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La Comune di Ferrara | Femminile, Plurale, Partecipata

Tag: sviluppo economico

Neoliberismo: Anatomia di un Paradigma che ha riplasmato Stato, Mercato e Società

Il recente incontro organizzato a Possibile e AVS per promuovere una patrimoniale per i super-ricchi oltre che gli articoli di Francesco e Andrea mi hanno spinto a rispolverare vecchie letture di economia – politica.

Da oltre quarant’anni nel mondo occidentale, il neoliberismo si presenta come l’approccio economico-politico dominante. Il Neoliberismo poggia su teorie economico-matematiche cresciute negli anni ’60 all’interno della cosiddetta Scuola di Chicago, con principali mentori: Milton Friedman e Arnold Harberger. I loro principali mantra erano: Meno Stato, Più Libero Mercato – Privatizzare, Privatizzare, Privatizzare – Abbassando le Tasse aumenta il Gettito Fiscale . Ma dietro la promessa pseudoscientifica di efficienza, libertà e crescita si cela un impianto ideologico che ha ridefinito il rapporto tra cittadini, istituzioni e mercato. Oggi, mentre le fratture sociali si approfondiscono e la legittimità democratica vacilla, vale la pena interrogarsi sulle fondamenta di questo paradigma.

1. Il Dogma della Curva di Laffer: Quando la Teoria Diventa Ideologia

Nota: La curva reale nell’immagine è una parodia per evidenziare come la curva teorica non si rifletta minimamente sulla realtà

Tra i pilastri simbolici del neoliberismo, la Curva di Laffer occupa un posto privilegiato. L’aneddotica racconta che il prof Laffer convinse  Ronald Reagan della sua ragionevolezza, scarabocchiandola su un tovagliolo durante una cena. Presentata come una verità intuitiva — “tasse troppo alte riducono il gettito” — è diventata un mantra politico più che un risultato scientifico. La sua eleganza grafica nasconde però varie criticità strutturali.

La prima è la fallacia della soglia universale cioè l’idea che esista un’aliquota ottimale valida per ogni paese. E’ evidente invece che sono molto diversi gli effetti di una politica fiscale che riduce le aliquote per i redditi  più alti in paesi, come l’Italia, dove è molto alta l’evasione fiscale. “Perchè pagare il 30% quando posso non pagare nulla ?”. La ricerca empirica mostra che l’offerta di lavoro è poco sensibile alla tassazione e che i redditi più elevati reagiscono soprattutto con strategie di elusione, non con maggiore produttività.

Non sorprende, dunque, che la teoria secondo cui i benefici ai più ricchi ricadrebbero su tutti sia stata smentita da decenni di dati. Uno studio della London School of Economics (2020), su 18 paesi OCSE e mezzo secolo di politiche fiscali, ha mostrato che i tagli alle aliquote più alte non aumentano la crescita, accrescono solo il reddito dell’1% più ricco. Persino il FMI ha riconosciuto che la disuguaglianza mina la sostenibilità della crescita . Queste evidenze comunque non scoraggiano certi politici che in campagna elettorale proclamano che abbasseranno le tasse.

2. Gli Esperimenti del Neoliberismo: Laboratori Autoritari e Rivoluzioni Passive

Il neoliberismo non è rimasto confinato ai paper accademici. Ha trovato terreno fertile in contesti politici che hanno permesso di applicarlo con radicalità.

Il Cile dei Chicago Boys: Libertà per il Mercato, Non per i Cittadini

Il Cile di Pinochet è stato il primo grande laboratorio. I  Chicago Boys sono stati un gruppo di economisti soprattutto cileni  che, tra gli anni ’70 e ’80, hanno trasformato radicalmente l’economia del Cile applicando le teorie del neoliberismo acquisite nei loro studi a Chicago. La ricetta prevedeva tre ingredienti: violenza politica, shock economico, mercificazione dei servizi pubblici. Il risultato fu un paradosso: mentre il PIL cresceva, la povertà esplodeva e i salari reali crollavano. Il “miracolo cileno” celebrato da Milton Friedman era, in realtà, un esperimento sociale condotto in assenza di libertà politica. Solo decenni dopo, economisti della stessa scuola ammisero l’enormità dei costi sociali. Inoltre il “Miracolo del Cile” non è stato un evento generato esclusivamente dalle forze invisibili del mercato, ma è stato attivamente sostenuto, finanziato e protetto dagli Stati Uniti, specialmente durante l’amministrazione Nixon e quella Reagan. Quando Pinochet prese il potere, i rubinetti del credito internazionale, chiusi per soffocare il Cile di Allende, si riaprirono istantaneamente, creando un effetto di rimbalzo che sembrò un successo del neoliberismo, ma che era in realtà la fine di un embargo politico-economico. Gli Stati Uniti avevano un interesse ideologico enorme: dovevano dimostrare che in America Latina il neoliberismo funzionava meglio della socialdemocrazia. Nonostante il supporto USA, l’economia cilena ha subito crisi devastanti:

Nel 1982 il PIL crollò del 14% e la disoccupazione salì al 30%, costringendo lo Stato a nazionalizzare le banche per evitare il disastro totale. Questo dimostrò che, nonostante il “pompaggio” americano, l’approccio teorico dei Chicago Boys era estremamente vulnerabile agli shock finanziari.

Reagan e Thatcher: La Rivoluzione Passiva del Capitalismo Angloamericano

Negli anni ’80, il neoliberismo approda nelle democrazie occidentali. Negli Stati Uniti, la Reaganomics ridisegna il sistema fiscale con la riduzione delle aliquote massime (dal 70% al 28%) e l’attacco frontale ai sindacati. Ma sotto Reagan, il debito pubblico degli Stati Uniti è quasi triplicato, passando da circa 900 miliardi di dollari a 2.700 miliardi, dimostrando che in quelle formulette matematiche che il prof Laffer gli aveva spiegato durante una cena c’era qualcosa di sbagliato. In UK, Margaret Thatcher smantella il potere sindacale e privatizza interi settori strategici. Anche in UK come negli USA a causa del  taglio delle tasse neoliberista sarebbe esploso il debito pubblico; se non che, l’aumento ci fu, ma fu contenuto, grazie al petrolio del Mare del Nord che trasformò l’UK da paese importatore a paese esportatore. In entrambi i casi, la promessa di una società più dinamica si tradusse in una redistribuzione verso l’alto e in una progressiva erosione del potere contrattuale dei lavoratori.

Questo assetto è stato definito “capitalismo post‑democratico”: un sistema in cui le decisioni cruciali vengono prese da élite economiche, mentre ai cittadini resta un ruolo marginale, spesso limitato al consumo di scelte politiche preconfezionate. Vi ricorda qualcosa ?

3. La Fine della Progressività: Dalla Solidarietà all’Individualismo Fiscale

La trasformazione neoliberale ha inciso profondamente sui sistemi tributari. I dati OCSE mostrano un crollo della progressività effettiva: l’1% più ricco, che negli anni ’70 pagava oltre metà del proprio reddito in imposte, oggi contribuisce molto meno. Parallelamente, il peso delle imposte indirette — le più regressive — è aumentato.

