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La Comune di Ferrara | Femminile, Plurale, Partecipata

Tag: sviluppo economico

Infrastrutture nel ferrarese: idrovia, autostrade. Il treno no.

Il Po è in secca. Oltre 100 comuni tra Piemonte e Lombardia sono già in emergenza idrica, alcuni riforniti con le autobotti. Il cuneo salino risale, ormai a 25 chilometri dalla foce. Non c’è abbastanza acqua per gli acquedotti, figuriamoci per farci passare una nave. E noi investiamo 170 milioni di euro nell’Idrovia ferrarese: una via d’acqua che dovrebbe collegare il Po Grande, attraverso il Boicelli e il Po di Volano, a Porto Garibaldi. Settanta chilometri, per farci passare — secondo i politici, non i tecnici — natanti fino a 110 metri di lunghezza e 11 di larghezza. Navi di queste dimensioni, su un fiume in secca.

Chi ci crede? Un’idrovia in scala più “contenuta” potrebbe avere un senso: magari per piccoli trasporti commerciali locali, per valorizzare il territorio dal punto di vista turistico. Ma qui si parla d’altro. Nel frattempo, altri 280 milioni per la terza corsia dell’autostrada Bologna-Ferrara. Più asfalto, più traffico. Lo sappiamo da decenni: ogni corsia in più attira nuovo traffico e in pochi anni la congestione torna quella di prima. Anche stavolta, però, con qualche centinaio di milioni spesi in più.

Diranno che sono fondi vincolati, non spostabili sul ferro. Vero — ma quei finanziamenti sono arrivati insistendo, per vent’anni, come per l’Idrovia e l’autostrada. Sul treno, quell’insistenza è mancata. Per arrivare con i mezzi pubblici al più importante polo turistico della provincia — i Lidi di Comacchio — servono da 1 a 2 ore di corriera dalla stazione di Ferrara. E se ti vuoi portare la bici sulla costa e sul Delta? Lasciala a casa. Turismo lento? Noleggiala lì. Non è un caso isolato: alcuni tra i maggiori comuni della provincia — Cento, Comacchio e Copparo — così come importanti siti produttivi e aree manifatturiere, non hanno alcun collegamento ferroviario con il capoluogo. Per raggiungerli servono l’auto, o una corriera — e le merci viaggiano su camion, con costi più alti, più traffico pesante e più inquinamento. Che il treno sia la scelta più conveniente — ambientalmente ed economicamente — lo sanno tutti, o quasi. Tranne, a quanto pare, chi decide le priorità. E infatti continuiamo a investire in strade e autostrade, con il plauso di quasi tutte le forze politiche, delle associazioni di categoria, della Camera di Commercio locale.

C’è anche la Cispadana, da sempre citata come priorità, ferma da anni per problemi amministrativi. Le eccezioni ci sono. Nei territori della provincia, a Cento come a Comacchio, c’è già chi chiede le tratte ferroviarie. In Romagna, non lontano da noi, Confindustria Romagna, Legacoop e altre associazioni di categoria, insieme ai sindacati, hanno firmato un appello congiunto per portare l’alta velocità ferroviaria nel loro territorio. Bastano questi esempi o ne servono altri?

“Forse” è necessario rivedere le priorità infrastrutturali nel ferrarese.

CHIUDERE LA CHIMICA SIGNIFICA DISTRUGGERE IL FUTURO: IL CASO COPERION SMONTA L’ILLUSIONE DEL DEGRADO “PULITO”

80 licenziamenti a Ferrara in un’azienda in attivo e ad altissima specializzazione: la dimostrazione immediata che smantellare la chimica di base trascina con sé l’intera filiera tecnologica e ingegneristica.

Per anni ci è stata raccontata una favola consolatoria: l’Europa e Ferrara potevano fare a meno della chimica di base, considerata “vecchia e inquinante”, per concentrarsi su un’economia verde o di soli servizi, mantenendo al più le “teste pensanti” e i centri di ricerca.

La decisione shock della multinazionale Coperion di chiudere lo stabilimento di Ferrara — 80 lavoratori qualificati pronti al licenziamento nonostante bilanci in attivo e commesse piene — dimostra il contrario. Se si spegne la chimica di base, l’indotto ad alta tecnologia la segue a ruota.

La realtà della delocalizzazione globale

Come tecnici e come militanti de La Comune di Ferrara poniamo una domanda chiave a istituzioni e politica:

Se i nuovi impianti di trasformazione e compounding si realizzano ormai solo in Cina, India e Paesi Arabi, perché un’azienda dovrebbe mantenere la progettazione e l’ingegneria in Italia?

L’ingegneria e la tecnologia non vivono nel vuoto: seguono gli impianti e la produzione fisica. Quando si permette la delocalizzazione della produzione dove energia e materie prime costano meno, anche i centri di eccellenza ingegneristica perdono il loro baricentro.

Cosa ci rimane se perdiamo la tecnologia?

  • Non basta l’eccellenza: Coperion dimostra che la sola alta qualificazione non salva i posti di lavoro se manca una visione industriale strategica nazionale ed europea.
  • Il rischio svuotamento: Ferrara sta perdendo non solo i volumi del Petrolchimico, ma la sua identità storica di capitale dell’innovazione e della tecnologia delle materie plastiche.
  • Nessun alibi per la politica: difendendo le competenze locali con strumenti concreti, non con promesse di riconversione fantasma.

NON RISCHIAMO DI DIVENTARE UN MUSEO A CIELO APERTO SENZA LAVORO E SENZA FUTURO !

