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La Comune di Ferrara | Femminile, Plurale, Partecipata

Tag: Partecipazione

La Comune di Ferrara al Sindaco: salviamo il mercato del lunedì nel centro di Ferrara

Spostare un mercato storico non è un semplice trasloco di bancarelle, ma una scelta che tocca la vita di lavoratori e cittadini.  Per questo, è necessario decidere insieme e non danneggiare un patrimonio comune.

Anna Zonari de La Comune di Ferrara presenta un’istanza al Sindaco sullo spostamento del mercato del lunedì di Ferrara.

Le considerazioni preliminari.

Perché i mercati sono importanti? Il commercio ambulante non è solo vendita di prodotti: è l’anima dei nostri centri storici. I mercati rendono la città più viva, sicura e accogliente, offrendo un servizio fondamentale soprattutto alle persone più anziane. Il mercato del lunedì a Ferrara, in particolare, è il più grande della provincia, dà lavoro a circa 300 persone ed è un pezzo fondamentale dell’identità della nostra città

Il settore è in crisi. Negli ultimi dieci anni, in Italia ha chiuso un’impresa ambulante su cinque; in Emilia-Romagna la situazione è ancora peggiore, con un calo del 30%
Quando i mercati spariscono, i centri città diventano più deserti, meno sicuri e meno attraenti per i turisti. A Ferrara, inoltre, ci sono già moltissimi grandi supermercati che rendono la vita difficile ai piccoli commercianti e agli ambulanti

I rischi dello spostamento in zona Acquedotto. L’idea di spostare il mercato in Piazza XXIV Maggio (zona Acquedotto) preoccupa per diversi motivi:

• Meno clienti e meno incassi: si allontanerebbe il mercato dalle zone dove la gente cammina abitualmente

• Più traffico: si creerebbero ingorghi in una zona già fragile

• Centro più debole: portare via il mercato significa indebolire il centro storico, andando contro l’idea di volerlo rilanciare

Esiste un’alternativa migliore

Gli operatori del mercato hanno già fatto una proposta concreta: spostare il mercato del lunedì dove si svolge già quello del venerdì.
Questa soluzione permetterebbe di rimanere in centro, garantendo visibilità e facilità di accesso.

Purtroppo, questa proposta non è stata ancora discussa seriamente e i cittadini non sono stati coinvolti nella decisione

Cosa chiediamo al Sindaco e alla Giunta:
1. Fermare subito il trasferimento fuori dal centro per non rischiare di far morire il mercato

2. Mantenere il mercato in centro riconoscendo quanto sia importante per l’economia e la vita sociale di Ferrara

3. Aprire un tavolo di confronto con gli ambulanti per valutare seriamente di usare l’area del mercato del venerdì

4. Ascoltare i cittadini prima di prendere decisioni che cambiano il volto della città

5. Creare un piano per proteggere il piccolo commercio cercando un equilibrio con la grande distribuzione

 

Mamdani ha bisogno delle assemblee popolari

Per mantenere le aspettative, il nuovo sindaco di New York deve affidarsi a organismi di base che sperimentano il governo condiviso, facciano da contrappeso alle élite e diano impulso a una nuova forma socialista di potere

Gabriel Hetland   Bhaskar Sunkara

Il trionfo elettorale di Zohran Mamdani ha rappresentato più di una semplice sorpresa fuori stagione. Ha confermato che la proposta politica socialista, se perseguita con disciplina, visione e forza, può avere un’ampia risonanza anche in una città nota per le sue radicate strutture di potere e i veti silenziosi dei ricchi. La campagna ha avuto successo non perché i newyorkesi siano diventati improvvisamente ideologi, ma perché Zohran si è dimostrato credibile, autentico e seriamente intenzionato a migliorare la vita delle persone. Gli elettori hanno risposto positivamente sia a un programma di accessibilità economica radicato nelle pressioni quotidiane, nei costi degli alloggi, dei trasporti pubblici, dell’assistenza all’infanzia e della spesa alimentare, che a un candidato di cui si fidavano e che lottava per loro.

Ma alla base della campagna c’è stato un messaggio di cambiamento. Non solo un cambiamento politico, ma nel modo in cui si fa politica e in cui i lavoratori si relazionano al potere in città. Questo secondo aspetto del messaggio è importante tanto quanto il primo. Garantire l’accessibilità economica senza modificare il rapporto tra cittadini e governo rischia di riprodurre uno schema familiare: un’amministrazione progressista bloccata da élite ostili, ostacoli procedurali e una base sociale che si mobilita ogni pochi anni per poi smobilitarsi una volta iniziato a governare.

Ecco perché Mamdani dovrebbe seriamente considerare l’idea di rendere le assemblee popolari un elemento chiave della sua strategia di governo. Perché senza rimodellare il rapporto tra governati e governo, la sua amministrazione non solo non manterrà la promessa specificamente socialista, ma farà fatica anche a mantenere quella progressista più ampia.

Le assemblee popolari come strumento di governo
L’accessibilità economica dovrebbe rimanere la parola chiave per ogni socialista di New York. Le preoccupazioni relative al costo della vita hanno mandato Zohran al potere, e la sua amministrazione sarà giudicata sulla base della sua capacità di produrre risultati su questa base. Ma il socialismo non può essere ridotto a una lista di politiche redistributive, per quanto necessarie.

In sostanza, il socialismo democratico è un progetto per costruire il potere della working class attraverso la lotta popolare, sia per ottenere riforme immediate sia per gettare le basi per una società che vada oltre il capitalismo. Mira non solo a migliorare gli standard di vita attraverso la redistribuzione e la previdenza pubblica, ma anche ad aumentare la capacità dei lavoratori e delle lavoratrici di plasmare collettivamente le decisioni che condizionano le loro vite. Questi due obiettivi sono inscindibili. I guadagni materiali rendono possibile la partecipazione politica, mentre il potere politico è ciò che consente di ottenere, difendere ed estendere tali guadagni.

Esiste anche un argomento a favore delle assemblee popolari, meno ambizioso ma altrettanto convincente: possono aiutare l’amministrazione Mamdani a governare.

Zohran Mamdani entrerà in carica scontrandosi con una fitta rete di resistenze istituzionali ed economiche. A New York, il potere non risiede solo nel Municipio. Viene esercitato attraverso i proprietari terrieri che possono ostacolare le politiche edilizie progressiste, attraverso interessi commerciali che condizionano gli investimenti e minacciano la fuga di capitali, attraverso un establishment politico abile nell’ostruzionismo procedurale e attraverso una struttura statale che limita l’autorità del sindaco.

Per superare i prevedibili ostacoli, Mamdani avrà bisogno di una base organizzata in grado di esercitare pressione oltre il ciclo elettorale, contestare i veti delle élite e spostare gli equilibri di potere attorno a battaglie politiche concrete. Le assemblee popolari offrono un modo per contribuire a costruire tale capacità, non come gesti simbolici, ma come istituzioni che collegano le priorità di governo all’azione collettiva nella città stessa.