In questo contesto si inserisce la retorica della flat tax, presentata come soluzione semplice e neutrale. Ma dietro la promessa di semplificazione ed equità si nasconde un trasferimento di ricchezza verso l’alto e una riduzione della capacità redistributiva dello Stato. L’Italia ne è un esempio emblematico: la progressività richiesta dalla Costituzione viene sempre più erosa, mentre cresce  la concentrazione della ricchezza e il numero di persone sotto la soglia di povertà.

crescita della povertà in Italia
Nota: il dato 2025 è ricavato da una stima provvisoria

4. L’Estremizzazione del Modello: Il Caso Milei e il Fondamentalismo di Mercato

L’Argentina di Javier Milei rappresenta una versione radicale del paradigma neoliberale. La crisi economica è diventata il pretesto per una “terapia d’urto” che riduce lo Stato a un minimo storico, taglia sussidi essenziali e privatizza beni pubblici. La retorica della libertà si traduce in una sola libertà riconosciuta: quella del mercato. Ma la libertà senza diritti sociali diventa un privilegio per pochi. I tagli al welfare, le privatizzazioni , le politiche fiscali, la metaforica motosega  di Milei nell’autunno del 2025 stavano portando l’Argentina a un nuovo collasso delle riserve e una svalutazione incontrollata della valuta. Come a suo tempo per il Cile è stato necessario un massiccio intervento messo in atto da Trump  per sostenere Milei in vista delle elezioni legislative di metà mandato in Argentina. L’amministrazione Trump ha concesso una linea di credito (swap valutario) da 20 miliardi di dollari attraverso l’Exchange Stabilization Fund del Tesoro USA e ha sollecitato banche e istituzioni internazionali a fare lo stesso. A differenza dei classici aiuti internazionali, Trump ha reso esplicito il motivo politico. Durante un incontro alla Casa Bianca nell’ottobre 2025, ha dichiarato apertamente:

“Se vince [Milei], restiamo con lui. Se non vince, ce ne andiamo. Non saremo generosi con l’Argentina se dovesse tornare al socialismo.”

Quindi non un sostegno ad un modello economico ma un’ingerenza diretta nel voto argentino, finalizzata a “comprare” la stabilità a breve termine per garantire la vittoria del suo alleato ideologico

5. Le Conseguenze Sistemiche: La Crisi del Contratto Sociale

Il neoliberismo ha operato una mutazione antropologica prima ancora che economica: ha svuotato il concetto di cittadinanza per sostituirlo con quello di utenza. Trasformando diritti come sanità, istruzione e previdenza in beni di consumo soggetti alle leggi della domanda e dell’offerta, la dottrina neoliberista tende a  ridurre la società a un mercato onnipresente e il cittadino a un cliente in cerca di servizi.

Lo smantellamento metodico del welfare, i tagli alla sanità e all’istruzione pubblica hanno finito anche per bloccare il cosiddetto “ascensore sociale“. Senza una rete di protezione e di promozione individuale, la possibilità di migliorare la propria condizione diventa un privilegio ereditario anziché un traguardo meritocratico. Si è innescato così un circolo vizioso strutturale:

  1. Erosione Fiscale: Il venir meno della progressività tributaria concentra la ricchezza al vertice.

  2. Immobilismo Sociale: La crescente disuguaglianza paralizza la mobilità, cristallizzando le gerarchie.

  3. Crisi di Legittimità: La fine delle speranze di ascesa genera una profonda sfiducia verso lo Stato.

  4. Deriva Populista: Questo vuoto viene colmato da populismi che offrono risposte illusorie a un disagio reale e sistemico.

Nonostante le palesi crepe di questo modello, il neoliberismo resiste come dogma egemone. Risulta quindi urgente una sterzata verso una fiscalità democratica: non un mero esercizio tecnico-ragionieristico, ma la forma più alta di partecipazione alla vita comune. Un sistema che unisca progressività reale, contrasto rigoroso all’elusione e investimenti pubblici strategici è l’unico modo per ridare sostanza all’idea di comunità.

In ultima analisi, il fallimento del neoliberismo è di natura culturale.  Restituire il primato della politica sul mercato non è solo una scelta economica, ma una necessità vitale: è la sfida decisiva per impedire che le fondamenta stesse della convivenza democratica si sgretolino definitivamente.

Riferimenti

David Harvey, Breve storia del neoliberismo

Joseph Stiglitz, La globalizzazione e i suoi oppositori

Karl Polanyi, La grande trasformazione

Meloni e Reagan: quando l’ideologia viene prima della realtà – il neoliberismo (1)

Lavoro, tempo e dignità nel neoliberismo

C’è un filo rosso che lega l’impostazione politica dell’attuale governo Meloni – e della finanziaria 2026 – alla stagione reaganiana degli anni Ottanta. Un filo che non va cercato solo nei numeri, ma nell’idea di società che viene proposta: chi conta, chi resta indietro, quale ruolo ha lo Stato.
Un parallelismo che oggi pesa soprattutto su una dimensione spesso rimossa dal dibattito pubblico: il lavoro e il tempo delle persone.

Lo Stato come problema, il mercato come soluzione
Ronald Reagan lo affermava senza ambiguità: «Il governo non è la soluzione, il governo è il problema». Da qui discendevano i tagli fiscali, la riduzione del welfare e la fiducia nel fatto che la crescita sarebbe arrivata “dall’alto”.
Anche il governo Meloni, pur in un contesto diverso, si muove in una direzione simile:
– flat tax e riduzione della progressività
– centralità delle imprese come motore dello sviluppo
– arretramento dello Stato come strumento di redistribuzione
Quando lo Stato si ritira, però, non scompare il bisogno: viene semplicemente trasferito sulle persone, sulle famiglie, sul lavoro non pagato e sul tempo individuale.

“Sì, ma Reagan fece crescere l’economia”
È vero: a partire dal 1983 l’economia americana conobbe una forte ripresa. La crescita tornò, l’occupazione aumentò, l’inflazione scese. Questo dato viene spesso usato come prova definitiva del successo del reaganismo.
Ma fermarsi qui è fuorviante.
La ripresa non fu dovuta solo ai tagli fiscali:fu decisiva la politica monetaria della Federal Reserve, che abbassò i tassi dopo una fase di recessione durissima, la spesa pubblica non diminuì, anzi aumentò, soprattutto quella militare: il deficit esplose.
Inoltre, Reagan governava un Paese con condizioni strutturali oggi irripetibili:
– salari medi elevati
– forte base industriale
– debito pubblico contenuto
– moneta dominante a livello globale
La crescita arrivò, sì. Ma non fu neutrale:
– le disuguaglianze aumentarono drasticamente
– i salari reali di molti lavoratori ristagnarono
– il potere dei sindacati venne ridimensionato
iniziò una polarizzazione sociale che gli Stati Uniti pagano ancora oggi
In altre parole: l’economia cresceva, ma non per tutti allo stesso modo.

Dal diritto al merito: quando il tempo diventa una colpa
Il cuore ideologico del reaganismo non fu solo economico, ma morale: il passaggio dal diritto al merito.
Oggi ritroviamo questa impostazione:
– nella narrazione contro il Reddito di cittadinanza
– nella colpevolizzazione della disoccupazione
– nell’idea che il sostegno pubblico vada “guadagnato”
Il tempo non immediatamente produttivo – il tempo per cercare lavoro, formarsi, curare, informarsi, partecipare – diventa tempo sospetto.
Se non produce valore economico, perde valore sociale.

Il lavoro come costo, non come fondamento
Come negli anni Ottanta, anche oggi il lavoro viene trattato come una variabile di aggiustamento:
– salari bassi e stagnanti
– precarietà strutturale
– assenza di salario minimo
– marginalizzazione della contrattazione collettiva
Il risultato è un paradosso sempre più diffuso: si lavora di più, ma si vive peggio.
Il lavoro non garantisce più autonomia, tempo libero, possibilità di progettare il futuro.
Garantisce solo la sopravvivenza.

Tempo sottratto, dignità erosa
Qui sta il nodo politico centrale.
Una società che paga poco il lavoro. chiede disponibilità totale, riduce le tutele .colpevolizza chi rallenta è una società che ruba tempo.
– Tempo per la famiglia.
– Tempo per la partecipazione democratica.
– Tempo per la cura, per la cultura, per la vita.
Senza tempo non c’è dignità.
E senza dignità non c’è cittadinanza piena.

Ordine e sicurezza come surrogato della giustizia sociale
Quando il lavoro non emancipa e il tempo viene sottratto, cresce il disagio. Ma invece di intervenire sulle cause, la risposta politica diventa:
– più controllo
– più repressione
– più retorica sulla sicurezza
Come negli anni di Reagan, il conflitto sociale viene trasformato in problema di ordine pubblico. Non si cura la ferita, si gestisce la paura.

L’Italia non è l’America degli anni ’80
Qui il parallelismo si spezza – ed è qui che nasce il problema.
L’Italia di oggi non controlla la politica monetaria, ha poco spazio fiscale, parte da salari bassi e lavoro povero, è già segnata da disuguaglianze profonde
Riproporre una politica “reaganiana” in questo contesto significa rischiare di ottenerne solo gli effetti peggiori, senza la crescita che allora li mascherò.