LA COMUNE DI FERRARA

 

A Ferrara si paga il conto di anni di scarsa programmazione

In questi giorni si torna a parlare del cuneo salino nel Po, dei problemi per l’agricoltura e degli investimenti, finalmente annunciati, per portare la rete fognaria in diverse frazioni del Comune.
È una buona notizia. Ma fa nascere anche una domanda.
Com’è possibile che nel 2026 ci ritroviamo ancora a discutere di problemi che conosciamo da decenni?
Il PNRR metteva a disposizione risorse anche per invasi, reti fognarie e depuratori. I tempi erano stretti e hanno premiato soprattutto chi aveva già i progetti pronti.
I progetti non si preparano quando esce un bando. Si preparano prima.
A Montalbano la rete fognaria ancora manca. Ma non è un caso isolato: anche Corlo, Correggio, Baura, Cona e altre frazioni hanno pagato per anni il ritardo nella realizzazione o nel collegamento ai depuratori.
Ben vengano gli oltre 230 milioni di euro di investimenti annunciati da Hera per la provincia di Ferrara, di cui più di 90 milioni destinati al servizio idrico. Sono risorse importanti. Ma viene spontaneo chiedersi quante delle opere che oggi salutiamo come grandi investimenti avrebbero dovuto essere realtà già da molti anni.
Fa un certo effetto scoprire che, nel 2026, ci siano ancora frazioni senza una rete fognaria completa.
Lo stesso vale per l’acqua. Continuiamo a parlare di siccità, di cuneo salino e della necessità di nuovi invasi come se fossero problemi comparsi all’improvviso. In realtà li conosciamo da decenni.
Eppure, quando sono arrivati i fondi del PNRR, i progetti sulle opere più necessarie non ‘erano.
E poi resta il tema delle priorità.
Per l’aeroporto San Luca si trovano milioni di euro pubblici – si parla di circa 8 milioni, forse anche qualcosa in più – così come per demolire e ricostruire la scuola Manzoni, con un costo lievitato rispetto alle previsioni, o per il Palazzone ed il magazzino di Marrara e altri edifici sui quali sono stati investiti milioni di euro senza che sia ancora chiaro quale sarà il loro utilizzo.
Per le infrastrutture essenziali, invece, si arriva sempre dopo.
La responsabilità non è solo del Governo nazionale. La scarsa programmazione viene da lontano.
A livello locale, dopo sette anni di amministrazione Fabbri, era lecito aspettarsi “qualcosa” di
più. E invece, al di là dei tanti “proclami”, i problemi strutturali del territorio sono ancora tutti lì.
Gli “annunci” non sono mancati. I risultati, molto meno.
È mancata soprattutto una visione. Perché amministrare, in questo caso, significa arrivare preparati quando si presenta un’occasione, non rincorrerla a colpi di annunci “roboanti” quando è già passata.
Signori Amministratori, è questa la differenza tra inseguire le emergenze e amministrare davvero.

ferrara ultimo capoluogo

IL FUTURO DI FERRARA: TRA RESILIENZA E RILANCIO STRUTTURALE

Analisi economica, scadenze PNRR e proposte shock per uscire dall’isolamento e guidare la transizione ecologica.

1. Il quadro economico: un territorio a due velocità

Analizzare l’economia ferrarese oggi significa osservare un divario evidente rispetto al resto della regione. Se l’Emilia-Romagna si conferma locomotiva d’Italia (PIL 2025 a +0,6%, stime 2026 a +0,9% e disoccupazione ai minimi storici al 3,9%), la provincia di Ferrara si trova in una fase di transizione complessa. Il valore aggiunto provinciale cresce dello +0,5%, un dato positivo che dimostra una forte capacità di tenuta, ma che sconta storiche fragilità strutturali.

La manifattura, fortemente legata alla metalmeccanica leggera e al Petrolchimico, attraversa una fase delicata a causa dell’aumento dei costi energetici e dell’incertezza sui mercati esteri. Il comparto edile subisce la contrazione post-bonus (-1%) e l’agricoltura fa i conti con eventi meteo estremi e la risalita del cuneo salino. A tenere in piedi l’economia locale è il terziario: il turismo tiene alte le presenze in provincia, compensando la debolezza industriale.

Tuttavia, il mercato del lavoro riflette l’invecchiamento record del territorio (età media che sfiora i 50 anni). Se da un lato si registra un segnale positivo dalle aperture di imprese “under 35” (+109 nel primo trimestre), dall’altro Ferrara sconta un tasso di occupazione strutturalmente inferiore rispetto all’asse della Via Emilia.

2. Il “Countdown” PNRR e il bluff della chimica verde

Il 2026 rappresenta l’anno del countdown decisivo per i fondi europei. Sul territorio ferrarese insistono circa 1.531 progetti PNRR (oltre 106 milioni di euro gestiti dal solo capoluogo). La scadenza del 30 giugno 2026 per l’ultimazione dei lavori legati ai target europei è perentoria, pena la revoca dei finanziamenti.

Mentre nel comparto della mobilità e dell’edilizia scolastica i cantieri sono in chiusura (come i bus a idrogeno gestiti da TPER), la transizione industriale arranca. Il maxi-progetto della Hydrogen Valley presso l’ex distilleria Alceste (investimento da 50 milioni) è attualmente in pausa.

In questo contesto si inserisce la nostra battaglia politica per il “Polo Natta 2.0”. Presentato come mozione da La Comune di Ferrara per il rilancio del Petrolchimico attraverso investimenti sulla chimica verde, contratti di ricerca e Open Innovation (con focus sul riciclo avanzato dei polimeri, tra cui il Poliproprilene Copoliomero CAS 9010-79-1), il piano è stato purtroppo respinto dalla maggioranza in Consiglio Comunale, senza che venissero presentate alternative concrete. L’azione del Comune all’interno del polo industriale si limita oggi quasi esclusivamente al pur fondamentale progetto di riciclo delle acque reflue civili del depuratore Hera per scopi industriali. Un’opera di efficientamento, certo, ma non la rivoluzione industriale di cui Ferrara ha bisogno.

A questo si aggiunge lo stallo drammatico della Zona Logistica Semplificata (ZLS). Nonostante la Regione abbia inviato a Roma il piano strategico da anni, il DPCM attuativo nazionale è continuamente rinviato. Senza sgravi fiscali e credito d’imposta, le aziende locali non possono accedere ai benefici economici, lasciando l’asse stradale Ferrara-Mare privo di nuovi hub logistici.

3. Turismo pop e “mordi e fuggi” vs Modello Friburgo

Un altro nodo centrale del dibattito cittadino riguarda la natura del turismo. La costa (Comacchio e i Lidi) drena da sola oltre il 75% dei pernottamenti provinciali grazie al soggiorno balneare. Nel capoluogo, invece, la permanenza media si attesta appena tra 1,5 e 2 notti. Ferrara viene vissuta come meta di passaggio escursionistica (“mordi e fuggi”).

