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La Comune di Ferrara | Femminile, Plurale, Partecipata

Tag: Palestina

VIAGGIO DI CONOSCENZA E SOLIDARIETA’ IN PALESTINA 11-21 settembre 2025

A seguito dell’intensa esperienza vissuta, grazie al viaggio proposto dall’associazione Assopace Palestina,  organizzato e  condotto dalla presidente  Luisa Morgantini, già  euro parlamentare Prc, e vice presidente del Parlamento europeo, attivista e fondatrice delle Donne in nero contro la guerra che ringrazio infinitamente, voglio condividere alcune impressioni che mi hanno colpita particolarmente e di seguito  considerare anche l’importanza delle  azioni  che dovremo mettere in atto a livello locale come cittadine e cittadini e come amministrazione per contribuire al riconoscimento dello Stato Palestinese  e il diritto all’autodeterminazione del suo popolo, a fermare la connivenza e complicità del nostro Governo con la politica genocida israeliana e rivendicare il rispetto del diritto internazionale.

Il viaggio, inizialmente programmato per fine maggio  di quest’anno era stato sospeso qualche settimana prima della partenza, la compagnia italiana  ITA aveva cancellato i voli per i mesi a venire, non c’erano altre compagnie se non quelle israeliane che volavano su   Tel Aviv. Solo l’11 settembre è stato possibile partire con un  volo della compagnia Royal Jordanian  atterrando ad Amman in Giordania. Lì, abbiamo attraversato il valico sul ponte di Allenby che è, anzi era,  l’unico passaggio concesso anche ai  palestinesi  per uscire  dalla Palestina e farne rientro via terra. Attualmente, dal 24 settembre a tempo indeterminato, l’attraversamento del Ponte di Allenby è limitato o impossibile per i palestinesi a causa della chiusura da parte di  Israele. Già prima della chiusura, il valico era aperto in base a particolari  orari, e  i palestinesi dovevano rispettare specifiche procedure e requisiti di sicurezza per attraversare da e verso la Giordania, spesso soggetti a restrizioni e  lunghi controlli. Peccato che  questa pratica di blocco del passaggio di qualsiasi mezzo fosse già stato messa in atto diversi giorni prima,  in seguito ad un attentato avvenuto il 18 settembre in cui erano stati uccisi due soldati israeliani da parte di un giordano, autista di un camion di aiuti umanitari.

La mancanza di informazioni chiare e trasparenti ha costretto anche il pullman su cui viaggiavo insieme alle altre  40 persone del gruppo a trovarci bloccati, senza comprendere la motivazione e la durata del fermo, sotto il sole, nel deserto, in una fila chilometrica fra pullman, auto e camion, al valico il  21 settembre, giorno programmato per lasciare la Cisgiordania e recarci all’ aeroporto di Amman per il rientro in Italia. Era l’alba, ma ben  decisi ad arrivare presto al confine per affrontare i lunghi controlli. Dopo il viaggio da Beit Sahour a est di Betlemme dove alloggiavamo e circa tre ore di attesa e dopo aver contattato un diplomatico, abbiamo dovuto cambiare programma, percorrere velocemente più di duecento chilometri lungo la Valle del Giordano per recarci  oltre l’ altro valico, il Sheikh Hussein Bridge piu a nord , con conseguente lunga fila, tempi biblici di attesa per i controlli, per il cambio di pullman, recupero bagagli ecc…ecc…. finché abbiamo perso il volo di ritorno..

Ma noi, occidentali, col nostro bel passaporto in mano e disponibilità economiche anche se non eccessive, potevamo comunque permetterci di pernottare in un comodo albergo e cercare un altro  volo  nei giorni seguenti. I palestinesi: No! Loro, in casi come questi, sono  costretti a rinunciare ai loro spostamenti: la loro vita è fatta di attese e  speranze,  rinunce e umiliazioni e non solo.

Da quasi 40 anni, l’instancabile “Pasionaria“ Luisa  Morgantini accompagna persone attiviste, politici, giornaliste e giornalisti a conoscere la dura realtà e l’orgoglio del popolo palestinese.