Lavoro, tempo, dignità: un’altra idea di futuro
Collegare lavoro, tempo e dignità significa rovesciare la prospettiva:
– il lavoro deve permettere di vivere, non assorbire la vita
– il tempo non è un lusso, è un diritto sociale
– la dignità non dipende dalla performance individuale
Una politica degna di questo nome non chiede alle persone di correre di più, ma di vivere meglio.
Ed è da qui che dovrebbe ripartire qualsiasi progetto alternativo:
non dalla crescita astratta, ma dal tempo restituito alle persone.

Questo articolo fa parte di una serie su lavoro, tempo e dignità.
Perché una politica che non parla del tempo delle persone ha già scelto di non ascoltarle.

Di prossima pubblicazione:
https://www.lacomunediferrara.it/meloni-e-trump-la-guerra-culturale-che-nasconde-il-lavoro-povero-dal-neoliberalismo-al-neoprotezionismo-2/

Il Petrolchimico di Ferrara nel nuovo assetto europeo

Intervento di Enrico Beccarini nell’incontro del 17 Gennaio 2026 presso la sala estense, organizzato dai sindacati CGIL-CISL-UIL per dibattere sul futuro del Petrolchimico di Ferrara

Buongiorno a tutti.

Intervengo a nome de La Comune di Ferrara in un momento che definiamo senza mezzi termini ‘di massima allerta’. Abbiamo analizzato i dati recenti relativi alla cosiddetta ‘European Footprint’ di AEQUITA, il fondo che ha rilevato asset strategici da LyondellBasell e SABIC. Quello che emerge è una mappa dell’Europa chimica dove l’Italia, e Ferrara in particolare, brillano per la loro assenza.”

mappa dei futuri impianti Lyondell in UE
mappa dei futuri impianti LyondellBasell e SABIC in UE

Il dato allarmante: l’isolamento dell’Italia La strategia di AEQUITA sembra chiara: consolidare un asse nord-europeo tra Germania, Paesi Bassi e Regno Unito. In siti come Geleen e Gelsenkirchen vengono confermati investimenti massicci su LDPE, HDPE e Polipropilene. Eppure, in questa visione di espansione che vale miliardi di euro, il polo di Ferrara non viene menzionato.

Mentre i siti tedeschi e olandesi di AEQUITA respirano grazie alla rete ARG, un’infrastruttura sovranazionale che garantisce flussi costanti e prezzi competitivi, Ferrara viene lasciata isolata. Non possiamo competere con giganti interconnessi se non facciamo dell’integrazione e del rilancio del Polo Natta 2.0 la nostra priorità nazionale.

Questo silenzio è inaccettabile. Non possiamo permettere che Ferrara diventi un satellite passivo di decisioni prese altrove, specialmente considerando che a livello europeo si registra un deficit strutturale di monomeri — etilene e propilene — che mette a rischio la sopravvivenza dei siti non integrati. A Ferrara già si sono verificate fermate negli impianti per mancanza o scarsa qualità dei monomeri.

L’identità di Ferrara: Eccellenza, non solo numeri.

Dobbiamo ricordare a questi nuovi attori industriali e al Governo che Ferrara non è un sito qualunque. Siamo la patria dei polimeri di Polipropilene (oggi sono il 25% della produzione mondiale di plastica). Qui la ricerca e la produzione hanno radici profonde che risalgono a Giulio Natta. Ignorare Ferrara significa ignorare il cuore tecnologico della chimica dei polimeri europea.

Ma non possiamo continuare a sbandierare l’eredità di Giulio Natta come unica risorsa, l’invenzione del Polipropilene risale al 1954 oltre 70 anni fa, e il mondo è andato avanti.

Le scadenze e il Polo Natta 2.0.

Non c’è più spazio per i rinvii. Il progetto Polo Natta 2.0, oggetto della nostra mozione che verrà presto discussa in consiglio comunale deve passare dalla carta ai cantieri . Abbiamo davanti a noi la sfida della Transizione 5.0 e, soprattutto, la scadenza improrogabile del 31 agosto 2026 legata ai fondi PNRR per l’innovazione.

Il Paradosso dei Fondi PNRR: I soldi ci sono, mancano i progetti. A chi dice che non ci sono risorse per la chimica, rispondiamo con i numeri. È vero, non esiste un capitolo ‘Chimica’ nel PNRR, ma esistono miliardi di euro destinati alla transizione dei settori Hard-to-Abate come il nostro:

  • Missione 2, Investimento 3.2: Ci sono 2 miliardi di euro per l’idrogeno verde nell’industria pesante. Ferrara potrebbe essere il centro di questa rivoluzione, sostituendo il metano con vettori energetici puliti.
  • Missione 4. Ricerca e Innovazione: L’Università di Ferrara (UNIFE) ha accesso a bandi come il PRIN PNRR (dotazione di 420 milioni) per progetti di ricerca biennali. Molti di questi progetti riguardano proprio i nuovi materiali e la chimica sostenibile, alimentando la parte “scientifica” del Polo Natta 2.0.
  • Contratti di Sviluppo: Esistono oltre 2,5 miliardi per la trasformazione industriale e le tecnologie a zero emissioni.

Il problema non è la mancanza di fondi, ma il fatto che la proprietà americana ed anche il nuovo attore tedesco non sembrano avere intenzione di presentarli per il sito di Ferrara. Non possiamo accettare che queste risorse tornino a Bruxelles perché le multinazionali decidono di investire solo nel Nord Europa.

Se le multinazionali presenti sul sito non presenteranno piani chiari di decarbonizzazione e ammodernamento entro questi termini, perderemo l’ultima occasione per rendere Ferrara attrattiva e sostenibile nel lungo periodo.

Le richieste de La Comune di Ferrara.

Per queste ragioni, come La Comune di Ferrara, chiediamo oggi tre cose precise:

  • Un tavolo urgente al MIMIT: Il Governo deve chiarire quali garanzie occupazionali e di investimento siano state discusse durante i passaggi di proprietà degli asset ex-SABIC ed ex-LYB.
  • Trasparenza sui piani di AEQUITA: Vogliamo sapere se Ferrara rientra nella loro strategia di lungo termine (al momento è ancora di proprietà di LyondellBasell) o se siamo destinati a una lenta dismissione (esempio: tecnologia Catalloy in licenza per la prima volta)
  • Un patto per la Chimica Verde: Trasformare il deficit di monomeri in un’opportunità, puntando sul riciclo chimico e sulle materie prime bio-based, sfruttando le competenze del nostro Tecnopolo.”
  • Centro di Sviluppo per la ricerca di polimeri avanzati per la cattura del carbonio (polimeri porosi, polimeri funzionalizzati con gruppi amminici e polimeri a scambio ionico).
  • Centro di Sviluppo per la ricerca di catalizzatori per la produzione di polimeri degradabili utilizzando le emissioni di CO2 come materia prima, come NOVOLOOP (D), o AVANTIUM (NL), HICCUPS Horizon Project (a cui partecipa anche UNIFE). o a ricreare parzialmente il processo di fotosintesi assorbendo la CO2 e ottenendo, in cambio, materie prime utili all’industria chimica. Tokyo Institute of technology.

Conclusione

La crisi della chimica europea non può essere pagata dai lavoratori ferraresi. Se l’Europa della chimica si muove, Ferrara deve essere in prima fila, non spettatrice di un declino scritto altrove. Domani saremo al fianco dei sindacati per ribadire che senza Ferrara, la chimica italiana ed europea perde un pezzo fondamentale della sua anima e del suo futuro.

Si possono fare un milione di cose nuove, ma parafrasando Albert Einstein: “Follia è fare la stessa cosa aspettandosi risultati differenti”.

Sviluppo Economico: Il business dello spettacolo/intrattenimento può far rinascere Ferrara?

L’interessante contributo di Francesco: SVILUPPO ECONOMICO, LAVORO E QUALITA’ DELLA VITA mi spinge ad affrontare un argomento che, indirettamente, la contestazione dei residenti di piazza Ariostea ha reso d’attualità.