In pratica, ciò significa creare spazi regolari e istituzionalizzati in cui le persone comuni partecipino alle decisioni che riguardano i loro quartieri e la loro vita quotidiana. Se ben organizzate, le assemblee possono rafforzare la vita associativa, costruire reti di partecipazione durature e contribuire a trasformare un sostegno elettorale episodico in un potere politico duraturo. Le assemblee e le riforme a esse collegate, legate a un più ampio progetto di governance di massa, possono apportare benefici materiali alle comunità della working class. La ricerca sulle istituzioni partecipative nelle città latinoamericane mostra che queste istituzioni possono riuscire ad attrarre una partecipazione di massa solo nella misura in cui apportano benefici reali che contano per la vita delle persone. Offrendo ai lavoratori, alle lavoratrici e ai poveri la possibilità di deliberare e fornire un contributo significativo alle decisioni che riguardano le loro vite, le assemblee popolari possono anche promuovere l’emancipazione politica della working class, un elemento chiave per qualsiasi visione di socialismo democratico.

Possono anche contribuire a generare consenso per politiche progressiste. La ricerca dimostra costantemente che le persone sono più propense ad accettare le decisioni, anche quelle con cui non sono d’accordo, quando ritengono che il processo sia stato equo, inclusivo e significativo. La partecipazione conta non solo per i risultati, ma anche per la legittimità. Il successo del recente evento The Mayor Is Listening, in cui Zohran ha incontrato per dodici ore i cittadini newyorkesi al Museum of the Moving Image, lo dimostra. L’evento, che ha generato notizie entusiasmanti, è stato progettato per dimostrare che Zohran non governerà alle spalle dei newyorkesi, ma dialogando con loro. Pur avendo avuto successo, questo esercizio è stato ovviamente limitato: Zohran ha ascoltato, ma non ha promesso nulla di più. Le assemblee popolari possono attingere all’energia e all’entusiasmo generati da questo evento e collegarli a un più ampio processo di governance di massa.

Vi sono inoltre crescenti prove del fatto che istituzioni partecipative ben progettate possano ridurre la polarizzazione e promuovere l’unità anche rispetto a questioni politicamente dense e controverse come il cambiamento climatico. Esperienze di deliberazione condivise possono superare le divisioni ideologiche e sociali, contrastando l’impasse che sempre più caratterizza sia le istituzioni statali che la società civile. E poiché le persone tendono a fidarsi delle informazioni provenienti dai propri pari più che dai politici, le assemblee possono anche fungere da canali credibili per la comunicazione, non solo per il processo decisionale. Un modo in cui ciò è avvenuto è stato attraverso assemblee di cittadini in grado di richiedere informazioni agli esperti, discusse e diffuse poi a un pubblico più ampio.

In breve, le assemblee popolari non sono una distrazione dal governo. Sono un modo di governare che rafforza il potere dell’amministrazione anziché indebolirlo.

Come potrebbero funzionare le assemblee

Non esiste un modello unico di assemblee popolari. Hanno assunto forme diverse in contesti diversi: bilancio partecipativo, consigli sanitari e consigli idrici in America Latina; consigli di quartiere e comitati di cittadini in Europa e Nord America; assemblee sul clima in Francia e altrove. I risultati sono stati molto diversi.

Il bilancio partecipativo è spesso citato come un caso di successo, e in luoghi come Porto Alegre, in Brasile, lo è stato davvero. Lì ha rimodellato le priorità di spesa, ampliato l’accesso ai servizi, promosso una cultura di partecipazione e responsabilità e offerto alle comunità operaie un modo efficace per ottenere risorse materiali significative come pavimentazione, lampioni e linee di autobus. Negli Stati uniti, al contrario, il bilancio partecipativo è stato in genere implementato su scala molto più ridotta, controllando solo una piccola parte dei bilanci comunali e producendo risultati molto più limitati.

La lezione non è che le assemblee non funzionano, ma che la progettazione è importante. Le istituzioni possono dare potere, ma anche frustrare. Piuttosto che insistere su una forma unica, ha più senso identificare un insieme di principi attraverso i quali le assemblee popolari possano rafforzare l’azione politica della working class e costruire capacità organizzative e di mobilitazione.

In primo luogo, le assemblee devono offrire alle persone comuni opportunità concrete e significative per influenzare le decisioni che plasmano le loro vite. La partecipazione senza influenza è una strada verso il cinismo. Se le assemblee vengono percepite come meramente simboliche, spazi di discussione privi di impatto tangibile su politiche o strategie, perderanno rapidamente credibilità.

In secondo luogo, le assemblee devono essere progettate per promuovere una deliberazione significativa. Questo non si limita a esprimere lamentele o a conteggiare le preferenze. Significa creare spazi strutturati in cui i partecipanti valutino i compromessi, ascoltino argomentazioni contrastanti e offrano argomenti per preferire una linea d’azione rispetto a un’altra. Creare spazi deliberativi è fondamentale non solo per ragioni strumentali, ma perché la deliberazione è il modo in cui le non-élite imparano a governarsi. Il dibattito e la deliberazione sono anche un mezzo fondamentale attraverso il quale le comunità della working class possono tessere l’unità superando le numerose divisioni – di razza, genere, lingua, origine nazionale, abilità e altro ancora – che le tengono separate.

Tuttavia, in assenza di una progettazione deliberata, le istituzioni partecipative tendono a riprodurre le divisioni e le disuguaglianze esistenti in termini di tempo, fiducia ed esperienza politica. Potrebbero, in altre parole, trasformarsi in un luogo di discussione per attivisti già esistenti. Questo rischio non rappresenta un ostacolo alle assemblee, ma richiede un’attenta strutturazione. La deliberazione richiede facilitazione, ordini del giorno chiari e percorsi decisionali definiti. Richiede inoltre attenzione all’accessibilità: orari e luoghi di incontro che si adattino agli orari di lavoro, servizi per l’infanzia e modalità che accolgano persone che non hanno familiarità con contesti politici formali.

È qui che la leadership politica diventa decisiva. Se le assemblee popolari vogliono andare oltre i confini già politicizzati e diventare veicoli per una più ampia partecipazione della classe, Zohran e la sua amministrazione dovranno avviare e guidare attivamente il processo. Ciò significa stabilire priorità chiare, segnalare che la partecipazione darà forma a decisioni concrete e integrare visibilmente i feedback delle assemblee nell’agenda di governo. Senza questo tipo di leadership, gli spazi partecipativi tendono a concentrarsi su chi è già a suo agio nella politica.

A New York, le assemblee dovrebbero essere organizzate su due livelli principali. Le assemblee di quartiere potrebbero riunirsi una volta al mese nelle scuole, nelle biblioteche o nei centri comunitari della New York City Housing Authority. Queste assemblee sarebbero legate a questioni concrete come l’edilizia abitativa, i trasporti pubblici e la sicurezza della comunità in un’area definita e si gioverebbero del personale comunale competente. Le assemblee a livello di distretto potrebbero riunirsi trimestralmente per discutere e classificare priorità più ampie, in particolare in relazione a bilanci e grandi progetti. Ogni ciclo annuale di assemblea si concluderebbe con un chiaro punto decisionale (ad esempio, le priorità) che confluirebbe nelle scadenze pubblicate e nelle proposte di bilancio.