Negli ultimi due anni Assopace aveva dovuto rinunciare ai consueti ripetuti viaggi, prima, a causa del Covid e poi, dalla tragedia del 7 ottobre, pagata così duramente dal popolo palestinese e dalle vittime israeliane. Questa drammatica e sporca vicenda  ha scosso le coscienze di tanti e, anche se con ritardo, ha portato sempre più persone a unirsi a chi già da anni segue la questione palestinese, contrastando il complice e assordante silenzio  dell’Occidente  sul genocidio a Gaza…. e lo spietato e illegale piano coloniale finalizzato a espellere i palestinesi  dalla loro terra e occuparla per realizzare la Grande Israele, con un accanimento sistematico e violento perpetuato da più di 70 anni.

Colpisce vedere, durante i nostri spostamenti in Cisgiordania in pullman, vasti appezzamenti di terre e distese di percorso stradale segnalato  come proprietà  israeliana  con  centinaia e centinaia bandiere israeliane sventolanti fra i colori del deserto e la luce abbagliante di questi luoghi, fra pochi alberi e insediamenti dei coloni che sovrastano le cime delle colline. Un avamposto di coloni con i container che usano per occupare velocemente la postazione, a ridosso del villaggio, e la nuova strada che li raggiunge. Foto di Anna Rotolo

Un avamposto di coloni con i container che usano per occupare velocemente la postazione, a ridosso del villaggio, e la nuova strada che li raggiunge. Foto di Anna Rotolo 

 

Gli avamposti degli insediamenti israeliani appaiono in alture strategiche per il controllo delle valli e strade sottostanti. Inizialmente sotto forma di container o case prefabbricate, che diventano sempre più numerose in breve tempo, poi arrivano le ruspe e i caterpillar e l’autorizzazione del governo israeliano a costruire ( sul territorio palestinese): ed ecco case, luoghi di culto,  scuole, negozi, servizi e strade, anche di grande comunicazione, che  ovviamente sono vietate ai palestinesi con cartelli intimidatori.

Dopo il 7 ottobre ai coloni sono state distribuite armi e divise militari e le incursioni nei villaggi gli attacchi a contadini e pastori e alle loro greggi sono diventate quotidiani, mentre i soldati proteggono le loro incursioni e arrestano palestinesi.  Il disegno strategico è cacciare i palestinesi dalle terre coltivate ed impadronirsene; nei piccoli villaggi circondati da colonie al nord al sud della Cisgiordania e nella valle del Giordano le popolazioni hanno abbandonato  terra e case per  sfuggire alle pressioni e minacce di morte dei coloni; in altri  villaggi i coloni hanno distribuito volantini agli abitanti intimando loro di andarsene altrimenti gli avrebbero fatto fare la fine di Gaza. Per il diritto internazionale gli insediamenti israeliani nei territori occupati sono illegali, in alcuni casi lo sono anche per il diritto israeliano, ma per il governo é più importante impossessarsi delle terra e cacciare con la violenza  i beduini che vivono quelle terre, le loro terre  da due o tre generazioni. Le incursioni anche notturne sono frequenti e le azioni di esproprio anche non vengono fatte in forma pacifica ma con minacce e atti violenti di coloni armati, di cui si conoscono volti e nomi, che  invadono  con prepotenza le case, sfondando porte e finestre, terrorizzando donne, bambini,uomini, minacciando di fare arrivare l’esercito se i palestinesi mostrano un minimo di resistenza.

LA RESISTENZA DEI PALESTINESI.

In Cisgiordania, nelle colline a sud di Hebron, si trova Al-Tuwani, un villaggio palestinese abitato prevalentemente da pastori e agricoltori. La zona si trova in area “C”, termine che secondo gli Accordi di Oslo del 1993, designa il controllo sia militare che civile/amministrativo da parte di Israele. Il villaggio, caratterizzato da un paesaggio arido, é soggetto a divieti di costruzioni di case e di coltivazione delle terre allo scopo di allontanare gli abitanti locali. A pochi passi invece si estende una vegetazione rigogliosa: si tratta dell’insediamento di Ma’on e dell’avamposto  di Avat Ma’on, aree abitate da coloni israeliani, il primo è considerato illegale dal diritto internazionale delle Nazioni Unite ma legale per il diritto israeliano, il secondo è illegale per entrambi.