La strategia dell’attuale amministrazione è stata quella di puntare sugli “grandi eventi di sistema” a ritmo continuo (Ferrara Summer Festival, concerti in piazza, Incendio del Castello) per generare picchi artificiali di occupazione alberghiera e dare ossigeno immediato a bar e ristoranti. Come La Comune di Ferrara, evidenziamo da tempo le criticità di questo modello: alti costi pubblici di gestione e sicurezza, pesanti disagi per i residenti del centro storico e, soprattutto, la creazione di un’occupazione intermittente, frammentata e precaria nel settore dei servizi e del catering.

La nostra alternativa guarda al Modello Friburgo. Negli anni ’70 la città tedesca (simile a Ferrara per dimensioni, mobilità ciclabile e forte presenza universitaria) rifiutò l’insediamento di una centrale nucleare a pochi chilometri dal centro per trasformarsi nel laboratorio vivente delle energie rinnovabili. Friburgo ha creato il cluster della Green Economy, ha progettato quartieri a energia zero (Vauban) e ha attirato un “turismo della sostenibilità” ad alto valore aggiunto (delegazioni, urbanisti, ricercatori), aumentando drasticamente la permanenza media. Ferrara può e deve fare lo stesso, legando Unife alla transizione ecologica e industriale.

4. Le Valli del Mezzano e la sfida energetica

Il dibattito sulla transizione si estende anche al destino della Bonifica del Mezzano (18.000 ettari), un’area sotto il livello del mare definita da molti economisti un “fallimento ambientale” novecentesco. Oggi l’agricoltura tradizionale nel Mezzano sopravvive quasi esclusivamente grazie ai sussidi europei PAC e soffre l’ingressione salina, oltre a costare enormi quote di energia pubblica per l’azione continua delle idrovore del Consorzio di Bonifica.

Destinare l’area al fotovoltaico tradizionale a terra è però un azzardo impraticabile: il Mezzano è una Zona di Protezione Speciale (ZPS) per l’avifauna migratoria e l’effetto specchio dei pannelli provocherebbe disastri ecologici, ricevendo sistematici pareri negativi nelle VIA.

La vera strada sostenibile è l’Agrivoltaico Avanzato ad inseguimento mono-assiale. Sollevando i pannelli oltre i 2-3 metri da terra e distanziandoli, si permette il passaggio delle macchine agricole e si azzera l’impatto sull’avifauna. Questo modello consente di riconvertire i terreni compromessi dal sale verso colture officinali, apicoltura ed elicicoltura, garantendo una redditività integrata (energia + agricoltura di nicchia) e riducendo la dipendenza energetica nazionale (l’Italia dipende ancora dall’estero o dal fossile per il 64% della sua elettricità).

5. Le tre proposte shock de La Comune di Ferrara

Per rompere l’isolamento e unire le fratture interne della provincia (tra un Alto Ferrarese trainante e integrato nella meccatronica bolognese e un Basso Ferrarese in forte declino demografico), proponiamo tre azioni concrete a breve e lungo termine:

  1. Burocrazia Zero e Azzeramento Tasse Locali (Breve termine): Istituire uno Sportello Unico Speciale per l’Asse Ferrara-Mare in grado di rilasciare autorizzazioni industriali in massimo 30 giorni. Azzerare per 3 anni IMU e TARI per le imprese che investono nelle aree industriali dismesse, finanziando la misura tramite i dividendi delle partecipate (Hera, Ferrara Tua).
  2. Dal Turismo Pop al Piano “Smart Working Hub” (Breve termine): Lanciare il piano Ferrara Digital Cradle, stringendo accordi per offrire affitti a tariffe calmierate a nomadi digitali e lavoratori da remoto di Bologna e Milano, trasformando il turismo “rapido” in consumo strutturale e residenziale.
  3. Il Fondo “Ferrara Innovazione” per i Giovani (Lungo termine): Risolvere il “modello spugna” di Unife (che attira 27.000 studenti ma vede i laureati scappare subito dopo il titolo). Proponiamo un fondo di venture capital territoriale, alimentato dalle fondazioni bancarie e dalla ricchezza privata oggi immobile nei depositi (“paradosso del risparmio immobile”), per offrire finanziamenti a fondo perduto e spazi gratuiti per 5 anni alle startup dei neolaureati che scelgono di restare in provincia.

Solo superando la frammentazione dei singoli campanili e ponendo la transizione ecologica al centro dell’agenda politica, Ferrara potrà smettere di difendersi e iniziare a crescere.

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SVILUPPO ECONOMICO, LAVORO E QUALITA’ DELLA VITA

 

 

 

Grandi eventi, piccole paghe?

Ogni volta che una città ospita un grande evento, il dibattito pubblico si accende immediatamente attorno ai numeri.
Quanti turisti arriveranno.
Quanti alberghi saranno pieni.
Quanto aumenteranno gli incassi di bar, ristoranti e attività commerciali.
Quanta visibilità otterrà la città sui media nazionali e internazionali.

Il linguaggio è quasi sempre lo stesso: “indotto”, “attrattività”, “opportunità”, “rilancio del territorio”.
Parole che costruiscono un immaginario preciso, nel quale il grande evento viene raccontato come un motore economico capace di produrre benefici diffusi e quasi automatici.

Ed è vero che, almeno in parte, questi benefici esistono.
Sarebbe ingenuo negarlo.
I grandi eventi generano movimento, consumi, turismo, servizi, occupazione temporanea.
Il problema è che raramente ci si ferma a osservare come quella ricchezza venga distribuita e, soprattutto, su quale modello di lavoro si regga realmente l’intera macchina organizzativa.

Dietro le immagini delle piazze piene, dei concerti sold out e delle città trasformate in palcoscenici permanenti, esiste infatti una parte molto meno visibile: quella del lavoro occasionale, precario e spesso sottopagato che rende possibile l’evento stesso.