Per funzionare, le assemblee necessitano di traduzione garantita, assistenza all’infanzia, stipendi per i facilitatori e personale fisso. I calendari delle assemblee dovrebbero essere sincronizzati con i cicli decisionali esistenti, come i bilanci statali e comunali, in modo che diventino una sorta di porta d’ingresso al vero potere istituzionale, finché le strutture partecipative cittadine non saranno allineate alla proposta più ampia qui delineata. Le assemblee dovrebbero essere collegate a un più ampio progetto di governance di massa che includa progetti avviati dal Municipio, campagne di bilancio e di raccolta dati, supporto al volontariato di massa (ad esempio, un corpo di volontari sostenuto dalla città) e riorganizzazione delle strutture, delle istituzioni e dei processi statali esistenti in un quadro coerente e rafforzato.

Ci sono, inevitabilmente, dei compromessi da fare: tra assemblee di quartiere e assemblee tematiche, tra autorità consultiva e vincolante, tra formati in presenza e ibridi. Queste scelte dovrebbero essere guidate dall’obiettivo più ampio di rafforzare l’azione della working class  e costruire una base sociale in grado di sostenere le riforme.

Democrazia dentro e fuori lo Stato

Queste domande non sono nuove. Scrivendo negli anni Settanta, il teorico marxista Nicos Poulantzas avvertiva che sia la socialdemocrazia sia il socialismo di Stato di stampo sovietico condividevano una sfiducia nell’iniziativa di massa. L’una voleva gestire il capitalismo dall’alto nell’interesse dei lavoratori, l’altro sopprimeva il pluralismo in nome della volontà popolare. L’alternativa da lui delineata era una strategia di doppia democratizzazione: trasformare le istituzioni rappresentative e contemporaneamente espandere forme di democrazia diretta al di fuori dello Stato.

Non si trattava di un rifiuto delle elezioni o del governo rappresentativo, ma di un modo per approfondirli. La democrazia rappresentativa, in quest’ottica, è rafforzata, non minata, da una cittadinanza organizzata capace di esercitare pressione, generare idee e responsabilizzare i leader. Un simile movimento diventa un baluardo sia contro la stagnazione tecnocratica che contro la reazione autoritaria.

Questa visione rimane convincente. Governare dal municipio senza un movimento di potere rischia di scivolare in una forma tecnocratica di socialdemocrazia che produce guadagni incrementali lasciando intatti i rapporti di potere di fondo. Dopotutto, siamo stati fortunati a eleggere qualcuno che non rappresenta una seconda versione di Bill de Blasio, bensì un socialista già familiare con idee democratiche radicali, ma che è anche profondamente consapevole dei limiti della politicizzazione che ha finora scatenato e dell’urgente necessità di trasformare quell’energia in un cambiamento istituzionale duraturo.

Partendo da dove siamo

La forza elettorale di Zohran Mamdani supera di gran lunga la forza organizzata della classe lavoratrice cittadina. La maggior parte delle persone ha già molti impoegni, è scettica e non abituata a una partecipazione politica continuativa. È proprio per questo che le assemblee popolari sono importanti. Possono fungere da ponte tra il sostegno elettorale e un’organizzazione duratura. Le assemblee di quartiere e di distretto, legate a questioni concrete di accessibilità economica, possono avvicinare le persone al programma che ha portato Zohran alla carica di sindaco, dare loro un ruolo nel plasmarlo e consentire loro di considerarsi attori politici piuttosto che semplici elettori.

In questo senso, le assemblee non sono semplicemente un modo per canalizzare un movimento già esistente. Sono un modo per contribuire a costruirne uno. Offrono un mezzo per tradurre l’entusiasmo elettorale in una capacità democratica duratura, per creare, dall’alto, le condizioni per una partecipazione dal basso che non esiste ancora su larga scala.

A Zohran Mamdani è stata data una rara opportunità. Può trattare l’entusiasmo popolare come una risorsa temporanea da spendere o investirlo come fondamento di un nuovo tipo di politica. Le assemblee non sono una panacea. Ma senza istituzioni che espandano l’azione politica insieme alle riforme materiali, la promessa di questo momento sarà più difficile da realizzare e più facile da disfare.

Se il socialismo democratico deve significare più di una semplice amministrazione progressista, deve trovare espressione istituzionale. A New York, questo dovrebbe iniziare dando alla gente comune un posto effettivo al tavolo delle trattative e il potere di plasmare il futuro.

 

 

*Gabriel Hetland è professore associato di studi latinoamericani, caraibici e latinx presso la SUNY Albany e autore di Democracy on the Ground: Local Politics in Latin America’s Left Turn (2023).

Bhaskar Sunkara è il fondatore e direttore di  Jacobin , il presidente della rivista Nation e l’autore di The Socialist Manifesto: The Case for Radical Politics in an Era of Extreme Inequality.

La Comune di Ferrara al Sindaco: a che punto siamo con il progetto “Albero di Quartiere”?

La consigliera Anna Zonari chiede un aggiornamento sul progetto di forestazione urbana denominato “Albero di Quartiere”, lanciato il 9 giugno 2025 per promuovere la partecipazione attiva dei cittadini nella segnalazione di aree idonee per nuove piantumazioni  come un invito a collaborare per avere una Ferrara più verde.

Piantare alberi in più significa avere aria pulita, ombra durante l’estate e contribuire a un senso di comunità nei quartieri.

Il piano prevede che i cittadini segnalino le aree verdi e che i tecnici comunali le valutino per poi piantare gli alberi in inverno

Tuttavia, affinché questo progetto partecipato riesca davvero e i cittadini non si disaffezionino, è fondamentale essere trasparenti.
Serve una comunicazione chiara, tempi certi e un percorso definito, in modo che chi ha fatto una proposta sappia che fine ha fatto

Per questo, chiediamo gentilmente di aggiornarci sui seguenti punti:

1. Quante segnalazioni di aree verdi sono arrivate dai cittadini?

2. Quante di queste sono state considerate idonee dai tecnici?

3. Quante piante verranno messe a dimora effettivamente e con quali tempistiche precise?

4. Quali strumenti state usando o intendete usare per garantire che tutti i cittadini siano pienamente coinvolti?

 

IL WELFARE DI COMUNITÀ SI FA CON UN’AMMINISTRAZIONE CONDIVISA

IL WELFARE DI COMUNITÀ SI FA CON UN’AMMINISTRAZIONE CONDIVISA

In questa società, sempre più complessa e con un welfare pubblico in costante difficoltà, è urgente ripensare le politiche sociali in un’ottica di collaborazione e integrazione con tutte le realtà del territorio.

Se si pronuncia la parola ‘welfare’, infatti, è impossibile non collegarla alle associazioni di volontariato, di promozione sociale e al mondo del Terzo Settore. Sul territorio ferrarese sono fortunatamente presenti moltissimi volontari, dotati non soltanto di spirito altruistico ma anche di saperi e competenze necessarie per leggere e lavorare in questa realtà, sempre più multidimensionale e in continuo mutamento. 

Spetta all’Amministrazione indirizzare e decidere quali debbano essere il loro ruolo e la loro funzione, a seconda dei bisogni della comunità e a partire dalle cittadine e dai cittadini più fragili: partner alla pari e alleati fondamentali nella costruzione delle politiche sociali o semplici delegati che suppliscono alle carenze del sistema pubblico?