Nel 1999, il territorio di Sarura, di cui fa parte Atwani, è stato oggetto di una evacuazione forzata per dare spazio ad un’area adibita ad addestramento militare. Questo però non ha fermato la popolazione locale dal volersi, giustamente, organizzare per portare uomini , donne e bambini per far fronte all’ occupazione attraverso forme non violente. Nel 2017  un gruppo di giovani, ragazze e ragazzi, fonda il Sumud Freedom Camp, un progetto di resistenza non violenta all’occupazione israeliana. Dalla forza d’animo dei padri e delle madri che vivono in questo territorio, da anni parte del Comitato di Resistenza Popolare, nasce il gruppo Youth of Sumud (YOS) emblema della resistenza non violenta  a Surura. Oltre a incontri e manifestazioni  con altri attivisti anche internazionali, scortano i bambini a scuola e i pastori a pascolare i loro greggi  e oltre a tante attività, coltivano e educano la popolazione a resistere agli attacchi dei coloni senza usare la violenza.

Abbiamo avuto la meravigliosa occasione di conoscere questa comunità e di incontrare uno dei fondatori  di questo movimento, Hafez Uraini, con la sua famiglia.

E proprio nella zona  di 12 villaggi che formano la zona di Massafer Yatta, la comunità  di villaggi circondata da insediamenti dove è stato girato No Other Land, abbiamo avuto modo, nostro malgrado, di provare un incontro con coloni e esercito israeliano. Eravamo a casa del  fratello di Awadah Hhataleen, il collaboratore  del film premio Oscar, ucciso a luglio a sangue freddo dal colono Yinon Levy. Nonostante ci fossero immagini e testimoni gli israeliani hanno lasciato libero l’assassino  e arrestato invece una decina  di uomini del villaggio  e requisito per giorni il  cadavere del ragazzo. Nel cortile della casa  c’é un piccolo memoriale  fatto di sassi con ancora tracce di sangue di Awadah. A pochi passi dietro la rete  i caterpillar israeliani  e la bandiera con la stella di David a giustificare, in modo orribile e macabro la nascita di un nuovo insediamento israeliano.  I coloni  poco lontano, non gradendo la nostra presenza, hanno circondato il nostro pullman e minacciato l’autista, é arrivata la polizia sionista e una camionetta con i sodati israeliani in assetto di guerra, ci ha bloccati, controllati i passaporti (occidentali !) fatti risalire in pullman e scortati fuori dall’area per convincerci ad allontanarci e in fretta.  Per tutti noi o quasi tutti, era la prima esperienza simile, mette molto a disagio e capiamo quanto sia fragile la vita dei palestinesi in questa situazione di aparthaid, di prigione a cielo aperto, vissuta fra  umiliazioni, violenza, filo spinato, cancelli che sbarrano la strada, impossibilità a spostarsi, ad andare a scuola non scortati. Questi uomini e donne sono comunque fieri e orgogliosi e sanno a che mettere in pratica atteggiamenti non violenti di fronte a coloni e militari a volte destabilizza l’ira violenta e preserva stragi nel villaggio ed è segno di resistenza vera. distruzione villaggio palestinese

Le forze israeliane demoliscono edifici a Khirbet Khilet al-Dabe, a Masafer Yatta, in Cisgiordania, 5 maggio 2025. (Wisam Hashlamoun/Flash90) 