Con un Sindaco e Giunta che, forti di un largo consenso elettorale, hanno promesso “ Sempre più sostegno e valorizzazione delle iniziative e degli eventi culturali e di spettacolo di qualità per una Città attrattiva sotto il profilo turistico” è giusto andare a verificare quanto queste scelte politiche abbiano effettivamente contribuito a far mantenere l’altra grande promessa elettorale : Ferrara Rinasce .

Visto che per ora Ferrara non è morta, l’idea di una sua rinascita o di un suo “rinascimento” si traduce nell’idea di farla uscire da un non meglio precisato periodo di tenebre (politiche, sociali, culturali?) o forse più realisticamente di fermarne il declino socio-economico.

Ma davvero si pensa di fermare questo declino puntando quasi tutto sul turismo e sul business dello spettacolo/intrattenimento?

Il declino socioeconomico di Ferrara è un processo complesso e multifattoriale caratterizzato da una riduzione progressiva della qualità della vita, delle opportunità economiche e della coesione sociale per i suoi abitanti. Non è un crollo, è un processo lento partito molti anni fa.

Molti indicatori economici, demografici, sociali, urbani ed ambientali permettono di parlare di declino socio-economico di Ferrara. Sintetizzando: Ferrara è una città dove la popolazione, le imprese manufatturiere, gli esercizi commerciali calano e dove la popolazione è sempre più anziana e povera. Un buon indicatore del declino di una città sempre più povera è la variazione del potere d’acquisto dei suoi residenti negli anni.
Come detto, non è un fenomeno recente. ferrara ultimo capoluogo

Variazione del potere d’acquisto reale dal 2000 al 2019
capoluoghi dell’Emilia Romagna
Capoluogo Crescita
reddito (%)
Inflazione (%) Potere
d’acquisto reale (%)
Bologna +22.6% ~35.3% −12.7%
Parma +21.6% ~35.3% −13.7%
Reggio Emilia +21.1% ~35.3% −14.2%
Modena +18.3% ~35.3% −17.0%
Piacenza +16.2% ~35.3% −19.1%
Rimini +16.3% ~35.3% −19.0%
Ravenna +10.3% ~35.3% −25.0%
Forlì-Cesena +10.3% ~35.3% −25.0%
Ferrara +6.1% ~35.3% −29.2%

Però per vedere l’impatto di certe scelte, successive alla svolta politica del 2019, sull’andamento nell’ultimo decennio si può confrontare il potere d’acquisto reale dei ferraresi prima e dopo il 2019.

Variazione potere d’acquisto reale ultimi 10 anni a Ferrara
Periodo Crescita reddito Inflazione Potere d’acquisto reale
2014 → 2018 ~ +8.7% ~2.8% ~ +5.9%
2019 → 2023 ~ +14.4% ~17.1% ~ −2.7%

Attenzione! Non c’è un nesso causale diretto, il paradossale “piove, governo ladro”, tra le scelte politiche di chi amministra la città e la variazione del potere d’acquisto. Tra i tanti fattori che hanno inciso economicamente nel lustro 2014-18 si deve considerare il “rimbalzo” post terremoto e nel lustro 2019-23 gli effetti della pandemia e della guerra in Ucraina, fattori ben più rilevanti delle scelte politiche di un’amministrazione comunale. Ma tant’è: i ferraresi dal 2019 al 2023 sono un po’ più poveri, soprattutto per il calo del reddito negli anni 2020 e 2022. Vedendo che Rimini, a parità di anno di imposta, è andata molto peggio di Ferrara, mentre altre province della regione sono andate davvero molto meglio, sorge il sospetto che, pur essendo il turismo un asset importante, una dipendenza eccessiva dal turismo senza una diversificazione economica può rendere le città più vulnerabili a crisi (vedi: pandemia) o a cambiamenti nelle tendenze turistiche.

Politica dello spettacolo e business dello spettacolo

Da qualche millennio, almeno dal Panem et Circensem di Giovenale, chi governa, di qualunque colore, può sfruttare i grandi spettacoli/eventi come armi di distrazione di massa . Anche se la demagogia contemporanea ha profondamente aggiornato le sue tecniche puntando soprattutto sull’audience digitale, l’organizzazione di grandi eventi, oltre a distrarre dai problemi reali, ha il vantaggio di offrire un senso di appartenenza e incanalare l’energia della folla in manifestazioni di giubilo anziché di protesta. Se questo poi può portare ad un ritorno economico per la città tanto meglio.

I guadagni, a volte stratosferici, delle star dello spettacolo sono un sintomo visibile di un business che, per alcuni suoi segmenti, è in grado di muovere grandi quantità di denaro , ma non riflettono la sua redditività complessiva, che è influenzata dall’ammontare degli investimenti, costi d’esercizio, rischi e distribuzione dei profitti lungo l’intera catena del valore.

Il business dello spettacolo/intrattenimento, inteso in senso ampio (concerti, teatro, cinema, festival, fiere, eventi sportivi, nightlife, musei, mostre, ecc.), può avere un’incidenza significativa sull’economia di una città, e in alcuni casi può rappresentare un vero e proprio motore di sviluppo .

E qui, tornando a Ferrara, la scelta da parte dell’amministrazione comunale di puntare molto su questo tipo di iniziative per far “rinascere” la città, ha una sua logica. Anche la scelta di privilegiare il turismo “rock” rispetto al turismo “arte e cultura” può essere giustificata. Il problema è che queste scelte richiedono sempre una adeguata pianificazione strategica che tenga conto della vocazione della città, del pubblico di riferimento, delle infrastrutture esistenti e della capacità di attrarre investimenti privati, ecc… Il marketing territoriale che mira a rendere la città più attrattiva e competitiva non è sufficiente a creare vivibilità e valore per tutti nel lungo periodo e solo un corretto monitoraggio può valutare l’adeguatezza della pianificazione strategica che dovrebbe precedere ogni operazione di questo genere.

Concerto Bruce Springsteen

Chi non impara dai propri errori è destinato a ripeterli: BRUCE, una lezione che brucia.

I passi per una corretta pianificazione strategica per una politica pubblica dello spettacolo/intrattenimento sono gli stessi che deve fare l’industria privata degli eventi: definizione di un calendario senza sovrapposizioni o saturazioni; definizione del pubblico/turismo target; definizione delle location adeguate all’evento; progettazione e realizzazione delle infrastrutture necessarie; ecc…Ci sono almeno 3 eventi che sollevano dubbi sulla pianificazione strategica adottata con l’idea di far “rinascere” Ferrara promovendo una Ferrara “Spettacolo Rock” affianco della Ferrara “Arte e cultura”: il concerto di Bruce Springsteen, il Busker Festival e il Ferrara Summer Festival.

Il concerto di Bruce Springsteen di maggio 2023

può essere visto da una parte come una grande successo, una svolta nella politica dello spettacolo a Ferrara, dall’altra come un inopportuno evento che ha mostrato colossali criticità.

La decisione (tra Prefettura, Sindaco e Protezione Civile non è chiaro chi sia stato l’ultimo decisore) di svolgere comunque il concerto, a pochi giorni e pochi chilometri dai disastrosi allagamenti di quel maggio, mostra evidenti criticità: quanti spettatori potenziali o con già il biglietto in tasca non hanno potuto/voluto partecipare al concerto? Quanto è costato permettere che il concerto si svolgesse su un terreno fangoso? Quanto è costato ripristinare il parco?

Nell’industria dello spettacolo e degli eventi, più è grande l’evento pubblico che si pianifica, più è alto il rischio che, per un fulmine, un nubifragio, una impalcatura che crolla, un incendio del palco, una colica del cantante o chissà cos’altro, un potenziale grande profitto si trasformi in una colossale perdita. Per questo concerto, prima e dopo, Comune e Aziende controllate o partecipate hanno speso cifre importanti, ben documentate nella loro contabilità. Una nebbia molto fitta copre invece la verifica sul ritorno economico per la Città di questo importante investimento, considerato che gli incassi dei biglietti del concerto risulta siano andati tutti al privato. Per ogni investimento di soldi pubblici di questa portata, è materia da Corte dei Conti, si deve dimostrare il primario interesse pubblico, oltre che coerenza, competenza e finalità dei fondi erogati (ad esempio: non è competenza di un Teatro comunale realizzare strade nei parchi). Insomma ben vengano le sinergie con i privati, ma i soldi pubblici usciti dalle casse del Comune e delle partecipate/controllate possono prefigurare un danno erariale se non c’è un congruo beneficio pubblico o un ritorno diretto d’investimento.