Oggi sentiamo parlare sempre più spesso di co-programmazione, co-progettazione e amministrazione condivisa. Ma cosa significano davvero?

Al di là dei tecnicismi, alla base c’è un concetto molto semplice: la comunità, unita, si prende cura di sé stessa. 

Il punto di osservazione di operatori/operatrici, volontari/volontarie delle associazioni, infatti, è privilegiato soprattutto per quanto riguarda le persone più vulnerabili, che rischiano di essere emarginate ed escluse dalla vita della comunità. Privilegiato perché essi  si trovano quotidianamente a contatto con l’altro, non soltanto con i suoi reali bisogni ma con le sue risorse (concetto fondante del welfare generativo è vedere ogni individuo in primis come portatore di risorse), con le sue aspirazioni di vita e con la sua storia. È come se, accanto alle istituzioni, operatori e operatrici, volontari e volontarie fossero chiamati a tutelare e ad attuare il principio di uguaglianza e autodeterminazione di tutti.

Ci piace immaginare che a Ferrara venga promosso un dialogo che riunisca volontari/e, operatori/operatrici sociali e Amministrazione per co-programmare e co-progettare, attraverso un confronto che individui e condivida, nel loro evolversi, le principali necessità di cittadine e cittadini, le strategie più adatte per dare risposta a tali necessità e le risorse che ciascun soggetto può mettere in campo, ognuno dal proprio punto di osservazione in un rapporto alla pari, basato sulla collaborazione e sul riconoscimento reciproco.

È di fondamentale importanza creare spazi in cui operatori, operatrici, volontari e volontarie possano portare il loro contributo, derivato dall’osservazione quotidiana, perché per promuovere progetti efficaci bisogna sapere come vivono i propri concittadini e quale sia il loro reale stato di salute e benessere.

Gli spazi di confronto e dialogo dovranno essere estesi a tutti gli attori sociali, così come alle altre Istituzioni pubbliche e al cosiddetto “mondo profit”, in quanto le politiche si costruiscono a partire dalle risorse già presenti sul territorio, connettendo e integrando i diversi mondi e abbandonando il modello ormai obsoleto e inadeguato dei “compartimenti stagni”, che non ci possiamo più permettere.

Al di là delle leggi e degli istituti giuridici, infatti, oggi siamo chiamati ad affrontare una grande sfida, perché ci viene chiesto di essere pionieri di una vera e propria rivoluzione culturale: una rivoluzione che ci chiede di allenare lo sguardo alla sostanza delle cose e non alla forma, nella consapevolezza che Ferrara è una comunità matura per poter prendersi cura di sé stessa. Ed è proprio questa consapevolezza che contraddistingue un territorio virtuoso, in grado cioè di individuare le risorse e di valorizzarle, creando rapporti e legami basati sulla fiducia affinché ciascuno e ciascuna di noi, pur nel rispetto dei ruoli diversi e delle diverse specificità, sia messo in grado di lavorare per il raggiungimento di un obiettivo comune, più grande della semplice somma dei singoli.

La Ferrara che desideriamo è una Ferrara in cui ogni singola persona si sente accolta, importante, vista nella propria specificità. Per poter essere davvero inclusiva, sarà la cultura sociale a dover mutare, adattandosi alle peculiarità delle persone, e non il contrario. Se l’Amministrazione Comunale non prende in considerazione questi fattori sostanziali, il numero delle persone in condizioni di fragilità e a rischio di esclusione da un modello di società performante, che pone paletti sempre più restrittivi e discriminanti tra “chi è dentro e chi è fuori”, certamente aumenterà.

 

Il Fallimento della Democrazia Partecipativa

Il contributo, “Si Fa Presto a Parlare di Partecipazione” di Una Cittadina ( molto ben informata ), mi sollecita ad aggiornare e ripubblicare qui alcune mie considerazioni sulla cosiddetta democrazia partecipativa.


Non fatevi ingannare dall’etimo, democrazia non è il governo del popolo, è infatti un rapporto tra governanti e governati dove il popolo, δῆμος, non governa, è governato; con però la possibilità di scegliersi i governanti e, come scrisse Popper, di cambiarli senza uso della violenza.
Premesso che di democrazia partecipativa e deliberativa se ne parla soprattutto da quando (anni’80 del XX secolo) emerse chiaramente la crisi delle democrazie rappresentative (aumento dell’assenteismo, sfiducia nelle istituzioni, movimenti/partiti personali o populisti [dietro il populismo si nasconde il monarca]) volevo qui analizzare perché, nonostante tutti gli strumenti di partecipazione previsti e programmati dalle attuali norme sovranazionali, nazionali o locali, nei fatti la democrazia partecipativa non funziona.
Per chi vuole saltare subito alla conclusione: la democrazia partecipativa non funziona perché siamo nell’era della audience democracy e della post-verità.
Cambiando punto di vista: la democrazia partecipativa potrebbe funzionare se da parte dei governanti ci fosse una reale disponibilità all’ascolto e se la cosiddetta “cittadinanza attiva” non fosse “scollegata” dalla cittadinanza “non attiva”.
Considerando:
• audience democracy – la democrazia del pubblico che assiste allo spettacolo della politica
• post-verità – circostanze nelle quali i fatti oggettivi sono meno influenti nell’orientare l’opinione pubblica di quanto lo siano gli appelli alle emozioni e alle convinzioni personali;
entrambi i fenomeni non sono altro che un ineluttabile sviluppo all’interno dei processi democratici in quella che è stata definita l’era della comunicazione.

Non molto tempo fa e da certe parti ancora oggi, se volevate impadronirvi del potere politico in un paese, era sufficiente controllare l’esercito e la polizia. Mao Tsé-Tung scriveva: “Il potere politico nasce dalla canna del fucile”. Oggi, in una società capitalista, dove l’informazione non è più uno strumento per produrre beni economici, ma è diventato esso stesso il principale dei beni, il potere politico è soprattutto in mano a chi controlla le comunicazioni. La definizione di “quarto potere” attribuita ai mezzi di comunicazione di massa per la loro influenza su un sistema democratico ha compiuto più di 250 anni. Venne formulata ben prima del film di Orson Wells. L’Italia ha insegnato al mondo che un imprenditore proprietario di televisioni e giornali, con un audience/pubblico enorme, può fondare dal nulla un suo partito/azienda e andare democraticamente al potere.
Ben prima dell’avvento di internet, 1964/68 in una critica alle tesi di Marshall McLuhan ( quello de: Il medium è il messaggio ) Umberto Eco ( quello de: I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività) faceva notare che non basta possedere o controllare i mezzi di comunicazione di massa, si deve anche utilizzare nel messaggio il codice di chi lo riceve. Insomma, usando le forti espressioni di Eco ,”Internet ha promosso lo scemo del villaggio a portatore di verità” tutte le volte che il suo messaggio utilizza il codice di chi lo riceve. Nella propaganda politica questo concetto di codice comune tra chi manda il messaggio e chi lo riceve può essere tradotto metaforicamente con: parlare alla testa o alla pancia della gente. La personalizzazione della politica e l’avvento dell’audience democracy ha spinto i governanti ad un contatto diretto/personale sui social media con il pubblico .
La campagna elettorale di Trump nel 2016 è stata fatta più su twitter che in Tv.
Valutando la presenza dei nostri amministratori locali su facebook ho trovato che Alan Fabbri, sindaco di Ferrara, ha 121.218 follower. Indipendentemente dal fatto che su facebook con una buona agenzia di web-marketing e un minimo investimento sia facile raccogliere qualche migliaio di follower questo dato rappresenta il fatto che in ogni momento il sindaco di Ferrara può raccontare la sua verità a più o meno 120.000 persone; una diffusione maggiore di quella con qualunque testata giornalistica locale. Conoscendo i grandi limiti di facebook ( io ad esempio per anni non ho consultato la mia pagina ) i follower non rappresentano certamente consenso elettorale, ma sono un potenziale pubblico che assiste allo spettacolo della politica (audience).
Cosa c’entra col fallimento della democrazia partecipativa?
Un fattore importante perché la democrazia partecipativa “funzioni” è la disponibilità all’ascolto dei governanti.