Da dopo il 7 ottobre questi atti violenti sono aumentati. I coloni arrivano con ruspe e buldozzer, distruggono le case e  le scuole tagliano i fili dell’elettricità e requisiscono l’acqua  deviando le condutture, usano droni per controllare il raccolto e nel momento di maggior bisogno, per irrigare i campi, vanno a cementificare i pozzi togliendo anche la possibilità di abbeverare le  loro greggi  di pecore e capre,  deviando  anche le condutture d’acqua. Sradicano gli alberi di ulivo, requisiscono  gli animali quando non li uccidono direttamente sul posto.  Diventa difficile per i beduini continuare a coltivare la loro terra  e allevare animali, 30 comunità contadine sono state espulse dalle loro valli e sono state costrette a spostarsi e a non coltivare più, e secondo la legge israeliana, dopo tre anni che un terreno non viene coltivato viene sequestrato dallo stato e distribuito poi ai  coloni per occuparlo e  iniziare a dare vita ad un nuovo insediamento. Il 70% dei datteri esportati da Israele (anche in Europa ) sono prodotti in insediamenti illegali della Valle del Giordano. Questo è uno di quei prodotti di cui nel momento dell’acquisto, dovremo controllarne la provenienza e praticarne il boicottaggio evitandone l’acquisto.

E intanto i palestinesi resistono, nonostante i soprusi, le minacce, le aggressioni violente, gli arresti di uomini donne e anche bambini, le uccisioni. A Gaza si sta compiendo vergognosamente un genocidio  e in Palestina si sta compiendo un altro atto altrettanto vergognoso di pulizia etnica sotto gli sguardi dell’occidente e il menefreghismo dei suoi governanti. Un migliaio di morti ammazzati dai coloni o dall’esercito, 10.000 prigionieri di cui 3500 in detenzione amministrativa, come il sindaco di Hebron, sequestrato un mese fa senza nessuna  motivazione. E fra  questi 10.000  prigionieri , anche tante bambine e tanti bambini. Decine di migliaia di  rifugiati sfollati dopo le distruzioni dei campi profughi,  di Jenin, Nur Shams e Tulkarem effettuate tra il gennaio e inizio giugno del  2025. L’esercito militare israeliano ha dichiarato questi campi profughi, zone militari chiuse, con forze di sicurezza schierate sul posto che impediscono attivamente ai residenti di accedere alle loro case  o a ciò che ne resta. L UNRWA ha descritto l’operazione “ come la più lunga e distruttiva operazione nella Cisgiordania   occupata dalla seconda intifada degli anni 2000” .

Abbiamo ascoltato le testimonianze di alcuni ex prigionieri politici, testimonianze raccapriccianti  per le torture psicologiche e corporali che venivano inferte a loro  dai militari in luoghi che erano veri ghetti dell’orrore. Duranti i loro racconti non ci sentivamo per niente orgogliosi di  essere cittadini italiani,  e questo imbarazzo e vergogna ci ha  accompagnato spesso.

(continua….)

 

Zonari: “Il dissenso non si insulta”

La consigliera: “La violenza verbale è sempre un segno di debolezza. Io scelgo di restare dalla parte delle parole forti ma pulite: quelle che chiedono pace e giustizia”

Torna sull’episodio del Consiglio comunale del 13 ottobre Anna Zonari (La Comune di Ferrara), quando il sindaco Alan Fabbri, come da lei immediatamente denunciato durante la seduta, le avrebbe “urlato un insulto personale a me rivolto: ‘Comunista di m***a’”.

Il commento, fatto fuori microfono mentre Fabbri si allontanava dall’aula, è arrivato durante la presentazione dell’ordine del giorno promosso dalla consigliera intitolato “Per la pace, la legalità internazionale e la fine dell’economia del genocidio”.

“Il sindaco – scrive Zonari -, per una volta presente, ha ritenuto opportuno interrompermi subito, definendo il mio intervento ‘anacronistico’, dal momento che tutto il mondo stava festeggiando la pace tra israeliani e palestinesi”.

“Nonostante il mio tentativo di proseguire – aggiunge – per spiegare il senso politico e dell’ordine del giorno presentato, il perché avevo scelto di presentarlo, il sindaco, nell’abbandonare l’aula visibilmente infastidito, ha urlato un insulto personale a me rivolto”.

“È un fatto grave – sottolinea -, che parla da sé”.

“Un sindaco che insulta una consigliera in aula – argomenta -, durante una discussione sulla pace, rivela il livello a cui certa politica è disposta a scendere pur di non ascoltare parole che la mettono a disagio”.