Turni lunghissimi, orari notturni, prestazioni concentrate in poche giornate ad altissima intensità, responsabilità elevate e compensi che in alcuni casi si aggirano attorno ai 4 ai 5 l’ora.
Cifre che, al netto della retorica sull’“opportunità di lavorare”, raccontano una realtà ben diversa da quella celebrata nelle conferenze stampa.

Ed è qui che emerge una contraddizione profonda.
Da un lato si parla continuamente di valorizzazione delle città, di sviluppo urbano, di crescita economica e di investimenti culturali.
Dall’altro, una parte significativa del lavoro che rende possibile tutto questo viene trattata come una semplice voce da comprimere nei costi organizzativi.

È come se l’evento fosse diventato così importante da giustificare qualunque sacrificio.
Anche quello della dignità del lavoro.
Il paradosso è evidente: più il grande evento viene raccontato come simbolo di modernità e innovazione urbana, più rischia di fondarsi su meccanismi economici antichi, basati sulla precarietà e sulla debolezza contrattuale di chi lavora dietro le quinte.

Eppure questa dimensione rimane quasi invisibile nel dibattito pubblico.
Perché il grande evento produce entusiasmo collettivo.
Produce orgoglio cittadino.
Produce consenso.
Per alcuni giorni la città si sente al centro del mondo, e questo effetto emotivo finisce spesso per neutralizzare qualsiasi riflessione critica sulle condizioni materiali che permettono quello spettacolo.

È la logica dell’eccezione.
Siccome il grande evento dura pochi giorni, allora tutto sembra temporaneamente accettabile: orari estremi, ritmi massacranti, compensi bassi, assenza di tutele adeguate.
L’eccezionalità dell’evento diventa una sorta di giustificazione implicita.

Ma quando una città costruisce la propria strategia economica e identitaria sulla continua successione di eventi, festival, concerti e grandi manifestazioni, l’eccezione smette di essere eccezione.
Diventa sistema.

Ed è forse questo il punto più interessante — e più preoccupante — della questione.
Molte città contemporanee, soprattutto quelle a forte vocazione turistica o culturale, stanno progressivamente trasformandosi in piattaforme esperienziali permanenti.
Spazi progettati per attrarre pubblico, generare flussi, produrre immagini condivisibili, alimentare la narrazione della città viva, dinamica, attrattiva.

In questo modello urbano il cittadino rischia lentamente di diventare secondario rispetto al visitatore.
E il lavoro rischia di essere considerato non per la sua qualità, ma soltanto per la sua funzionalità immediata all’evento.

Più che comunità stabili, si costruiscono comunità temporanee.
Più che relazioni durature, si organizzano esperienze intensive.
Più che economie territoriali solide, si incentivano economie intermittenti legate al calendario degli eventi.

Naturalmente il problema non è il concerto, il festival o la manifestazione in sé.
Il problema è il modello di sviluppo che si costruisce attorno a questi strumenti.

Perché una città che investe milioni nella propria immagine pubblica dovrebbe investire con la stessa forza anche nella qualità del lavoro che quella immagine contribuisce a produrre.

Altrimenti il rischio è evidente: città sempre più belle da raccontare, ma sempre più fragili da vivere.
Città capaci di attirare migliaia di persone per qualche giorno, ma incapaci di garantire stabilità e dignità economica a chi le rende funzionanti ogni giorno.

Per questo il dibattito sui grandi eventi non dovrebbe limitarsi ai numeri dell’indotto o alle presenze turistiche.
La domanda più importante è probabilmente un’altra:
che tipo di città stiamo costruendo quando l’attrattività diventa più importante della qualità del lavoro?

Dietro a tutto questo, alla fine, emerge anche un grande vuoto politico.
Una visione sempre più schiacciata sull’immediato, sull’urgenza del presente, sulla necessità di “far funzionare” continuamente qualcosa senza interrogarsi davvero sulla direzione che si sta prendendo.

I grandi eventi diventano così il simbolo perfetto di una società che vive alla giornata: intensa, spettacolare, continuamente accesa, ma spesso incapace di costruire prospettive durature per chi la sostiene concretamente.

Nel frattempo si soffoca lentamente anche un desiderio più profondo e intimo: quello delle persone di poter migliorare la propria posizione sociale attraverso il lavoro.
Perché quando il lavoro diventa intermittente, precario, sottopagato e privo di prospettiva, smette di essere uno strumento di emancipazione e si riduce a semplice sopravvivenza temporanea.

Ed è forse questa la contraddizione più amara del nostro tempo: città sempre più capaci di organizzare esperienze straordinarie, ma sempre meno capaci di offrire stabilità, riconoscimento e futuro a chi quelle esperienze le rende possibili.

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Due misure, una provincia

Il reddito disponibile delle famiglie si misura su due assi distinti: il livello (quanto si ha) e la dinamica (quanto cresce). Per Ferrara nel 2024 questi due assi puntano in direzioni opposte, e questa divergenza è la chiave di lettura dell’intera analisi.
Sul livello, Ferrara si colloca al 39° posto nazionale con 23.834 euro pro-capite — appena sopra la media italiana di 23.155 euro, quindi tecnicamente nella metà alta della classifica. Sul flusso, è al 100° posto su 107 province con una crescita di appena +1,15%, contro una media nazionale di circa +3% e una media regionale del +2,34%. Le due misure non si contraddicono: si completano.

Una ricchezza che non si rinnova

Che una provincia sia sopra la media nazionale per stock ma quasi all’ultimo posto per dinamica significa una cosa precisa: il territorio vive su una ricchezza accumulata nel passato che non si rinnova. Il reddito pro-capite ferrarese leggermente superiore alla media non è un segnale di vitalità — è la fotografia di un sistema che consuma ciò che ha senza produrne di nuovo.
Questa lettura ha una logica demografica precisa. Una provincia con popolazione anziana e componente elevata di redditi da pensione — che crescono per indicizzazione, non per produttività — può mantenere un pro-capite dignitoso nel breve periodo pur avendo un apparato economico stagnante. Il dato di flusso (+1,15%) è quello che misura la salute reale: lì Ferrara è in penultima fascia nazionale.
Va inoltre considerata la perdita di quattro posizioni nella classifica pro-capite in un solo anno: non è ancora caduta libera, ma la traiettoria è quella dell’erosione progressiva.

