Greenwashing democratico: ex Caserma Pozzuolo del Friuli
Partecipazione, trasparenza e sicurezza tra retorica e realtà: il caso dell’ex Caserma Pozzuolo del Friuli:
Negli ultimi anni la competizione politica non si gioca solo sulle scelte, ma sul significato delle parole. Termini come sicurezza, inclusione, partecipazione, trasparenza vengono sempre più spesso riutilizzati in modo strategico, svuotati del loro contenuto originario e ricomposti in una forma rassicurante, ma profondamente ambigua.
È un meccanismo simile al greenwashing: così come il linguaggio ambientale può essere usato per legittimare pratiche insostenibili, oggi assistiamo a un washing democratico, in cui il lessico della democrazia serve a coprire processi decisionali opachi e verticali.
Sicurezza, inclusione, partecipazione: una torsione semantica
Nel lessico progressista, la sicurezza è una condizione sociale: lavoro, casa, diritti, salute. Nella sua versione distorta diventa invece controllo, ordine, individuazione di un rischio da contenere.
L’inclusione smette di essere trasformazione dei sistemi e diventa integrazione condizionata: si può entrare, ma senza cambiare nulla.
La partecipazione, infine, viene ridotta a consultazione non vincolante, raccolta di opinioni, ascolto senza restituzione. Un processo che non incide sulle decisioni non è partecipazione, ma simulazione
Un esempio concreto: l’ex Caserma Pozzuolo del Friuli
Questa distorsione non è astratta. A Ferrara, il percorso avviato dal Comune sull’ex Caserma Pozzuolo del Friuli è stato presentato come partecipato, ma – come ha sottolineato Anna Zonari in commissione consiliare – si è tradotto in una indagine preliminare priva di effetti, senza regole chiare, senza trasparenza sui risultati e senza alcun seguito decisionale.
Il mandato politico approvato dal Consiglio comunale nel 2023 per avviare un vero processo partecipato sulla progettazione dell’area è rimasto formalmente in piedi, ma sostanzialmente disatteso. La partecipazione è stata evocata, non praticata: «La partecipazione non può avere tempi biblici né ridursi a una semplice raccolta di opinioni».… ma allora perchè approvarla?
Trasparenza e neutralità: parole che escludono
Anche la trasparenza è rimasta sulla carta: nessuna restituzione pubblica, documenti accessibili solo su richiesta, assenza di un confronto aperto con la cittadinanza.
La stessa parola neutralità è stata usata per giustificare l’esclusione del Dipartimento di Architettura dell’Università di Ferrara, nonostante anni di studi e ricerche sull’area (e forse una rinuncia a proseguire ?). Un uso del linguaggio che maschera una scelta politica precisa: ridurre il ruolo del sapere pubblico nel governo della città.
Riappropriarsi delle parole è una questione democratica.
Quando le parole perdono il loro significato, diventa più difficile riconoscere i conflitti reali e immaginare alternative. Per questo la battaglia sul linguaggio non è secondaria: è parte integrante della battaglia democratica.
Partecipazione, trasparenza e inclusione non possono essere slogan. Devono essere processi reali, verificabili, condivisi, capaci di incidere sulle decisioni.
Riappropriarsi delle parole, oggi, significa riappropriarsi del diritto di decidere.