Zonari per non si lascia “intimidire, né mi lascerò trascinare nel fango dell’offesa personale”.

La consigliera spiega dunque che continuerà “sempre più convinta a parlare di pace, a praticarla con il linguaggio e i comportamenti, a chiedere il rispetto della legalità e del diritto internazionale, la presa di posizione delle istituzioni, anche comunali, nelle scelte economiche e politiche che possono contribuire a portare giustizia”.

“Chi si definisce democratico – prosegue – dovrebbe sapere che il dissenso non si insulta: si ascolta, e si risponde nel merito. Ma quando mancano gli argomenti, restano solo gli insulti, evidentemente”.

“La violenza verbale – conclude – è sempre un segno di debolezza. Io scelgo di restare dalla parte delle parole forti ma pulite: quelle che chiedono pace e giustizia”.

BLOCCARE L'ECONOMIA DELLO STERMINIO

BLOCCARE L’ECONOMIA DELLO STERMINIO

Nel 1880, in Irlanda, un Capitano inglese, amministratore terriero dei possedimenti di Lord Erne nella Contea di Mayo, si rese noto per i suoi metodi duri e disumani contro gli affittuari (i contadini irlandesi) che non potevano pagare i canoni d’affitto, in un periodo di grave crisi economica. Gli abitanti del luogo decisero allora di interrompere ogni forma di rapporto e collaborazione con il Capitano. Nessuno gli lavorava più i campi, nessuno gli parlava, i negozi si rifiutavano di servirlo e la sua posta non veniva recapitata. Realizzarono una forma di ostracismo economico e sociale, definendo un modello di resistenza popolare, non violenta, contro l’ingiustizia. Il Capitano inglese dovette abbandonare l’Irlanda. Si chiamava Charles Cunningham Boycott e dal suo cognome a preso vita il termine BOICOTTAGGIO.

Oggi contro la gravità dei crimini di guerra e contro l’umanità, le popolazioni e i singoli cittadini si trovano spesso con una limitata gamma di strumenti diretti per esercitare pressione effettiva sugli Stati, sulle organizzazioni o sulle aziende coinvolte. In questo scenario di difficoltà, il boicottaggio economico e di relazione emerge come una delle poche e potenti armi pacifiche a disposizione, trasformando le scelte individuali in una forma di protesta collettiva.

A livello internazionale poi, le istituzioni e le corti penali operano con tempi lunghi e con un’efficacia che dipende spesso dalla cooperazione degli Stati più potenti, i quali a volte sono essi stessi silenti complici di quei crimini. Le tradizionali vie di protesta, come manifestazioni, denunce o appelli, servono a generare consapevolezza e rendere visibile il crimine o l’ingiustizia , ma quasi sempre non riescono a imporre un cambiamento immediato o sostanziale sui decisori politici o economici responsabili dei crimini.

Inoltre, il potere economico e militare dei soggetti incriminati è tale da rendere quasi irrilevante la singola obiezione morale. È qui che l’azione nonviolenta, come il boicottaggio, offre un meccanismo di pressione orizzontale e decentralizzato, capace di aggirare le gerarchie di potere.

Le recenti grandi manifestazioni contro il genocidio/per la palestina libera/per la pace sono la prova che milioni di persone vedono con ribrezzo quello che sta succedendo al popolo palestinese. Personalmente vedo con ribrezzo anche quello che ha fatto Hamas il 7 ottobre 2023 massacrando più di un migliaio di civili israeliani e dando il pretesto al cinico Netanyahu per la spropositata reazione della etnocrazia israeliana. Ma se si vuole fermare la barbarie dei crimini di guerra, dell’apartheid, della pulizia etnica e del genocidio, che non sono iniziati il 7 ottobre 2025, penso che un grande boicottaggio economico di tutti i prodotti di aziende israeliane o di aziende sodali allo stato ed esercito israeliano oggi possa essere più incisivo di qualunque altra manifestazione di dissenso. Bisogna trasformare l’indignazione etica emersa nelle piazze in una leva economica concreta, che, se attuata su larga scala, ha il potenziale di imporre un costo insostenibile allo status quo israeliano e forzare un cambiamento di rotta verso un cessate il fuoco e una soluzione pacifica duratura. Ma la strategia BDS (Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni), va focalizzata sugli attori più influenti e il boicottaggio di un cittadino italiano può esercitarsi solo su quelle aziende e prodotti a cui può accedere. Sul web sono disponibili varie liste di aziende israeliane e entità globali con attività significative in Israele. Hanno lo scopo di orientare coloro che intendono prendere decisioni di acquisto volte a esercitare pressione sul governo israeliano e a far rispettare il diritto internazionale. Ma sono elenchi troppo lunghi dove risulta difficile focalizzare una azione mirata percorribile per un semplice cittadino come me. Avendo poi trovato alcune discrepanze ( che senso ha indicare Carrefour come marchio da boicottare quando tutti i market Carrefour in Italia non sono della Carrefour ) mi sono estratto una mia lista operativa.