La ricerca promossa dal Comune per stimare l’indotto economico del concerto del Boss lo quantifica in ben 10.319.906 €.

I toni quasi trionfalistici con cui sono stati pubblicizzati i risultati di questa ricerca dal Comune e da alcuni media ( “Un milione di investimenti ne ha generati dieci di indotto” ) hanno indotto molti a pensare che Ferrara abbia avuto dal concerto del Boss un ritorno economico di 10 milioni di euro. La ricerca non dice affatto questo. Infatti la ricerca non delimita l’area dove si presume che gli spettatori del concerto abbiano speso tutti quegli Euro. Basti dire che la stima statistica delle spese totali si riferisce per oltre il 44% (4.451.700 €) a spese di trasporto, che per loro natura in massima parte non si riferiscono a Ferrara e in molti casi sono state fatte fuori dall’Italia.

Anche della stima statistica delle spese di pernottamento pari a 2.452.600€ la ricerca presume che solo 1.643.300€ siano stati spesi a Ferrara. Quindi defalcando trasporti e pernottamenti fuori Ferrara il presunto indotto economico per Ferrara già si dimezzerebbe. Ma leggendo la ricerca emergono alcune criticità metodologiche che anche un profano di raccolta, analisi, interpretazione dei dati come me potrebbe rilevare. C’è chi definisce la statistica una scienza inesatta in quanto presuppone un livello di incertezza o errore.  In questo caso, valutando come sono stati ricavati questi 10 milioni di indotto (visto il fattore di confidenza sarebbe stato più corretto parlare di un range cioè di una qualunque cifra  compresa tra 9.126.047€ e 11.513.765€ ) sorgono spontanee alcune perplessità.

La stima è stata fatta elaborando, su 438 spettatori selezionati, 369 risposte delle interviste effettuate agli ingressi dell’area del concerto tra le ore 9:00 e le ore 20:30, cioè prima del concerto e prima di entrare nell’area dove poi si sarebbe svolto il concerto. Il campione di 369 interviste su 43750 spettatori sembra piccolo, ma in termini statistici potrebbe essere significativo, anche se non tutti avessero risposto a tutte le domande dell’intervista. Lascia perplessi la esatta coincidenza tra il numero di interviste effettivamente realizzate e la numerosità campionaria minima ( cioè il numero minimo di interviste da fare perché il  campione sia rappresentativo dell’indotto economico prodotto dai  43750 spettatori) calcolata introducendo un errore massimo di 2 milioni e una deviazione std di 450€ .

Visto che le interviste sono state fatte prima del concerto:

  • solo una parte delle spese riportate era stata effettuata mentre delle spese future gli spettatori potevano fornire solo una stima di spese previste.
  • Tutte le risposte sulla “customer satisfaction” (come “soddisfazione generale” sull’organizzazione dell’evento oppure “tornerei per un’altro evento nello stesso luogo”) hanno un peso poco significativo , visto che la domanda era fatta prima di aver messo i piedi nel fango e aver valutato la qualità del concerto.

Oltre alle perplessità che derivano dall’aver tratto conclusioni da stime di stime nella ricerca si possono rilevare alcuni assunti quantitativi e metodologici che sollevano forti perplessità.

Cito:

  • “ipotizzando (da studi precedenti) una deviazione standard dell’indotto economico individuale = 450€”   Quali studi? Con che presupposti e condizioni al contorno? In genere, nelle ricerche di questo tipo le citazioni sono sempre accompagnate da riferimenti e note bibliografiche a supporto. E’ normale che la deviazione standard sia superiore al presunto indotto medio di 235,8€, d’altra parte lo spettatore che viene da Stoccolma ha certamente speso molto di più dello spettatore che viene da corso Giovecca, ma perché proprio 450€ ?
  • “sotto assunzione di normalità dei dati” non tutti i fenomeni sono descritti da una normale/gaussiana o meglio da una log-normale, quando non vanno sotto zero.
  • “campionamento sistematico con passo pari a 100, cioè selezionando uno spettatore ogni 100”, ma un campionamento sistematico di questo genere non è propriamente “casuale”, condizione che sola garantirebbe rappresentatività e confidenza dei dati raccolti.

Come detto prima, l’indotto stimato nella ricerca non si riferisce alla sola Ferrara e mancano molti dati di incidenza per distinguere le spese dovute effettivamente al concerto da quelle che sarebbero comunque avvenute (spostamento temporale/geografico).

Un’altra valutazione importante che non ho trovato è relativa all’indotto negativo per la città. Una città come Ferrara, con decine di migliaia di spettatori, concentrati in un tempo limitato, è una città dove, a fronte di molti esercizi, soprattutto alimentari, che hanno visto un temporaneo aumento delle entrate, ci sono state tante attività ( artigiani, professionisti, servizi sanitari ecc. ) che hanno proprio chiuso o hanno cancellato appuntamenti come conseguenza dell’afflusso di spettatori che inevitabilmente impatta pesantemente sulla mobilità e viabilità urbana . Anche se alcuni conoscenti sono stati lieti di prendersi un giorno di vacanza in occasione del concerto, tutti i mancati incassi legati al concerto dovrebbero essere stimati come impatto negativo.

Nella ricerca manca infine la minima validazione delle stime utilizzando dati certi disponibili in registri comunali. Ad esempio se dalle 369 interviste hanno stimato che ci sono stati per il concerto 1643 pernottamenti a Ferrara basterebbe verificare nel gettito della tassa di soggiorno di quei giorni se c’è stata una variazione significativa e correlata. Analoga validazione si potrebbe fare per la stima delle visite ai musei (ad esempio secondo lo studio in quell’occasione, 3551 spettatori del concerto di cui 1307 stranieri avrebbero visitato la mostra sul Rinascimento, non ci voleva molto a verificarlo confrontando gli ingressi di quei giorni con le medie del periodo ).

Queste considerazioni non devono portare a pensare che sia sbagliato puntare sullo spettacolo privato, anche con grandi eventi, per contribuire allo sviluppo economico di Ferrara; ma come in qualunque attività economica è indispensabile una adeguata programmazione, la realizzazione di infrastrutture adeguate e un processo di verifica dei risultati che permetta di indirizzare le scelte future. Nel 2024, quindi non nell’anno del concerto, il numero dei pernottamenti a Ferrara (500.593) ha superato del 4,5% quelli del 2019 (479.111). Questo aumento, sebbene modesto, ha implicazioni profonde per l’economia turistica locale,  dove l’aumento dell’attrattività della città può dipendere anche dall’organizzazione di grandi concerti; ma non è affatto vero che Ferrara ha avuto un ritorno economico di 10 milioni di Euro dal concerto del Boss.

Come detto, non è solo il concerto di Bruce Springsteen a suggerire di correggere o indirizzare meglio alcune scelte programmatiche del Comune di Ferrara. Comunque, ragionando in termini di sviluppo economico, fa pensare il fatto che ci si dia tanto da fare per invitare a Ferrara gli Slipknot mentre sembra che nessuno si preoccupi del progressivo disimpegno dal petrolchimico di Lyondell-Basel e Eni-Versalis.

 


 

NOTE

Tipici indicatori del declino socio-economico

I principali indicatori economici di declino socio-economico di una città sono:

  • Perdita di posti di lavoro: Chiusura di industrie, delocalizzazione di aziende, riduzione del settore manifatturiero o tradizionale.
  • Diminuzione del potere d’acquisto ( Δ reddito pro capite/ Δ inflazione) – Salari medi più bassi, aumento della povertà e della disuguaglianza economica.
  • Riduzione dell’attività commerciale: Chiusura di negozi, centri commerciali meno frequentati, diminuzione degli investimenti.
  • Calo del gettito fiscale: Minori entrate per le amministrazioni locali, che si traduce in servizi pubblici ridotti.
  • Sottosviluppo di nuovi settori: Incapacità di attrarre o sviluppare industrie innovative o ad alto valore aggiunto.