Ad esempio: una assemblea popolare che raccoglie si e no 200 cittadini, in massima parte appartenenti alla cosiddetta “cittadinanza attiva” , o per dirla come Umberto Eco, apocalittici, non è necessariamente rappresentativa dei desideri e bisogni della cittadinanza. I governanti attuali, novelli principi democratici, soppeseranno l’ascolto di queste istanze presentate da una sparuta cittadinanza attiva rispetto al ruolo schiacciante nella costruzione del consenso della demagogia, braccio politico della post-verità, vero e proprio canone del discorso politico che potenzialmente favorisce la volontà plebiscitaria.
Se come scrisse Luigi Bobbio “l’essenza della democrazia non consiste nella conta dei voti tra posizioni precostituite, secondo il principio di maggioranza, ma nella discussione fondata su argomenti tra tutti i soggetti coinvolti dal tema sul tappeto” la cosiddetta cittadinanza attiva non può arrogarsi il ruolo di rappresentante di tutti i soggetti coinvolti. E senza una discussione che coinvolga anche la cittadinanza “non attiva” il processo partecipativo parte zoppo.
Il problema non è solo nei nuovi canali di comunicazione che i demagoghi possono sfruttare. La televisione ha fatto una grande differenza nel modo in cui gli individui potevano connettersi agli elettori senza necessariamente aver bisogno dell’etichetta di un particolare partito politico o di una ideologia, ma i social media rendono ancora più facile per le figure che ambiscono al potere politico presentarsi direttamente al pubblico. La forza di questa comunicazione sta più che nel contenuto dei messaggi nella condivisione del codice di chi riceve il messaggio. E’ questo che, quasi sempre , manca nella comunicazione che fa la cosiddetta cittadinanza attiva, senza contare che spesso, con un atteggiamento autoreferenziale, neppure si preoccupa di comunicare a tutti i soggetti coinvolti le sue istanze, cercando il confronto diretto con i governanti prima ancora di aver coinvolto i cittadini. I governati sono sottoposti ad un bombardamento continuo di comunicazione politica: giornali, Tv, web e inevitabilmente sono portati a filtrare i contenuti in funzione del canale e del codice del messaggio. Gli esperti parlano di filtri epistemici, dove chi riceve il messaggio inevitabilmente è portato ad escludere canali e codici in cui non si riconosce. Per semplificare parlerei di pregiudizi. Insomma se il messaggio utilizza un canale o un codice “ambientalista” a priori se penso che gli ambientalisti sono dei fanatici imbecilli neppure ci provo a riceverlo. Lo stesso vale per codici “comunisti”, “fascisti”, “terrapiattisti”, “antivaccinisti”, “vaccinisti” ecc. ecc. Lo “scollegamento” tra cittadinanza attiva e cittadinanza non attiva è la seconda ragione, dopo la non disponibiltà all’ascolto dei governanti, dell’inevitabile fallimento della democrazia partecipativa. L’unica resistenza possibile, in un mondo dove “vince chi convince”, potrebbe essere in quella che Umberto Eco chiamò “guerriglia semiologica”, cioè una azione e comunicazione rivolta a chi riceve il messaggio politico adeguandosi al canale e rispettandone il codice. Questo non comporta necessariamente disconoscere la propria identità politica o ideologica; ma queste battaglie si vincono non dove la comunicazione parte ma dove arriva.

Rodolfo Baraldini

Contaminatio

Ammetto che mi hanno ispirato, ho citato o spudoratamente copia-incollato, testi sull’argomento che qui per correttezza, e per chi volesse approfondire, elenco:

• Bobbio, Luigi – Dilemmi della democrazia partecipativa – Franco Angeli -2006
• Apocalittici e integrati: comunicazioni di massa e teorie della cultura di massa, Milano, Bompiani, 1964
• Filippo Ferrari e Sebastiano Moruzzi – Verità e Post-verità: Dall’indagine alla post-indagine, 1088press, Bologna – 2020
• Nadia Urbinati, Dalla democrazia dei partiti al plebiscito dell’audience, in “Parolechiave” 1/2012,
• Umberto Eco – L’ era della comunicazione. Dai giornali a Wikileaks – La nave di Teseo, 7 febbraio 2023
• Marshall McLuhan – Gli strumenti del comunicare, Il Saggiatore, 3 febbraio 2015
• Luigi Bobbio, Gianfranco Pomatto – Il coinvolgimento dei cittadini nelle scelte pubbliche, Meridiana, Nuove forme di democrazia – 2007
• Beus, Jos. – Audience Democracy: An Emerging Pattern in Postmodern Political Communication – 2011
• Bernard Manin – The Principles of Representative Government , Cambridge University Press – 1997
• N. Urbinati – Io, il popolo. Come il populismo trasforma la democrazia, Bologna, Il Mulino – 2020

Interpellanza su modalità e risultati della procedura di co-programmazione dei Piani di Zona 2025

Oggetto: Interpellanza su modalità e risultati della procedura di co-programmazione dei Piani di Zona 2025

Premesso che:

  • la Legge 328/2000 ha introdotto i Piani di Zona come strumenti fondamentali per integrare e coordinare le politiche sociali, favorendo la partecipazione degli enti del terzo settore;
  • il Codice del Terzo Settore (D.lgs. 117/2017), in particolare gli articoli 55 e 56, ha ridefinito i rapporti tra Pubblica Amministrazione ed enti di terzo settore, introducendo le procedure di co-programmazione e co-progettazione come strumenti di amministrazione condivisa, non più intesi come mera esternalizzazione di servizi ma come forme di collaborazione paritaria, volte a valorizzare il patrimonio di competenze ed esperienze degli enti stessi;
  • tali norme esplicitano lo sfondo valoriale che ispira il legislatore: una concezione di partecipazione fondata sul principio costituzionale di sussidiarietà, sull’uguaglianza sostanziale tra istituzioni e società civile organizzata, e sull’obiettivo di rendere le politiche sociali più efficaci, inclusive e radicate nei bisogni reali delle comunità;
  • la sentenza della Corte Costituzionale n. 131/2020 ha confermato questo approccio, qualificando la co-programmazione e la co-progettazione come “strumenti ordinari” di relazione tra Pubblica Amministrazione e Terzo Settore e non come eccezioni facoltative;