PRODOTTI AGRICOLI: anche se l’export agricolo non incide pesantemente sulla bilancia commerciale israeliana gli avocado, mango, pompelmo, datteri, melograno, papaia che troviamo nei negozi possono provenire da Israele se non addirittura da territori occupati. Se il market o negozio non espone l’etichetta di provenienza chiedo espressamente la provenienza di questi frutti in modo da sensibilizzare anche la catena di distribuzione.

TEVA: in farmacia rifiuto espressamente i farmaci generici a marchio TEVA o RATIOPHARM ( azienda tedesca acquisita da TEVA) chiedendo un fornitore alternativo, che in genere c’è .

Non prenoto più soggiorni tramite BOOKING o AIRBnB da quando hanno segnalato che promuovono alloggi anche nei territori occupati.

Per i futuri acquisti mi sono segnato di evitare REEBOOK per le attrezzature sportive, INTEL per prodotti informatici e AXA per le assicurazioni.

Lo so è poco, ma qualcosa bisogna pur fare contro la barbarie.

 

 

SITI PER INFORMARSI:

WHOPROFITS :  CHI NE TRAE PROFITTO – Who Profits è un centro di ricerca indipendente dedicato a denunciare il ruolo del settore privato nell’economia di occupazione israeliana

BOYCOTT-ISRAEL.ORG:  Boicottare con uno scopo – Alleviare la sofferenza attraverso un’azione mirata

BDSITALIA.ORG: LIBERTÀ. GIUSTIZIA. UGUAGLIANZA. Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni per i diritti del popolo palestinese.

Dal boicottaggio alle sanzioni a Israele, La Comune chiede di aderire alle campagne

Il gruppo consiliare di opposizione: “A sostegno della pace e della legalità internazionale”

a drammatica situazione internazionale in Medio Oriente è al centro di un intervento del gruppo consiliare La Comune di Ferrara, accompagnato dalla considerazione che “opporsi ai crimini contro l’umanità, all’apartheid e a ogni forma di genocidio costituisce un principio etico e giuridico universale”.

Uno scenario, in relazione al quale “anche in una fase di negoziato è fondamentale che le istituzioni, incluse quelle locali, orientino le proprie scelte economiche e di approvvigionamento – ha rimarcato la consigliera Anna Zonari – verso modelli coerenti con la promozione della pace e della giustizia, evitando rapporti che possano sostenere economie genocidiarie o violazioni dei diritti fondamentali”.

Da qui a una serie di richieste al sindaco e alla Giunta comunale “ad aderire, nei limiti delle proprie competenze, alle campagne di boicottaggio, disinvestimento e sanzioni promosse a livello internazionale nei confronti di Israele e delle imprese coinvolte nel mantenimento dell’occupazione, dell’apartheid e nella violazione del diritto internazionale”.

La Comune ha chiesto anche di “sospendere, ove possibile, l’acquisto di prodotti e servizi di provenienza israeliana o appartenenti ad aziende a capitale israeliano, privilegiando fornitori alternativi nei servizi e nelle forniture gestiti
direttamente dall’Ente”, e di “evitare, laddove esistano alternative equivalenti, l’acquisto di prodotti e servizi di aziende multinazionali che intrattengano rapporti economici significativi con il Governo o con le forze armate israeliane, in particolare nei settori tecnologici, energetici e farmaceutici”.