Il confronto regionale: Ferrara separata dall’Emilia

Il Tagliacarne certifica che l’Emilia-Romagna cresce mediamente del +2,34% — valore già non brillante nel quadro nazionale. Ma all’interno della regione la distanza di Ferrara è netta e strutturale:
• Modena: +2,57%
• Bologna: +2,23%
• Ravenna: +1,98%
• Ferrara: +1,15%
Ferrara non è leggermente indietro rispetto alle province sorelle: è su un piano diverso. Il gap con Ravenna — provincia contigua, con simile vocazione agricola e costiera — è di quasi un punto percentuale intero. Rispetto a Modena la crescita ferrarese è meno della metà. Non è un ritardo congiunturale: è una divaricazione strutturale in atto, che il confronto pluriennale con Bologna, Parma e Reggio Emilia — stabili nella top 6 nazionale dal 2021 — rende ancora più evidente.

La trappola della provincia-cerniera

Il Tagliacarne certifica che le città metropolitane hanno un reddito pro-capite superiore del 14% rispetto alle altre province, sostenuto da retribuzioni di quasi un terzo più alte. Ferrara non è né una città metropolitana né una provincia manifatturiera ad alta densità di valore aggiunto. Sta in mezzo: troppo periferica rispetto ai poli metropolitani (Bologna, Venezia) per beneficiare del loro effetto propulsivo; troppo spopolata e deindustrializzata per generare crescita endogena. Questa posizione spiega meglio di qualsiasi congiuntura la debolezza strutturale del flusso reddituale.
Una crescita del reddito sotto l’1,2% in un anno in cui il Mezzogiorno segna oltre il 3% significa che Ferrara non beneficia né dell’effetto-recupero del Sud né della tenuta produttiva del Nord-Est. È rimasta fuori da entrambe le narrazioni positive del 2024.

L’addizionale IRPEF: la variabile politica

Su questo quadro si innesta una decisione amministrativa di rilievo. Con delibera del Consiglio Comunale n. 15 del 24 febbraio 2025, il Comune di Ferrara ha approvato — con 19 voti favorevoli e 11 contrari — la modifica del regolamento sull’addizionale comunale IRPEF, introducendo un’aliquota unica dello 0,80% su tutti i redditi senza alcuna esenzione, vigente per il 2025 e per tutte le annualità successive.
La struttura precedente, in vigore fino al 2024, era progressiva per scaglioni:
• fino a €15.000: 0,60%
• €15.001–28.000: 0,70%
• €28.001–50.000: 0,75%
• oltre €50.000: 0,80%
Il passaggio alla flat rate produce effetti radicalmente diversi a seconda del reddito. Per i contribuenti con reddito fino a 15.000 euro l’aliquota aumenta di un terzo (+33%). Per la fascia 15.001–28.000 euro aumenta del 14%. Per la fascia 28.001–50.000 del 6,7%. Per i redditi oltre i 50.000 euro — che già pagavano lo 0,80% — non cambia nulla.
La motivazione ufficiale nella delibera è l’«incremento delle spese stimato in fase di redazione del bilancio di previsione 2025-2027» e la necessità di «perseguire gli equilibri di bilancio». Non viene quantificato il maggior gettito atteso né identificata la specifica voce di spesa coperta.

La risoluzione PD respinta: un elemento da approfondire

Il documento registra che il consigliere Nanni (PD) ha presentato una risoluzione (P.G. n. 32851/2025), allegata alla delibera come parte integrante, che è stata respinta con voto speculare: 19 contrari (la maggioranza), 11 favorevoli (l’opposizione). Il testo non è contenuto nel documento principale acquisito. La presentazione e la bocciatura di quella risoluzione indicano che l’opposizione ha tentato di condizionare la misura — presumibilmente per mantenere la progressività per scaglioni o introdurre soglie di esenzione per i redditi più bassi. Il contenuto della risoluzione n. 32851/2025 è un elemento documentale da acquisire.

La sintesi: un paradosso a due livelli

Ferrara è una provincia il cui reddito disponibile cresce quasi meno di chiunque altro in Italia (+1,15%, 100° posto su 107), in cui il potere d’acquisto reale delle famiglie si erode, e in cui la struttura economica non produce dinamismo sufficiente ad invertire la rotta.
In questo contesto, l’amministrazione comunale ha scelto di aumentare la pressione fiscale sulle fasce di reddito più basse e medie — le stesse su cui il Tagliacarne certifica la maggiore stagnazione — lasciando invariato il carico sui redditi più alti. Una scelta che, indipendentemente dalla sua necessità contabile, agisce in direzione opposta alla fragilità economica del territorio che governa.​​​​​​​​​​​​​​​​

Fonti:

Unioncamere–Centro Studi Tagliacarne (marzo 2026); Delibera CC n. 15 del 24/02/2025

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Neoliberismo e corporativismo: le contraddizioni di un modello economico e sociale

Tra mercato, pressione fiscale elevata, rendite e interventi settoriali: perché il sistema non riduce le disuguaglianze né sostiene la crescita

Il ruolo delle idee nelle scelte pubbliche
Si tende spesso a liquidare l’ideologia come un residuo del passato. Eppure, intesa come sistema di
valori, visioni del mondo e concezioni della società, continua a orientare profondamente le scelte
pubbliche.
Nessuna politica, neppure la cosiddetta ‘politica del fare’, è neutra: ogni decisione – dalla sanità
all’istruzione, dal lavoro al fisco – riflette una precisa idea di società e del rapporto tra Stato e
mercato, determinando come vengono distribuite risorse, opportunità e diritti.
Finanziare la sanità pubblica significa garantire a tutti l’accesso alle cure indipendentemente dal reddito; ridurre la spesa, al contrario, spinge verso un sistema privato in cui i servizi diventano progressivamente accessibili solo a chi può permetterseli.
In questo quadro, il neoliberismo non rappresenta un fenomeno del passato, ma un paradigma ancora influente, che continua a orientare le scelte pubbliche, affidando al mercato funzioni e responsabilità che dovrebbero essere collettive.