I principali indicatori demografici sono:

  • Spopolamento: Emigrazione di residenti, in particolare giovani e forza lavoro qualificata, verso città con maggiori opportunità.
  • Invecchiamento della popolazione: Minore natalità e maggiore aspettativa di vita, con una percentuale crescente di anziani rispetto ai residenti in età lavorativa.
  • Squilibrio demografico: Alterazione della struttura per età e genere della popolazione.

I principali indicatori di deterioramento Sociale sono :

  • Aumento delle disuguaglianze: Divario crescente tra diverse fasce della popolazione in termini di reddito, accesso ai servizi e opportunità.
  • Aumento della criminalità: correlato in genere all’aumento delle disuguaglianze, disoccupazione e povertà.
  • Degrado urbano: Abbandono di edifici, spazi pubblici trascurati, peggioramento delle infrastrutture.
  • Diminuzione della qualità dei servizi pubblici: Riduzione dell’efficienza di trasporti, sanità, istruzione, sicurezza.

I principali indicatori di deterioramento Urbano e Ambientale:

  • Abbandono di aree industriali o residenziali: Creazione di aree abbandonate o zone degradate.
  • Infrastrutture obsolete o non mantenute: Strade, ponti, reti idriche ed energetiche che non rispondono più alle esigenze.
  • Problemi ambientali: Inquinamento, gestione dei rifiuti inefficiente, perdita di spazi verdi, mancato adeguamento ai cambiamenti climatici.

Fonti

REPORT SULL’INDOTTO ECONOMICO DEL CONCERTO DI BRUCE SPRINGSTEEN

ferrara ultimo capoluogo

SVILUPPO ECONOMICO, LAVORO E QUALITA’ DELLA VITA

Un’economia a due velocità. Luci e Ombre sui primi dati 2024

I primi dati del 2024 in campo economico e occupazionale a Ferrara, delineano un quadro con luci ed ombre.

Il tasso di disoccupazione è in diminuzione dello 0,8% (1 semestre 2024) ma ancora superiore alla media regionale, con una elevata incidenza dei contratti a termine, part time e stagionali. E questo solleva interrogativi sulla reale qualità e stabilità dei posti di lavoro creati.  In altri termini non è un indicatore del miglioramento del mercato del lavoro ed anzi evidenzia che persiste una elevata precarietà ed instabilità del lavoro.

Le proiezioni per il 2024 del Valore Aggiunto /approssimativamente il PIL/ provinciale sono di una crescita dello 0,8% (erano dello 1,2% a luglio 2024). Questa crescita è trainata principalmente dal settore dei servizi e delle costruzioni, mentre l’agricoltura e l’industria “in senso stretto” mostrano un calo.

L’andamento dell’export nel 2024 continua ad essere negativo con una flessione dello 1,8%, e Ferrara si conferma in ultima posizione in Emilia-Romagna per quota sull’export regionale (circa il 3%). Il saldo delle imprese registrate al 31/03/2025 è negativo dello 0,5%.

Il reddito disponibile lordo delle famiglie pro capite è pari a 22.250 euro, inferiore a quanto registrato per l’Emilia-Romagna (24.684 euro), al di sopra della media riferita all’Italia (21.089 euro).

Questi dati confermano, in generale, che Ferrara è tra le provincie (in questo caso così come per il valore aggiunto il dato è provinciale, che in genere rispecchia in percentuale il dato del capoluogo) con i peggiori indicatori economici in Regione.

Rilanciare lo sviluppo economico

Ferrara si caratterizza, in particolare, per la vocazione agricola del territorio e per la lavorazione e trasformazione dei prodotti agricoli, il polo chimico, la manifattura di eccellenza, la cultura ed il turismo, che sono i punti di forza su cui investire, e che potrebbero fare anche da traino per lo sviluppo di tutto il territorio.

Tuttavia per rilanciare lo sviluppo economico, favorire la nascita di nuove imprese e/o lo sviluppo di quelle già attive, e migliorare la situazione dell’occupazione – in particolare giovanile e femminile -, serve un approccio diverso ed integrato, che metta al centro l’ambiente, la demografia, l’economia, gli aspetti sociali e urbanistici, ecc..

La qualità della vita e del lavoro devono essere tra gli obiettivi di una Amministrazione. Le statistiche economiche, da sole, non sono in grado di misurare il benessere di un territorio, ed è quindi necessario abbandonare una visione puramente “economicistica”.

Il ruolo del Comune, seppure non comparabile a quello di Regioni e Ministeri, non è meno importante, le sue attività hanno delle implicazioni forti e dirette sul territorio.

E proprio qui emergono le perplessità, nell’operato della Giunta Fabbri ci sono state diverse scelte sbagliate, e temi fondamentali per lo sviluppo del territorio sono stati “dimenticati” o non affrontati con la dovuta attenzione.

Infrastrutture

Lo sviluppo delle infrastrutture è fondamentale per il rilancio economico e “l’attrattività” di un territorio.

Ferrara gode di una buona posizione geografica, beneficia della vicinanza con Bologna e di essere sulla direttrice ferroviaria e stradale Roma Trieste, ma è “decentrata” rispetto alla via Emilia, polo dello sviluppo regionale.

Purtroppo le scelte politiche miopi negli ultimi decenni hanno favorito lo sviluppo quasi esclusivamente del trasporto su gomma a discapito di altre modalità.

La lettura del programma delle infrastrutture viarie per la provincia di Ferrara presentato alla Consulta provinciale dell’economia e del lavoro, o il Libro Bianco sulle priorità infrastrutturali dell’Emilia Romagna, e in generale gli interventi sulla stampa di numerosi esponenti politici, dimostra che il paradigma prevalente resta quello della costruzione di nuove strade e autostrade, con interventi sul trasporto ferroviario che sono residuali.

E un approccio superato e dannoso, specie considerando i notevoli vantaggi economici e ambientali del trasporto su ferrovia Un treno merci può trasportare l’equivalente di 40/50 camion, con un risparmio significativo in termini di costo e di emissioni, nei numeri una modalità più veloce e meno costosa per spedire grosse quantità di merce su medie lunghe distanze, specie se inserita in un sistema intermodale integrato.

E’ urgente una riflessione sugli obiettivi e un deciso cambio di paradigma, indirizzando gli investimenti pubblici infrastrutturali verso il trasporto su rotaia – ferrovia e metropolitana di superficie, alta velocità e linee locali, centri intermodali e terminali -.

Per quanto di competenza del Comune ed in sinergia con gli altri Enti, è importante programmare:

– la realizzazione di una metropolitana di superficie che colleghi con treni ad alta frequenza Bologna, Modena e Ferrara, che sono al centro di un’area vasta e interessate da un elevato pendolarismo giornaliero, . come già indicato in un protocollo di intesa, purtroppo finito nel dimenticatoio, sottoscritto nel 2017 tra i presidenti delle 2 province di Ferrara e Modena ed il sindaco dell’area metropolitana di Bologna;

– il ripristino dei collegamenti ferroviari con gli altri comuni importanti della provincia, Cento Comacchio – fino ai Lidi – e Copparo, tratte che erano operative ma poi smantellate alla fine degli anni cinquanta;

– la realizzazione della Ferrara Mare ferroviaria ed il mantenimento della Ferrara mare come raccordo autostradale;

– lo sviluppo dei collegamenti ferroviari con Mantova, con il raddoppio dei binari e l’elettrificazione della linea – direttrice del Brennero -, per incrementare scambi economici e turistici;

– il completamento della Cispadana stradale come strada a scorrimento veloce (superstrada), e la realizzazione della Cispadana ferroviaria;

– il raddoppio e l’elettrificazione della linea Ferrara Ravenna – direttrice adriatica –, essenziale anche in prospettiva Zona Logistica Semplificata;

– il completamento della Statale 16 Adriatica da Argenta a Ravenna.