Ricordato che:

  • il processo di co-programmazione e co-progettazione, come delineato dal legislatore e ribadito dalla Corte Costituzionale, presuppone la partecipazione attiva e paritaria dei soggetti del terzo settore sin dalla fase preliminare di analisi e lettura condivisa dei bisogni sociali, che costituisce la base per definire le priorità di intervento;

Considerato che:

  • in data 18 luglio 2025 ha avviato la procedura di co-programmazione nell’ambito dei Piani di Zona 2025, pubblicando l’avviso pubblico sul sito e il termine per la domanda è stato fissato solo 10 giorni dopo (28 luglio); 
  • la procedura si è svolta attraverso un Google form strutturato come formulario di progetto, senza una preliminare analisi condivisa dei bisogni e senza adeguati spazi di confronto;
  • il percorso partecipativo è stato ridotto ad un incontro online di quattro ore, in data 30 luglio, con un’ora di plenaria e un’ora di tavoli tematici, senza facilitazioni, né possibilità di costruire sinergie tra gli enti di terzo settore e tra questi e la Pubblica Amministrazione;
  • la scelta di ridurre tale fase ad un periodo così limitato e ad una mera raccolta di schede progettuali, con un unico incontro, peraltro online, ha di fatto escluso la possibilità di un reale confronto, privando il percorso del suo significato sostanziale e svuotando la procedura del valore di strumento ordinario di amministrazione condivisa;
  • gli esiti sono stati comunicati ai partecipanti con una semplice tabella di progetti finanziati e non finanziati, senza alcun report di sintesi, criteri di valutazione, motivazioni o priorità programmatiche;
  • diversi enti hanno denunciato l’assenza di un reale processo di ascolto e di partecipazione, rilevando come le richieste di percorsi di confronto e di rete siano state ignorate.

Tutto ciò premesso, ricordato, considerato,

si interroga la Giunta e l’Assessora competente per sapere:

  1. Per quale motivo l’Amministrazione non abbia rispettato lo spirito e i principi di cui agli articoli 55 e 56 del Codice del Terzo Settore, riducendo la co-programmazione a una raccolta di brevi schede, senza reale analisi dei bisogni e confronto strutturato;
  2. Se l’Amministrazione ritenga compatibili le modalità adottate (formulari, incontro online limitato, mancanza di strumenti di facilitazione, tempi ridotti per tutto il processo definito “partecipativo”) con il modello di amministrazione condivisa voluto dal legislatore e ribadito dalla Corte Costituzionale;
  3. Quali iniziative intenda assumere per garantire, in futuro, che i processi di co-programmazione e co-progettazione siano realmente partecipativi, inclusivi, trasparenti ed efficaci, valorizzando il ruolo degli enti di terzo settore come soggetti attivi e non meri esecutori di servizi.

 

La risposta dell’assessora Coletti del 09/10/2025

 

SI FA PRESTO A PARLARE DI PARTECIPAZIONE

Nel mese di luglio 2025 il comune di Ferrara ha aperto una procedura di co-programmazione rivolta agli enti di terzo settore nell’ambito dei piani di zona, ovvero strumenti di programmazione dell’Ente locale introdotti dalla legge 328/2000 al fine di integrare e coordinare le politiche sociali, mettendo in rete le risorse di diversi attori.
In particolare, un procedimento di co-programmazione è funzionale per evidenziare i bisogni delle persone in condizione di vulnerabilità, rilevate dai diversi osservatori e per definire insieme gli ambiti prioritari sui quali concentrare strategie e politiche sociali, condividendo le risorse possedute per poter dare risposta ai quei bisogni.

Successivamente a questa prima fase, si può poi avviare un secondo momento di vera e propria co-progettazione nella quale pubblico e privato sociale, grazie alla lettura del contesto derivante dal primo procedimento, possono coordinare congiuntamente dei progetti che siano da un lato efficaci nel favorire il benessere sociale e dall’altro che garantiscano un uso intelligente delle
risorse e del denaro pubblico, evitando sprechi. Infatti, questi strumenti dovrebbero essere la normale forma del dialogo e della collaborazione tra amministrazione e terzo settore e non qualcosa di facoltativo ad appannaggio di alcuni, come ben sottolinea la sentenza della corte costituzionale 131/2020, evidenziando il legame diretto con l’attuazione del principio di sussidiarietà.

In estrema sintesi questo è il percorso ideale immaginato dai legislatori ma, come spesso accadde, la realtà e la libera interpretazione aprono la strada a diverse prassi piò o meno “fantasiose”.
Questo accade perché alla base di questi strumenti vi è la logica che sottende al concetto stesso di partecipazione, ovvero una chiara volontà politica ed un fine rivolto al benessere sociale.
Volontarie, volontari, operatori sociali, associazioni e cooperative, con il loro patrimonio di conoscenze, esperienze e saperi, sono alla pari di un’amministrazione comunale e meritano di essere ascoltati come soggetti attivi nella pianificazione delle politiche? O sono piuttosto strumenti passivi da utilizzare in ottica strumentale per colmare le lacune di un welfare sempre più
malconcio?

Ed ora, dopo questa premessa, viene naturale riflettere ed interrogarsi sul caso specifico del comune di Ferrara.
Per poter partecipare al procedimento, è stato necessario compilare un google form strutturato come un formulario di progetto con azioni, obiettivi e costo e, già qui, in un dialogo immaginario con un ipotetico interlocutore, quest’ultimo sobbalzerebbe chiedendo: “Progetto? Ma come progetto? E tutta quella parte sull’analisi dei bisogni e sul confronto e condivisione?

Ma procediamo nel nostro racconto. Con il beneficio del dubbio, si poteva ipotizzare che fosse solo un modo preliminare affinché il comune raccogliesse elementi conoscitivi sui partecipanti al procedimento, che è stato immaginato con lo svolgimento di un programma online di una giornata, per la durata totale di quattro ore: un’ora di plenaria con l’analisi del contesto, ed un’ora per i rispettivi tavoli suddivisi per macro ambiti (minori, disabilità e grave emarginazione adulta/povertà).
Purtroppo, il google form strutturato come formulario, ha creato confusione, portando molti dei partecipanti a poter selezionare un solo ambito di intervento, avendo un solo progetto da presentare e non tre e, la conseguenza, è stata una mail contenente il link relativo per la partecipazione in plenaria e al solo tavolo dell’ambito indicato.
“Scusa, come mai questa scelta? E se una persona è in condizione di fragilità socio economica non può avere figli minori e/o disabilità in famiglia? Un disabile non può essere minore e avere un genitore in difficoltà economica perché ha perso il lavoro?” Queste domande legittime, poste sempre dal nostro interlocutore immaginario, dovremmo girarle all’assessora Coletti per conoscere la ratio di tale scelta perché, ahimè, noi non siamo in grado di immaginare una possibile risposta dal momento che crediamo che le persone non siano categorizzabili superficialmente con delle etichette e che le politiche vadano sempre più integrate anziché separate.