Gli effetti del modello neoliberista
Dagli anni ottanta si è affermato un modello neoliberista che ha progressivamente ridimensionato il ruolo dello Stato, affidando al mercato funzioni sempre più ampie.
Tuttavia, nei fatti, l’idea che la riduzione delle tasse favorisca la crescita economica e produca benefici per tutti, centrale nel paradigma neoliberista, non ha trovato conferme nei dati.
La ricchezza si è concentrata: una quota ristretta di famiglie detiene una parte significativa della ricchezza netta, mentre il valore si è progressivamente spostato dal lavoro alle rendite.
Tra il 2019 e il 2024, i salari reali hanno perso oltre il 10% del potere d’acquisto e il lavoro si è fatto più precario. Al tempo stesso, i servizi pubblici si sono indeboliti e il numero delle persone in povertà assoluta ha raggiunto livelli tra i più elevati degli ultimi decenni.
Il caso del gruppo HERA, attivo nei servizi idrici, energetici e ambientali, offre un esempio significativo delle trasformazioni in atto. Il passaggio a modelli di gestione più orientati al mercato e al profitto si è accompagnato a un aumento delle tariffe, a criticità sul piano degli investimenti e della qualità del servizio.
Allo stesso tempo, si è ridotta la capacità di indirizzo delle amministrazioni locali, che, riunite in un patto parasociale, restano pur sempre i principali azionisti del gruppo.
Emblematica è la crescita degli utili del gruppo, oltre il 65% tra il 2020 e il 2024; nello stesso periodo, è stato distribuito circa un miliardo di euro di dividendi agli azionisti.
Fenomeni analoghi, pur con modalità diverse, si riscontrano anche in altri ambiti dei servizi pubblici, come quelli scolastici, mense e biblioteche. In questi settori, l’esternalizzazione ha spesso comportato una maggiore precarizzazione del lavoro e una standardizzazione delle prestazioni, coneffetti sulla continuità e sulla qualità dei servizi.

Un equilibrio instabile: neoliberismo e corporativismo
Queste dinamiche generali trovano una declinazione specifica nel contesto italiano. Qui, il modello neoliberista assume caratteristiche peculiari e contraddittorie, espressione delle diverse culture politiche dei partiti di governo.
Da un lato, una matrice neo liberale che mira a ridurre il perimetro pubblico in nome dell’efficienza e della deregolamentazione; dall’altro, un approccio corporativo che interviene con misure settoriali a favore di specifiche categorie, senza rafforzare lo Stato sociale universale.
Il risultato è un sistema frammentato e contraddittorio: al richiamo al libero mercato si affiancano forme di protezionismo selettive, mentre alle promesse di riduzione fiscale corrisponde, nei fatti, un aumento della pressione complessiva.

Il nodo fiscale: struttura e squilibri del prelievo
È proprio sul terreno fiscale, non a caso, che queste contraddizioni emergono con maggiore evidenza.
Nel 2025, la pressione fiscale complessiva ha raggiunto il 43,1% del PIL, il livello più alto dal 2014: un dato in contrasto con la narrazione della riduzione delle tasse e con la retorica del ‘meno tasse per tutti’.
Il problema, tuttavia, non riguarda solo il livello del prelievo, ma anche la sua distribuzione.
Negli anni, la progressività del sistema si è indebolita, mentre si sono ampliati regimi agevolati – dalla flat tax alla cedolare secca sugli affitti, fino alla tassazione sulle rendite finanziarie – che hanno alleggerito il carico fiscale sui redditi più elevati senza generare gli effetti di crescita attesi.
Il peso del fisco continua invece a concentrarsi su lavoro dipendente e pensioni, oltre che su una parte significativa del sistema produttivo.
Da qui l’esigenza di intervenire non solo sul livello del prelievo, ma anche sulla sua struttura: su questo piano si inserisce il tema delle grandi ricchezze.
La revisione del catasto rappresenta un passaggio necessario per correggere il divario tra valori catastali e di mercato, oggi fonte di evidenti disparità.
Allo stesso modo, le imposte su successioni e donazioni potrebbero essere rese più progressive per i patrimoni più elevati, tenendo conto anche della posizione nell’asse ereditario, in linea con altri paesi europei.
Anche una forma di imposizione patrimoniale, limitata alle grandi ricchezze nette, può essere considerata uno strumento di riequilibrio, contribuendo al tempo stesso a semplificare l’attuale frammentazione delle micro imposte già presenti sul patrimonio.
In questa prospettiva, un sistema fiscale più equo, accompagnato da un contrasto strutturale all’evasione, consentirebbe di redistribuire il carico senza aumentare la pressione complessiva, rafforzando il reddito disponibile di lavoratori e famiglie e sostenendo in modo più solido la domanda interna e lo sviluppo economico e sociale.

Ridurre le disuguaglianze: il ruolo dell’intervento pubblico
Alla luce di quanto detto, in un’economia di mercato la questione non è solo ‘più o meno Stato’, ma quale Stato e con quale capacità di intervento.
Ci sono ambiti – come acqua, istruzione e sanità – in cui l’intervento pubblico non può essere considerato opzionale, perché solo in questo modo si garantisce un accesso realmente universale, non subordinato al reddito e alle logiche di mercato.
Per questo lo Stato non può limitarsi a svolgere un ruolo di osservatore neutrale: è chiamato a definire le regole e a garantire condizioni di accesso eque per tutti, prevenendo squilibri ed esclusione e assicurando servizi essenziali, oltre a tutelare il lavoro e contrastare la precarietà.
Senza questa azione, infatti, le disuguaglianze non solo persistono, ma tendono ad ampliarsi, limitando le opportunità di lavoro, istruzione e mobilità sociale.
Ridurle non significa opporsi al mercato, ma costruire un equilibrio tra crescita economica e giustizia sociale.
In conclusione, una fiscalità più equa e una redistribuzione efficace non sono un’opzione ideologica: rappresentano una condizione necessaria per una società più stabile, più inclusiva e capace di crescere.

