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La Comune di Ferrara | Femminile, Plurale, Partecipata

Inviato il:

5 Aprile 2026

Francesco Vigorelli

La patrimoniale divide. Ma in una riforma può funzionare

Una tassa sulla ricchezza ha senso solo all’interno di una riforma che riduca la pressione fiscale, riequilibri il prelievo e renda il sistema più equo e semplice.

Il dibattito sulla patrimoniale in Italia continua a essere sbilanciato: molta attenzione, giustamente, al “perché” politico e molto meno — e a torto — al “come” tecnico e al modo in cui viene presentata. Anche in un recente incontro sul tema è emerso questo limite.

Più in generale, il confronto sulla tassazione della ricchezza tende a concentrarsi sulle singole misure, prima ancora di chiarire il disegno complessivo. Nei confronti pubblici, questa impostazione si traduce in un’attenzione quasi esclusiva alla patrimoniale, mentre resta sullo sfondo il tema più ampio della riforma fiscale e del riordino delle microimposte patrimoniali già esistenti.

Ne deriva una discussione interessante ma politicamente fragile, che fatica a coinvolgere davvero e a costruire consenso, anche tra chi — per condizioni economiche — avrebbe interesse a sostenerlo.

Se la patrimoniale viene presentata come misura isolata, rischia di essere percepita come un intervento punitivo, anziché come il punto di arrivo di una riorganizzazione razionale del prelievo.

Questo ordine non è neutro: orienta la percezione e finisce per condizionare l’esito stesso del confronto.

Da dove partire: riequilibrare il sistema
Il sistema fiscale italiano non è più sostenibile così com’è. La pressione complessiva ha superato il 43% del PIL — un livello tra i più alti degli ultimi decenni — mentre il carico è distribuito in modo profondamente ingiusto, a vantaggio di rendite finanziarie e immobiliari.

A pagare di più sono sempre gli stessi: lavoratori dipendenti e pensionati, che versano oltre l’80% dell’IRPEF. Nel frattempo, ampie aree di ricchezza — tra evasione, rendite e grandi patrimoni — contribuiscono meno.

A livello locale, questa distorsione si è tradotta in un aumento progressivo di imposte e tariffe: addizionali IRPEF, IMU sugli immobili, imposta di soggiorno, servizi pubblici sempre più costosi.

È da qui che bisogna ripartire: recuperare risorse dall’evasione fiscale, ridurre la pressione fiscale e ristabilire equità nel prelievo, semplificando un impianto oggi troppo complesso.

Come intervenire: le leve di una riforma credibile
Serve una riforma fiscale che faccia scelte nette.

In estrema sintesi, in primo luogo, è necessario rafforzare in modo deciso il contrasto all’evasione fiscale, da accompagnare a una revisione del catasto che renda più aderenti alla realtà i valori “fiscali” degli immobili.

Allo stesso tempo, è necessario spostare il carico fiscale dalle categorie oggi più penalizzate — lavoro e pensioni — verso rendite finanziarie e grandi patrimoni.

Diventa poi fondamentale semplificare seriamente il sistema, riducendo la frammentazione e il numero di imposte che oggi lo rendono inefficiente e opaco.

Una riforma così non serve ad aumentare le tasse, ma a farle pagare in modo più giusto. È una scelta di equità, ma anche di crescita: perché un sistema fiscale più semplice e più equilibrato è la base per un’economia più dinamica.

Il ruolo della patrimoniale: uno strumento, non il punto di partenza
È proprio alla luce di queste direttrici che una patrimoniale sulla grande ricchezza acquista senso e coerenza.

Non come nuova tassa aggiuntiva e punitiva, ma come uno strumento di razionalizzazione, capace di riordinare e in parte sostituire i molti prelievi patrimoniali minori già esistenti.

Il punto non è “tassare di più”, ma tassare meno e meglio.

Il nodo tecnico: risorse e utilizzo
Le risorse per intervenire esistono.

Il tax gap in Italia resta elevato: anche un recupero parziale può produrre effetti rilevanti. A questo può affiancarsi una revisione del catasto, legata all’emersione degli immobili non dichiarati e all’aggiornamento delle rendite.

In questo contesto, una patrimoniale mirata sulle grandi ricchezze può contribuire a rafforzare il gettito senza aumentare la pressione complessiva.
Secondo diverse stime, con una soglia intorno ai 5 milioni di euro e aliquote progressive tra lo 0,5% e il 2%, il gettito potrebbe collocarsi nell’ordine di alcune decine di miliardi annui.

Si tratta di risorse significative, che rendono possibile intervenire in modo selettivo.

La questione decisiva è collegarle in modo trasparente agli utilizzi.

Le direttrici sono chiare: ridurre il carico fiscale su lavoro e pensioni; rafforzare i servizi pubblici essenziali, a partire dalla sanità; sostenere gli investimenti in istruzione, ricerca e innovazione.

Il punto è rendere evidente che non si tratta di nuove tasse, ma di una redistribuzione più equa del prelievo.

Il metodo: rigore, coerenza, chiarezza
Una proposta di questo tipo richiede rigore e solidità tecnica.

La revisione del catasto, la definizione delle soglie di esenzione e la struttura delle aliquote sono nodi complessi che non possono essere affrontati solo sul piano politico.

Serve però anche chiarezza di metodo. Un progetto credibile richiede coerenza, obiettivi espliciti, strumenti tecnici solidi e una narrazione comprensibile, evitando frammentazioni e divisioni che finiscono per indebolire qualsiasi proposta di riforma.

Nel campo di chi è favorevole all’introduzione di una patrimoniale coesistono oggi molte proposte, tra loro diverse, con soglie di esenzione e aliquote anche molto differenti: una pluralità che rappresenta un punto di debolezza, perché rischia di indebolire il confronto e la credibilità complessiva.

Diventa quindi necessario costruire un’intesa sui punti essenziali e convergere su una ipotesi di riferimento, da approfondire nel merito tecnico e politico, per arrivare a una proposta condivisa e riconoscibile.

Il problema non è il se, ma il come
In conclusione, se presentata isolatamente e non inserita in una riforma complessiva, la patrimoniale resterà una misura divisiva e simbolica.

Il punto non è se introdurla, ma come: con quale coerenza, con quali obiettivi e all’interno di quale disegno complessivo di riequilibrio del sistema fiscale.

È in questo quadro che può diventare uno strumento credibile, capace di contribuire a una maggiore equità e a una distribuzione più equilibrata del prelievo.

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