Ma è solo entrando nel vivo della giornata che si è percepita la chiara intenzione politica di non favorire la partecipazione e di ridurre il tutto ad una farsa.
La fase di analisi del contesto in plenaria, infatti, non è servita all’ascolto dei volontari e degli operatori (come alcuni ingenuamente immaginavano) ma alla proiezione di alcuni dati esposti, ricavati dall’indagine istat e dei fondi disponibili, evidenziandone i tagli. I dati, inoltre, si sono mostrati lacunosi.
Quante persone e famiglie, ad oggi, sono in carico ad Asp? Quanti disabili sono seguiti in percorsi sanitari dell’azienda Ausl? Quanti sono gli adulti in situazione di grave emarginazione che dormono e vivono nelle piazze e negli stabilimenti abbandonati nel nostro
comune? Qual è la percentuale di minori a rischio devianza sul nostro territorio? Queste sono solo alcune delle domande che potrebbero guidare un’indagine ed un’analisi dei dati che porterebbe ad una lettura più accurata e precisa del contesto.
Anche le tre riunioni sui singoli tavoli non si sono svolte in modo differente nella sostanza.
Nell’ora ipotizzata, infatti, le diverse associazioni e cooperative hanno sinteticamente esposto il progetto presentato senza che vi fosse una facilitazione in grado di evidenziare punti di contatto, possibili collaborazioni e sinergie, nonostante la richiesta sia emersa in modo esplicito. Numerosi partecipanti, infatti, hanno proposto di iniziare dei percorsi, coordinati dal comune, che favoriscano
conoscenza, condivisione e riflessione al fine di poter creare davvero una rete del terzo settore riconosciuta per la propria competenza e per i molteplici ruoli fondamentali che svolge: da quelli più evidenti di affiancamento e sostegno della popolazione più vulnerabile, a quelli più sottili (ma di certo non meno importanti) di tenuta e rafforzamento della coesione sociale e di costruzione di una
cultura della solidarietà che veicoli valori essenziali per la nostra società. Queste richieste, però, sono rimaste inascoltate e sono state liquidate con poche parole chiudendo, di fatto, al dialogo ed alla possibilità di recepire ed attuare dei percorsi di partecipazione e lasciando, così, trasparire la reale visione politica dell’amministrazione.

La conferma di questo, infatti, è arrivata a fine agosto quando è stata inviata ai partecipanti una mail contente l’esito del percorso di co-programmazione. Ovvero una semplice tabella contente il nome dell’ente, l’ambito individuato, il nome del progetto e, se concesso, il contributo che il Comune darà a tale progetto. Niente report, criteri dettagliati, motivazioni, priorità d’intervento,
linee programmatiche.
Assessora Coletti, è questa l’idea di partecipazione che lei e i suoi colleghi avete in mente? Non sarebbe più onesto chiamare con altri nomi momenti come questo, anziché ridurre la co-programmazione a mera etichetta svuotata del proprio significato? Può assumersi la responsabilità politica di dare delle risposte chiare alle richieste dei volontari e degli operatori sociali che lavorano
quotidianamente per il benessere della collettività che lei rappresenta?
Gli attivisti de La Comune di Ferrara credono fortemente nel valore e nella promozione della partecipazione e, per questo motivo, non possiamo che esigere una chiara presa di posizione politica. Vogliamo davvero iniziare a fare partecipazione, accogliendo le richieste della società civile e del terzo settore? Altrimenti si abbia il coraggio di rispondere di no, assumendosene la responsabilità politica. Sarebbe sicuramente una dimostrazione di rispetto e di onestà intellettuale.

La Comune di Ferrara: “Risposta su Regolamento Beni Comuni non chiarisce come sostenere le iniziative autonome dei cittadini dopo la soppressione dell’Urban Center”

Il Gruppo Consiliare La Comune di Ferrara prende atto della risposta fornita dall’Assessora Scaramagli alla propria interrogazione riguardante le procedure per l’attuazione del “Regolamento comunale per la partecipazione nel governo e nella cura dei beni comuni”, a seguito della soppressione dell’Urban Center.

Riconosciamo il valore delle iniziative menzionate nella risposta, quali la partecipazione a progetti europei gestiti dall’Unità Operativa Progetti Europei e i progetti del Settore Istruzione come “Scuole come Beni Comuni”. Queste iniziative dimostrano l’impegno dell’Amministrazione a promuovere la partecipazione attiva dei cittadini in specifici progetti e tramite processi partecipativi strutturati gestiti direttamente dall’Amministrazione e legati a finanziamenti esterni o a bandi.

Riteniamo tuttavia fondamentale sottolineare come esista una distinzione sostanziale tra la natura delle iniziative citate e l’approccio su cui si fondano il Regolamento comunale e la Carta dei Beni Comuni, oggetto dell’interrogazione da noi presentata.

In particolare, il Regolamento consente l’applicazione di quanto previsto dal quadro normativo di riferimento che richiama l'”autonoma iniziativa dei cittadini singoli e associati” per lo svolgimento di attività di interesse generale, sulla base del principio di sussidiarietà (Articolo 118, quarto comma, della Costituzione, ripreso dal TUEL e dal Codice del Terzo Settore).

La Carta dei Beni Comuni, definita come “la base e il fondamento per il Regolamento”, sottolinea come la cura “nasce da un sentimento spontaneo” e l’importanza di “lasciare al cittadino la necessità del venire a galla di un’istanza”. Il Regolamento stesso, ispirato a questi principi, è stato concepito per disciplinare e supportare iniziative che nascono “dal basso”, prevedendo diverse modalità attuative, incluse le “attività spontanee” e quelle che prendono avvio da una “Proposta di Patto di collaborazione” formulata dai cittadini.

Dalla risposta dell’Assessora, tuttavia, non emerge, a nostro avviso, in nessun punto, una chiara e diretta indicazione di come l’Amministrazione intenda garantire la continuità e le modalità di espletamento delle funzioni precedentemente attribuite all’Urban Center. Non viene chiarita quale sia l’attuale procedura unica e centralizzata per un cittadino o un comitato che desideri avviare un’iniziativa di cura o governo di un bene comune secondo il dettato del Regolamento del 2017.

Considerando che la cura dei beni comuni nasce dall’esperienza vissuta dai cittadini, che nella nostra città sono numerosi i comitati civici e i gruppi informali attivi, che sul sito del Comune di Ferrara compare ad oggi un solo Patto di collaborazione in essere, proponiamo di definire urgentemente un modello operativo e organizzativo stabile e accessibile che garantisca la piena funzionalità degli strumenti previsti dal Regolamento, un unico punto di riferimento chiaro e un adeguato supporto a tutte le comunità di pratiche.

L’Assessora elenca correttamente gli innumerevoli benefici derivanti dai processi partecipativi, tra cui la rilevazione dei bisogni della cittadinanza, il miglioramento delle decisioni, il rafforzamento della fiducia, la trasparenza, la promozione della cittadinanza attiva, la valorizzazione delle risorse locali, la rigenerazione urbana e la coesione sociale. Ci auguriamo pertanto voglia sostenere questa iniziativa.

 

La Comune di Ferrara al Sindaco: quali garanzie nelle procedure di partecipazione dei cittadini alla cura dei beni comuni?