La patrimoniale divide. Ma in una riforma può funzionare

Una tassa sulla ricchezza ha senso solo all’interno di una riforma che riduca la pressione fiscale, riequilibri il prelievo e renda il sistema più equo e semplice.

Il dibattito sulla patrimoniale in Italia continua a essere sbilanciato: molta attenzione, giustamente, al “perché” politico e molto meno — e a torto — al “come” tecnico e al modo in cui viene presentata. Anche in un recente incontro sul tema è emerso questo limite.

Più in generale, il confronto sulla tassazione della ricchezza tende a concentrarsi sulle singole misure, prima ancora di chiarire il disegno complessivo. Nei confronti pubblici, questa impostazione si traduce in un’attenzione quasi esclusiva alla patrimoniale, mentre resta sullo sfondo il tema più ampio della riforma fiscale e del riordino delle microimposte patrimoniali già esistenti.

Ne deriva una discussione interessante ma politicamente fragile, che fatica a coinvolgere davvero e a costruire consenso, anche tra chi — per condizioni economiche — avrebbe interesse a sostenerlo.

Se la patrimoniale viene presentata come misura isolata, rischia di essere percepita come un intervento punitivo, anziché come il punto di arrivo di una riorganizzazione razionale del prelievo.

Questo ordine non è neutro: orienta la percezione e finisce per condizionare l’esito stesso del confronto.

Da dove partire: riequilibrare il sistema
Il sistema fiscale italiano non è più sostenibile così com’è. La pressione complessiva ha superato il 43% del PIL — un livello tra i più alti degli ultimi decenni — mentre il carico è distribuito in modo profondamente ingiusto, a vantaggio di rendite finanziarie e immobiliari.

A pagare di più sono sempre gli stessi: lavoratori dipendenti e pensionati, che versano oltre l’80% dell’IRPEF. Nel frattempo, ampie aree di ricchezza — tra evasione, rendite e grandi patrimoni — contribuiscono meno.

A livello locale, questa distorsione si è tradotta in un aumento progressivo di imposte e tariffe: addizionali IRPEF, IMU sugli immobili, imposta di soggiorno, servizi pubblici sempre più costosi.

È da qui che bisogna ripartire: recuperare risorse dall’evasione fiscale, ridurre la pressione fiscale e ristabilire equità nel prelievo, semplificando un impianto oggi troppo complesso.

Come intervenire: le leve di una riforma credibile
Serve una riforma fiscale che faccia scelte nette.

In estrema sintesi, in primo luogo, è necessario rafforzare in modo deciso il contrasto all’evasione fiscale, da accompagnare a una revisione del catasto che renda più aderenti alla realtà i valori “fiscali” degli immobili.

Allo stesso tempo, è necessario spostare il carico fiscale dalle categorie oggi più penalizzate — lavoro e pensioni — verso rendite finanziarie e grandi patrimoni.

Diventa poi fondamentale semplificare seriamente il sistema, riducendo la frammentazione e il numero di imposte che oggi lo rendono inefficiente e opaco.

Una riforma così non serve ad aumentare le tasse, ma a farle pagare in modo più giusto. È una scelta di equità, ma anche di crescita: perché un sistema fiscale più semplice e più equilibrato è la base per un’economia più dinamica.

Il ruolo della patrimoniale: uno strumento, non il punto di partenza
È proprio alla luce di queste direttrici che una patrimoniale sulla grande ricchezza acquista senso e coerenza.

Non come nuova tassa aggiuntiva e punitiva, ma come uno strumento di razionalizzazione, capace di riordinare e in parte sostituire i molti prelievi patrimoniali minori già esistenti.

Il punto non è “tassare di più”, ma tassare meno e meglio.

Il nodo tecnico: risorse e utilizzo
Le risorse per intervenire esistono.

Il tax gap in Italia resta elevato: anche un recupero parziale può produrre effetti rilevanti. A questo può affiancarsi una revisione del catasto, legata all’emersione degli immobili non dichiarati e all’aggiornamento delle rendite.

In questo contesto, una patrimoniale mirata sulle grandi ricchezze può contribuire a rafforzare il gettito senza aumentare la pressione complessiva.
Secondo diverse stime, con una soglia intorno ai 5 milioni di euro e aliquote progressive tra lo 0,5% e il 2%, il gettito potrebbe collocarsi nell’ordine di alcune decine di miliardi annui.

Si tratta di risorse significative, che rendono possibile intervenire in modo selettivo.

La questione decisiva è collegarle in modo trasparente agli utilizzi.

Le direttrici sono chiare: ridurre il carico fiscale su lavoro e pensioni; rafforzare i servizi pubblici essenziali, a partire dalla sanità; sostenere gli investimenti in istruzione, ricerca e innovazione.

Il punto è rendere evidente che non si tratta di nuove tasse, ma di una redistribuzione più equa del prelievo.

Il metodo: rigore, coerenza, chiarezza
Una proposta di questo tipo richiede rigore e solidità tecnica.

La revisione del catasto, la definizione delle soglie di esenzione e la struttura delle aliquote sono nodi complessi che non possono essere affrontati solo sul piano politico.

Serve però anche chiarezza di metodo. Un progetto credibile richiede coerenza, obiettivi espliciti, strumenti tecnici solidi e una narrazione comprensibile, evitando frammentazioni e divisioni che finiscono per indebolire qualsiasi proposta di riforma.

Nel campo di chi è favorevole all’introduzione di una patrimoniale coesistono oggi molte proposte, tra loro diverse, con soglie di esenzione e aliquote anche molto differenti: una pluralità che rappresenta un punto di debolezza, perché rischia di indebolire il confronto e la credibilità complessiva.

Diventa quindi necessario costruire un’intesa sui punti essenziali e convergere su una ipotesi di riferimento, da approfondire nel merito tecnico e politico, per arrivare a una proposta condivisa e riconoscibile.

Il problema non è il se, ma il come
In conclusione, se presentata isolatamente e non inserita in una riforma complessiva, la patrimoniale resterà una misura divisiva e simbolica.

Il punto non è se introdurla, ma come: con quale coerenza, con quali obiettivi e all’interno di quale disegno complessivo di riequilibrio del sistema fiscale.

