esenzione e la struttura delle aliquote sono nodi complessi che non possono essere affrontati solo sul piano politico.
Serve però anche chiarezza di metodo. Un progetto credibile richiede coerenza, obiettivi espliciti, strumenti tecnici solidi e una narrazione comprensibile, evitando frammentazioni e divisioni che finiscono per indebolire qualsiasi proposta di riforma.
Nel campo di chi è favorevole all’introduzione di una patrimoniale coesistono oggi molte proposte, tra loro diverse, con soglie di esenzione e aliquote anche molto differenti: una pluralità che rappresenta un punto di debolezza, perché rischia di indebolire il confronto e la credibilità complessiva.
Diventa quindi necessario costruire un’intesa sui punti essenziali e convergere su una ipotesi di riferimento, da approfondire nel merito tecnico e politico, per arrivare a una proposta condivisa e riconoscibile.
Il problema non è il se, ma il come
In conclusione, se presentata isolatamente e non inserita in una riforma complessiva, la patrimoniale resterà una misura divisiva e simbolica.
Il punto non è se introdurla, ma come: con quale coerenza, con quali obiettivi e all’interno di quale disegno complessivo di riequilibrio del sistema fiscale.
È in questo quadro che può diventare uno strumento credibile, capace di contribuire a una maggiore equità e a una distribuzione più equilibrata del prelievo.
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Concordo sostanzialmente, anche se non vedo un grande problema nell’essere sostanzialmente divisivo un prelievo sui grandi patrimoni. L’equivalenza ricardiana suggerisce che lo Stato finanzi la propria spesa pubblica tramite le tasse (pagate oggi) o tramite il debito pubblico (tasse pagate domani). L’approccio neoliberista, con l’ingenua fede nella Curva di Laffer, contando sul fatto che i cittadini e i mercati finanziari sono relativamente razionali, ha sostanzialmente ridotto la progressività del prelievo fiscale, riducendo sempre più percentualmente il prelievo dai più ricchi, che comunque continuano a finanziare lo stato acquistando i suoi titoli. L’attuale situazione di sempre minor progressività nel prelievo fiscale e debiti pubblici sempre più insostenibili, essendo insufficiente la crescita dei consumi, non può portare altro che al default. Quindi, come dici, il problema non è certamente il se, ma il come reintrodurre una maggiore progressività nel prelievo fiscale.
Sono d’accordo. Anche io non vedo il conflitto/essere divisivo come un problema in sé: è “fisiologico” quando si affrontano temi come imposte e redistribuzione. Il rischio, piuttosto, è che il dibattito sulla patrimoniale si fermi su un piano ideologico, senza entrare nel merito tecnico e sociale della discussione.
Mi sono reso conto e bisogna tenerne conto, di quanto sia difficile “costruire consenso, anche tra chi — per condizioni economiche — avrebbe interesse a sostenerlo”. Allo stesso tempo, ci sono posizioni non pregiudizialmente contrarie che, quando il confronto si sposta dal piano tecnico a quello ideologico, diventano meno disponibili al dialogo.
Anche per questo credo sia necessario partire da una riforma complessiva del sistema fiscale, chiarendo che si può intervenire senza aumentare la pressione fiscale complessiva — che anzi dovrebbe diminuire.
Il richiamo al recupero dell’evasione fiscale è fondamentale, sia per ragioni di equità sia per la credibilità complessiva della proposta. Senza questo passaggio, qualsiasi intervento sul lato del prelievo rischia di essere percepito come ingiusto o inefficace.
Aggiungo che, in alcuni contesti, ho percepito un certo astio generalizzato verso chi è più ricco, indipendentemente da quanto e da come quella ricchezza sia stata accumulata — che derivi dal lavoro, da successione o da attività speculative.
Credo sia un approccio sbagliato, che impone di ripensare anche la comunicazione.