Il Gruppo Consiliare La Comune di Ferrara ha presentato un’interrogazione al Sindaco e al Presidente del Consiglio Comunale riguardo alle procedure per l’esercizio delle funzioni partecipative relative alla cura dei beni comuni.

Questa richiesta fa seguito alla soppressione dell’Urban Center, precedentemente designato come struttura centrale per il coordinamento e la gestione di tali iniziative, come stabilito dal regolamento comunale 

L’interrogazione chiede chiarimenti su come l’amministrazione intenda ora garantire queste funzioni cruciali, inclusa l’interlocuzione con i cittadini, il supporto alle iniziative e la gestione degli strumenti online, e come informerà la cittadinanza sulle nuove modalità di partecipazione. Si sottolinea la necessità di assicurare la continuità dell’azione amministrativa nel promuovere l’impegno civico per la cura dei beni comuni.

In particolare il gruppo consiliare La Comune di Ferrara chiede come verranno portate avanti le attività previste dal “Regolamento comunale per la partecipazione nel governo e nella cura dei beni comuni” dopo che l’Urban Center è stato chiuso.

La premessa della domanda ricorda alcuni punti importanti:

  • La Costituzione italiana, all’articolo 118, quarto comma, dice che lo Stato riconosce e promuove l’iniziativa dei cittadini, sia singoli che associati, che si impegnano per attività di interesse generale, seguendo il principio di sussidiarietà
  • Il Testo Unico degli Enti Locali (TUEL) all’articolo 3, comma 5, stabilisce che i Comuni devono favorire la partecipazione dei cittadini e delle associazioni attraverso le regole stabilite nel loro statuto e nei regolamenti
  • Il Codice del Terzo Settore (D.Lgs. 117/2017) sottolinea come sia fondamentale l’impegno dei cittadini, da soli o in gruppo, per il bene comune e per una cittadinanza più attiva
  • Il Comune di Ferrara aveva approvato il “Regolamento comunale per la partecipazione nel governo e nella cura dei beni comuni” il 20 marzo 2017
  • Questo Regolamento, all’articolo 4, aveva identificato l’Urban Center di Ferrara come l’ufficio interno incaricato di coordinare e gestire le proposte e le iniziative relative agli articoli successivi
  • In pratica, l‘Urban Center era il punto di riferimento unico per i cittadini e le associazioni interessate a prendersi cura dei beni comuni
  • L’Urban Center svolgeva diversi compiti importanti per far funzionare il Regolamento, come ascoltare le persone, dare informazioni, analizzare i casi, aiutare le comunità, supportare la promozione delle iniziative, gestire gli strumenti online e coordinare un gruppo di lavoro chiamato “Beni comuni”
  • L’articolo 18 del Regolamento indicava che il sito internet dell’Urban Center di Ferrara, www.urbancenterferrara.it, era il canale online per condividere informazioni e creare una rete tra le diverse iniziative

Considerato che l’Urban Center del Comune di Ferrara è stato chiuso, La Comune di Ferrara chiede come verranno portate avanti le funzioni che prima svolgeva l’Urban Center, soprattutto per quanto riguarda l’applicazione del principio di sussidiarietà.

Nello specifico La Comune di Ferrara rivolge al Sindaco e all’Assessore competente le seguenti domande:

1. Qual è la nuova procedura decisa dal Comune per assicurare che vengano svolte le attività di coordinamento e gestione delle proposte per la cura dei beni comuni, che prima erano compito dell’Urban Center, in linea con il “Regolamento comunale per la partecipazione nel governo e nella cura dei beni comuni”?

2. In particolare, come verranno gestite le seguenti funzioni: essere l’unico punto di contatto per cittadini e gruppi, analizzare i casi e capire quali uffici comunali sono competenti, aiutare e fare da tramite tra le comunità, supportare la promozione delle iniziative, gestire gli strumenti online e coordinare il gruppo di lavoro “Beni comuni”?

3. Come intende fare il Comune per aiutare concretamente l’applicazione del Regolamento e sostenere le iniziative dei cittadini e dei gruppi che vogliono prendersi cura dei beni comuni, visto che non c’è più l’ufficio che prima facilitava, supportava e coordinava queste attività?

4. Quali azioni intende intraprendere il Comune per informare correttamente i cittadini sulle opportunità di partecipazione e sulle nuove procedure da seguire per avviare iniziative di cura dei beni comuni, in modo da garantire che l’amministrazione continui a lavorare in questo ambito?

La risposta dell’Assessora Scaramagli

Anna Zonari all’Assessora Scaramagli

Identikit di un sindaco: parola alle cittadine e ai cittadini

Come abbiamo scelto nel 2024 il nostro candidato sindaco? Certamente coinvolgendo i cittadini, ma anche cercando di interrompere la dinamica del toto-candidato che si era manifestata già durante l’estate del 2023. Malgrado l’intento dichiarato dalle opposizioni di procedere in modo partecipato, coinvolgendo i cittadini, la stampa locale rilanciava candidature che spuntavano nei modi e nei contesti più disparati.
Il testo che segue è il resoconto dell’assemblea del 23 settembre 2023. Abbiamo proposto a un gruppo di 100 cittadine/i di indicare le caratteristiche del sindaco ideale. Ne è uscito un identikit che è stato molto utile per i passi successivi.

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Le tue proposte

In data 18 maggio 2026, il Consiglio Comunale di Ferrara ha adottato la quasi totalità delle raccomandazioni elaborate dall’Assemblea cittadina per il clima, avviata un anno fa ai sensi dello Statuto Comunale. Le indicazioni elaborate dall’Assemblea sono state 199 e riguardano cinque ambiti: Alimentazione, Mobilità, Lavoro, Energia, Impegno per il cambiamento. Solo 16 delle raccomandazioni sono state rigettate dal Consiglio Comunale, il rifiuto è stato motivato con il fatto che tali proposte non sono in linea con progetti già in atto ai quali si rimanda. Con 19 proposte il Consiglio intende procedere alla modifica per una maggiore coerenza e integrazione con i piani pubblici coinvolti. Le restanti 164 raccomandazioni sono state accettate nella loro interezza e vanno direttamente a comporre il Contratto cittadino per il clima, strumento di cui il Comune si è dotato, sottoscritto da soggetti pubblici e privati, aziende e istituzioni, per coordinare e attuare politiche intersettoriali e azioni per la riduzione dell’80% delle emissioni della città di Ferrara entro il 2030. L’Assemblea cittadina è stata coordinata dal Ferrara Lab, il laboratorio dell’Università di Ferrara in collaborazione con il Comune di Ferrara e la Regione Emilia-Romagna. Hanno partecipato all’Assemblea cento cittadine e cittadini estratti a sorte e rappresentativi della popolazione ferrarese in termine di genere, età, istruzione. Il percorso è durato cinque mesi e si è composto complessivamente di otto incontri di mezza giornata, in una prima fase i cento cittadini hanno ascoltato esperti di diversi orientamenti, sono seguiti incontri con gruppi di interesse selezionati (comitati, associazioni, imprese,…) che hanno presentato il loro punto di vista e il confronto con altri liberi cittadini. Le deliberazioni finali dell’Assemblea sono state sintetizzate in un Report dal titolo “Qui ed Ora, la partita climatica si gioca in questo decennio”.