È in questo quadro che può diventare uno strumento credibile, capace di contribuire a una maggiore equità e a una distribuzione più equilibrata del prelievo.

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Tuttavia, come abbiamo ribadito in aula, l’efficienza tecnica non è una strategia industriale. Quel documento individua interventi necessari per la manutenzione del sito, ma non definisce alcun progetto industriale concreto per lo sviluppo produttivo dello stabilimento, né una visione di riconversione che garantisca la tenuta occupazionale nel lungo periodo. Mentre noi chiediamo “cosa” produrre per restare competitivi, la Giunta si limita a discutere di “come” gestire i tubi e l’energia.

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Trasparenza per 5.300 famiglie

Davanti alla delegazione sindacale presente in aula, i tentativi di attacco e le dichiarazioni approssimative della maggioranza sono apparsi come una mancanza di rispetto verso le circa 5.300 persone che dipendono dal Polo tra diretto e indotto.

Non basta sapere che “esistono dei tavoli”. La città deve sapere quali strategie si stanno discutendo e quale futuro si stia costruendo. Abbiamo proposto soluzioni concrete:

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Meloni e Trump: la guerra culturale che nasconde il lavoro povero – dal neoliberismo al neoprotezionismo (2)

Se il primo tratto distintivo del governo Meloni può essere letto in continuità con il reaganismo sul piano economico, il secondo va cercato altrove: nel trumpismo come stile politico e comunicativo.
Non si tratta di imitazione meccanica, ma di una convergenza profonda:
quando mancano risposte strutturali su lavoro, salari e disuguaglianze, la politica sposta il conflitto sul terreno dell’identità e della paura.

Governare come se si fosse ancora all’opposizione
Donald Trump ha costruito la propria forza politica raccontandosi come outsider, anche quando era presidente degli Stati Uniti.
Un meccanismo simile è oggi evidente anche in Italia.
Il governo Meloni:
– governa le istituzioni ma parla come se fosse ancora “contro il sistema”
– costruisce un nemico permanente: élite, sinistra, media, “ideologia”
Questo consente una doppia operazione:
– evitare il bilancio delle scelte concrete
– mantenere un clima di mobilitazione emotiva continua
La responsabilità di governo viene sospesa, il conflitto simbolico resta acceso.

La politica come guerra culturale permanente
Come nel trumpismo, anche nel melonismo:
– ogni tema diventa scontro morale
– ogni problema viene semplificato
– ogni mediazione viene delegittimata
Famiglia, immigrazione, sicurezza, genere non sono affrontati come questioni sociali complesse, ma come bandiere identitarie.
Il risultato è una politica che:
– divide invece di includere
– polarizza invece di risolvere
– parla di valori mentre tace sulle condizioni materiali di vita

Sicurezza e confini: risposte facili a problemi difficili
Trump prometteva muri. Meloni promette ordine.
In entrambi i casi, il messaggio è lo stesso: il disagio sociale non nasce da salari bassi, precarietà e disuguaglianze, ma da una minaccia esterna.
Immigrazione, marginalità, povertà diventano:
– problemi di sicurezza
– questioni di controllo
– oggetti di repressione
Così il conflitto sociale viene spostato dal piano economico a quello penale.

Continuità economica, rottura solo narrativa
Qui il parallelismo è decisivo.
Trump non ha mai rotto con il neoliberismo: ha tagliato le tasse ai più ricchi, ha deregolamentato, ha favorito grandi interessi economici
Non abbandona il capitalismo.Lo nazionalizza: non più il mercato come orizzonte neutro e universale, ma lo Stato come attore che entra nel conflitto globale.
I dazi tornano strumento strategico da giocarsi vis a vis
Il commercio internazionale diventa terreno di pressione geopolitica.
Le catene globali del valore non sono più considerate inevitabili, ma rinegoziabili.
Il mercato non è più neutrale.È una relazione di forza. E’ neoprotezionismo.

Il governo Meloni fa lo stesso, in forma più ordinata e compatibile con l’Unione Europea.
La rottura è tutta nel linguaggio:
– aggressivo, diretto, polarizzante: “popolo contro élite” “noi contro loro”
Ma sotto la superficie, il modello economico resta intatto.

Il lavoro scompare dal racconto
Mentre la politica urla, il lavoro scompare.
Nel dibattito pubblico:
– non si parla di salari bassi
– non si parla di lavoro povero
– non si parla di tempo di vita
– non si parla di precarietà come normalità
Il lavoro resta solo come:
– dovere morale
– strumento di disciplina
– criterio di merito
Non come diritto, non come fondamento della dignità.

Il tempo come grande assente
Il vero punto cieco del mix Trump–Meloni è il tempo delle persone.
Una politica che chiede flessibilità totale, paga poco, colpevolizza chi rallenta, pretende disponibilità continua, è una politica che consuma tempo di vita.
Tempo sottratto:
– alla famiglia
– alla partecipazione
– alla cura
– alla possibilità di scegliere
Ma di questo non si parla. Meglio discutere di identità che di orari, salari e fatica quotidiana.

Dividere per non redistribuire
La guerra culturale ha una funzione precisa: dividere per non redistribuire.
Quando le persone sono occupate a combattersi sul piano simbolico:
– non si parla di redistribuzione
– non si parla di diritti sociali
– non si parla di potere economico
Il conflitto viene spostato lateralmente, lontano dalle cause materiali del disagio.

Lavoro, tempo, dignità: ciò che resta fuori
Trump e Meloni condividono un tratto profondo: parlano al “popolo” ma non parlano del lavoro del popolo, parlano di valori ma non del tempo necessario per vivere quei valori
– Senza lavoro dignitoso non c’è autonomia.
– Senza tempo non c’è libertà.
– Senza dignità non c’è cittadinanza.
Ed è proprio questo che resta fuori dal racconto dominante.

Questo articolo fa parte di una serie su lavoro, tempo e dignità.
Perché una politica che non parla del tempo delle persone ha già scelto di non ascoltarle.

Aricoli della stessa serie già pubblicati:
Meloni e Reagan: quando l’ideologia viene prima della realtà – la nuova stagione neoliberista (1)