Ferrara sarebbe così al centro di una fitta rete di collegamenti ferroviari e stradali, e potrebbe diventare un importante nodo intermodale o terminal, anche in ottica ZLS e di integrazione con Bologna ed il porto di Ravenna, ma questo richiede una visione che sembra mancare.

Idrovia ferrarese

l progetto Idrovia ferrarese nasce per creare un unico canale navigabile e collegare il Po a Ferrara – dove si creerebbe un porto fluviale – con Porto Garibaldi – che diventerebbe un porto commerciale oltre che peschereccio -.

Lunga 70 km, l’idrovia nel tratto tra Ferrara e Migliarino coincide con il corso del Po di Volano, mentre poi il percorso è artificiale.

Si darebbe impulso al trasporto turistico e merci lungo l’intero sistema idroviario padano veneto, permettendo il transito di natanti di V classe (lunghezza max m. 95/110 m, larghezza m.11,40, pescaggio m. 2,50/2,80, fino a 2000 tonnellate di stazza).

Ma questo obiettivo è credibile, realizzabile?

Per consentire la navigazione di natanti di V classe europea servono ingenti investimenti per interventi di riqualificazione: per l’ampliamento del raggio delle curve, il dragaggio dei fondali, la sistemazione delle sponde e l’adeguamento dei ponti stradali che interferiscono con l’asta navigabile. Il finanziamento complessivo è salito così a circa 170/180 milioni.

Ora, dal punto di vista ambientale ed economico ci sono diverse perplessità sulla sostenibilità del progetto e sull’equilibrio costi/ricavi benefici.

L’instabilità climatica con le frequenti e ripetute crisi idriche che hanno limitato negli anni la portata di acqua del Po non sembrano garantire la navigabilità per navi di grandi dimensioni specie di classe V.

Sotto l’aspetto economico l’intero sistema idroviario padano-veneto, con i suoi 500 km circa non è paragonabile a quello di altre idrovie/fiumi – come ad esempio il Reno navigabile per oltre 1000 km, il Volga per circa 2000 km, il Danubio con circa 2800 km -, ed il ritorno finanziario degli investimenti (per attracchi, mezzi di carico scarico merci, tipologia di navi, ecc.) per gli operatori commerciali industriali sarebbe “incerto”.

Il progetto dell’idrovia, così come originariamente concepito, è ormai superato in termini di sostenibilità economica e ambientale. Dovrebbe essere “realisticamente” rivisto e ridimensionato per favorire lo sviluppo turistico fluviale ed il passaggio di piccole imbarcazioni per il trasporto merci locale.

Zona Logistica Semplificata ZLS

Sulla ZLS, la Regione ed altri Enti Pubblici compreso il Comune di Ferrara, e diverse forze politiche ed associazioni di categoria del territorio, stanno puntando in modo deciso.

Nel Ferrarese sono state inserite 5 aree produttive, Argenta Bondeno Codigoro Ferrara Ostellato, non sono previsti centri intermodali, mentre un ruolo dovrebbe averlo lo scalo ferroviario di Bondeno sulla direttrice “Cispadana”.

Il porto di Ravenna sarà il centro di questa ZLS, che dovrà essere collegata con tutte le sue aree produttive e le strutture logistiche.

Una scelta condivisibile ma che deve tenere conto che, almeno nell’attualità, il porto di Ravenna è il principale punto d’ingresso di materie prime per i distretti industriali della Pianura Padana, mentre per le esportazioni le imprese utilizzano in prevalenza i corridoi autostradali e ferroviari in direzione dei mercati di sbocco /vendita del nord Europa.

In questo contesto e con queste dinamiche dell’interscambio (import ed export), per rendere il Porto di Ravenna veramente centrale e hub logistico complessivo per l’interscambio, diventa indispensabile potenziare e completare i collegamenti ferroviari verso l’Europa. Le merci devono poter arrivare via nave a Ravenna ed essere caricate su treni che raggiungono direttamente i mercati finali del Nord Europa in modo competitivo

.

Ciò richiede investimenti, non solo nello scalo di Bondeno, ma in tutta la rete ferroviaria interna alla ZLS e in quella che la connette ai corridoi europei, e così sui Centri intermodali – “cerniere” che permettono di passare fluidamente da una modalità di trasporto all’altra.

Alle aziende che si insedieranno nella ZLS saranno concesse semplificazioni amministrative e contributi vari. Queste concessioni saranno sufficienti per l’insediamento e “attirare” nuove aziende nelle aree della futura ZLS, quando agevolazioni simili sono già presenti in altre Zone Economiche Speciali (ZES), altre ZLS, o in settori diversi?

Benché necessarie, le aziende non scelgono un luogo per un nuovo insediamento solo per gli incentivi, valutano un insieme complesso di fattori che vanno oltre le pure importanti concessioni fiscali o burocratiche.

Ricerca e sviluppo

La presenza dell’Università e l’attività della SIPRO, dovrebbero essere un volano per la ricerca e la nascita di start up innovative, rafforzando così il tessuto economico del territorio.

La SIPRO (società partecipata dai Comuni della provincia, dalla Provincia di Ferrara, Camera di Commercio e alcune banche, con il Comune di Ferrara come socio di maggioranza tramite Ferrara Tua) con i suoi incubatori, ha un ruolo importante, ma dovrebbe essere rilanciata, eliminando le duplicazioni con altri enti pubblici e focalizzarsi sui servizi legati alla ricerca e all’innovazione tecnologica, anziché alla promozione di eventi turistici, enogastronomici, ecc. ambiti in cui operano già altri soggetti pubblici.

Il Comune e la SIPRO dovrebbero incentivare e farsi promotori per lo sviluppo di “Poli produttivi” nel Ferrarese.

Tra questi i “Distretti”, che si caratterizzano per la concentrazione di piccole medie imprese (in alcuni casi anche grandi imprese) omogenee per attività in aree territorialmente definite, la forte specializzazione e la vocazione all’export; ma anche le Filiere produttive che rappresentano aggregazioni di imprese, università e centri di ricerca, in cui spesso i distretti tradizionali si riorganizzano o evolvono.

I dati mostrano che le aziende che fanno parte dei distretti – e in parte anche delle Filiere – in genere crescono economicamente più delle altre e si riprendono prima dalle crisi, grazie anche alla capacità di innovare il processo produttivo ed il prodotto adattandosi rapidamente alle nuove richieste dei mercati, oltre che per la presenza consolidata nei mercati esteri. Ma il vero fattore di forza secondo diversi economisti è la qualità del capitale umano. E’ proprio il capitale sociale che “…fa la vera differenza tra un distretto industriale e un semplice aggregato territoriale di imprese…e trasforma in produttività e competitività il di più di coesione sociale.”

Mentre la Regione Emilia Romagna si caratterizza per la presenza di numerosi ed importanti “distretti industriali” (e filiere), che rappresentano uno dei maggiori punti di forza del sistema produttivo regionale – per citarne alcuni, il distretto delle macchine utensili a Piacenza, delle piastrelle a Sassuolo, dell’alimentare a Parma e Reggio Emilia, del tessile a Carpi, del biomedicale a Mirandola, della meccanica e delle macchine per l’imballaggio a Bologna, delle macchine per il legno a Rimini. ecc. – nel Ferrarese l’elevata incidenza delle aziende agricole – spesso di piccole dimensioni – e il limitato numero di PMI rispetto alle altre province della Regione ne ha limitato lo sviluppo.

Pur con caratteristiche diverse rispetto ai grandi poli distrettuali storici della Regione anche nel ferrarese ci sono comunque settori con caratteristiche distrettuali, poli di specializzazione, Filiere produttive con forti interconnessioni.

Dall’Agroalimentare in provincia, al Polo Chimico a Ferrara, alla Meccanica Strumentale Automazione, nell’Edilizia e nel Restauro conservativo.

Preso atto che la “tassazione di distretto” ed altre forme di incentivo fiscale non hanno avuto il successo sperato, per favorire lo sviluppo di questi “poli produttivi” serve un sistema pubblico che agevoli l’internazionalizzazione, la cooperazione tra imprese, attivi investimenti mirati nelle infrastrutture logistiche e digitali, con incentivi e contributi/credito di imposta a favore delle aziende di questi poli che investono in immobilizzazioni e in ricerca e formazione.

Demografia e politiche di accoglienza

La demografia pur avendo un impatto profondo e a lungo termine su quasi ogni aspetto dell’economia è spesso, erroneamente, sottovalutata e trascurata sia nell’analisi che nella pianificazione economica, è il caso di Ferrara.

Ferrara è una delle città meno “attrattive” dell’Emilia-Romagna, con la popolazione più anziana della Regione (età media vicina ai 50 anni e l’indice di vecchiaia più elevato). La popolazione in età lavorativa, dai 15 ai 64 anni, è in costante diminuzione – molto più accentuata rispetto al dato regionale -, i residenti nel 2024 erano circa 130.000 contro i 132.899 del 2020. Il saldo naturale (nascite – decessi) è negativo da anni.

C’è quindi la necessità di “attrarre” in città nuovi residenti, lavoratori e competenze. Questa crisi demografica è opportuno ricordare non ha un impatto negativo solo sul lavoro e sulle pensioni future ma effetti altrettanto negativi sull’intero tessuto cittadino già nel breve termine, ad esempio per la possibile diminuzione dei servizi per prestazioni sanitarie, asili nido, scuole, ecc., il calo delle vendite negli esercizi commerciali, nelle compravendite immobiliari, ecc.

Servono allora investimenti concreti nel capitale umano, nell’accoglienza e nel sociale. Servono politiche di incentivo e rilancio dell’edilizia residenziale pubblica, il rifinanziamento del Fondo Affitti, la costruzione di nuovi Studentati, per aumentare l’offerta di immobili e di affitti a prezzi accessibili.

È inoltre necessario investire nell’assistenza e nell’istruzione, aumentando i posti nelle scuole materne e negli asili nido (mentre i fondi del PNRR a livello nazionale per questo obiettivo sono stati tagliati). L’immigrazione per il nostro territorio deve trasformarsi da “problema” a risorsa, come dimostrato in diversi Paesi del centro e nord Europa, dove milioni di immigrati lavorano, contribuiscono al welfare e alimentano i consumi.

Per altro si stima che in Italia nei prossimi 5 anni, sia nel settore pubblico che in quello privato, ci sarà bisogno di 3,5 / 4 milioni di lavoratori (per far fronte ai pensionamenti, le necessità del mercato del lavoro, ecc.)..

Lavoro, bassi salari e stipendi

Negli anni passati il sistema economico si è caratterizzato per un’elevata disoccupazione, specie tra i più giovani e le donne, ed una forte spinta delle imprese verso la “flessibilità e la mobilità”.

Oggi è l’offerta di lavoro ad essere limitata, in particolare di lavoratori giovani e con profili professionali specifici. Le politiche del passato – ma ritornate di attualità – per favorire le assunzioni sovente “defiscalizzavano il costo del lavoro” in modo non strutturale e incentivavano quindi la precarietà ed il lavoro “sottopagato” – contratti a termine, part time, stagionali, ecc., con bassi livelli di copertura sociale e di crescita professionale -, e si sono dimostrate inadeguate.

Aumentare le retribuzioni e stabilizzare i rapporti di lavoro è fondamentale per la qualità della vita dei lavoratori e la produttività delle imprese.

Il Comune, direttamente ed indirettamente tramite le sue società controllate, partecipate – e gli appalti –, è un importante datore di lavoro con un numero significativo di dipendenti e collaboratori, generando reddito e sostenendo il consumo locale.

Le scelte dell’Amministrazione Fabbri sul personale, con un forte ricorso alle esternalizzazioni e ai contratti a termine, rischiano di svuotare di conoscenze e competenze il personale del Comune, compromettendo la qualità dei servizi.

PNRR

Il PNRR avrebbe potuto essere un volano per lo sviluppo della città e invece scelte sbagliate, non ottimali ne hanno ridimensionato l’impatto.

Appare evidente, che diversi interventi sono inutili – vedi tra gli altri la demolizione e la ricostruzione della Scuola Elementare Manzoni con una spesa di circa 4,5 milioni di euro -, altri sovradimensionati e quindi troppo costosi rispetto alle esigenze del territorio – vedi tra tutti l’intervento sul Palazzone ed il magazzino di Marrara per una spesa di circa 4,1 milioni, o per i lavori all’Aeroporto San Luca con una spesa di poco inferiore ai 10 milioni -. Ci sono poi circa 20 milioni per il recupero di ex scuole, altri edifici abbandonati e chiusi da anni, per cui si legge genericamente che saranno destinati alle comunità ed a nuove funzioni, ma di cui mancano dettagli.

L’impressione generale è che manchi la conoscenza profonda del territorio e l’idea di fondo di cosa sia realmente necessario per il suo sviluppo, a partire – nei rispettivi ambiti di competenze tra Comune ed altri Enti – da interventi sulla mobilità, sulla formazione ed il lavoro, nuovi studentati pubblici, asili nido, il sociale e la salute.

C’era bisogno di scelte più “trasparenti e lungimiranti” da parte dell’Amministrazione comunale per cogliere appieno le opportunità offerte dal PNRR.

Anche perché dobbiamo ricordare, che da un lato non si è ancora capito quali sono i reali costi – per diversi interventi – a carico del Comune tra previsioni iniziali e variazioni di bilancio/costi in aumento, e dall’altro che una parte di questi fondi sono a “fondo perduto” (cioè non vanno restituiti) ma una parte, la più rilevante resta a carico degli Enti pubblici e del Paese.

Benessere Equo e Sostenibile.

L’interesse e l’attenzione per gli obiettivi dell’Agenda 2030 e del PNRR offre un’importante occasione per integrare il sistema della contabilità pubblica, prevedendo una rilevazione che vada anche oltre i tradizionali indicatori economici “quantitativi”, tra cui il più importante è il Prodotto Interno Lordo (P.I.L), utilizzando anche quelli “qualitativi” del Benessere Equo e Sostenibile (BES), indicatori che misurano il benessere e la ricchezza delle persone e di una comunità.

Il PIL, da solo non coglie la complessità del benessere di un territorio.

Ad esempio non tiene conto del livello di inquinamento e delle malattie provocate all’apparato respiratorio, dell’efficienza del sistema sanitario, della qualità delle abitazioni, del tasso di criminalità, ecc.; ci sono poi diversi paradossi, ad esempio l’autoproduzione non rientra nel PIL, l’assistenza ai familiari anziani in casa non rientra nel PIL ma in casa di riposo si, fino “all’assurdità” che le disgrazie tipo guerre o terremoti hanno un effetto positivo sul PIL per via degli investimenti necessari per la ricostruzione, e gli esempi potrebbero continuare.

Da anni ormai in diverse province, nell’attualità oltre una ventina tra cui Ferrara, e 8 città metropolitane, tra cui Bologna, viene redatto il Rapporto sul Benessere Equo e Sostenibile (BES), che attraverso l’analisi di circa 80 indicatori organizzati in 12 grandi dimensioni (domini) – salute, istruzione e formazione lavoro, benessere economico, relazioni sociali, politica e istituzioni, sicurezza, benessere soggettivo, paesaggio e patrimonio culturale, ambiente, innovazione, ricerca e creatività, qualità dei servizi – fornisce uno strumento informativo dettagliato del “benessere e della sostenibilità” di un territorio, utile per orientare correttamente e consapevolmente le scelte delle Amministrazioni pubbliche, dei politici ma anche di imprese, associazioni, cittadini, ecc..

Lo stesso Governo nella presentazione alle Camere del Documento di Finanza Pubblica allega il rapporto sugli indicatori di Benessere Equo e Sostenibile.

Sarebbe auspicabile se anche a Ferrara, si replicasse l’esperienza di Bologna dove il Comune ha condiviso l’approccio partecipativo del BES e promosso incontri con i cittadini per stabilire cosa reputano importante per misurare la qualità della vita.