Fra le richieste all’Amministrazione, anche quella di “sollecitare le società partecipate o controllate dal Comune — incluse le farmacie comunali — ad adottare politiche di approvvigionamento e disinvestimento etico, evitando, ove possibile, l’acquisto e la vendita di prodotti provenienti da Israele o da aziende che traggano profitto
dall’occupazione o dal complesso militare-industriale israeliano”.

Spazio, infine, alla richiesta di “promuovere la diffusione di informazioni e campagne di sensibilizzazione rivolte alla cittadinanza e alle realtà economiche locali, in collaborazione con associazioni, sindacati e organizzazioni per i
diritti umani, a sostegno della pace, della legalità internazionale e del diritto del popolo palestinese
all’autodeterminazione”.

 

La Comune chiede stop ai rapporti con “l’economia del genocidio”

L’ordine del giorno della consigliera Anna Zonari invita il Comune ad aderire al Bds e a orientare gli acquisti pubblici secondo criteri di giustizia, pace e legalità internazionale

Il gruppo consiliare La Comune di Ferrara ha presentato un ordine del giorno dal titolo “Per la pace, la legalità internazionale e la fine dell’economia del genocidio”, con cui chiede al Comune di adottare una posizione chiara e coerente sul conflitto israelo-palestinese e sulle responsabilità economiche che ne derivano.

Il testo, firmato dalla consigliera Anna Zonari, si fonda su una serie di riferimenti alla giurisprudenza e ai documenti delle Nazioni Unite. Vi si legge che “la Corte Penale Internazionale, in data 21 novembre 2024, ha emesso mandati di cattura per crimini contro l’umanità nei confronti del Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu, dell’ex Ministro della Difesa Yoav Gallant e di un alto comandante di Hamas, Mohammed Deif”.

Il documento richiama inoltre i rapporti Onu e delle organizzazioni per i diritti umani, secondo cui Israele “attua nei Territori palestinesi occupati politiche e pratiche assimilabili al crimine di apartheid”, e cita il parere della Corte internazionale di giustizia del luglio 2024, che impone agli Stati – “Italia compresa” – di “non riconoscere né sostenere tale situazione illegittima”.

Particolare rilievo è dato alle conclusioni della Commissione internazionale indipendente d’inchiesta delle Nazioni Unite, che avrebbe accertato come “le autorità israeliane abbiano commesso il crimine di genocidio contro i palestinesi di Gaza”, evidenziando l’uso della fame come arma di guerra, gli attacchi contro civili e il blocco totale degli aiuti umanitari.

Nell’ordine del giorno si sottolinea che “una pace autentica e duratura non può prescindere dal rispetto del diritto internazionale” e che “un sistema economico che sostiene, finanzia o trae profitto da un genocidio contribuisce a rendere strutturale la violenza”. Per questo motivo, il gruppo chiede che le istituzioni pubbliche si dissocino da “modelli economici fondati su violenza e oppressione” e promuovano “un’economia ispirata ai principi di pace, giustizia e legalità internazionale”.

L’atto impegna il sindaco e la Giunta a orientare le proprie scelte economiche e di approvvigionamento verso modelli coerenti con tali principi, aderendo, nei limiti delle competenze comunali, alle campagne di boicottaggio, disinvestimento e sanzioni (Bds). Si chiede inoltre di sospendere, dove possibile, gli acquisti di prodotti o servizi di provenienza israeliana o legati a imprese che “intrattengano rapporti economici significativi con il Governo o con le forze armate israeliane”, invitando anche le società partecipate a seguire criteri di “disinvestimento etico”.

Infine, Zonari propone che il Comune promuova campagne di informazione e sensibilizzazione rivolte alla cittadinanza e al tessuto economico locale, in collaborazione con associazioni e organizzazioni per i diritti umani, “a sostegno della pace, della legalità internazionale e del diritto del popolo palestinese all’autodeterminazione”.

Come sottolinea la conclusione del testo, “opporsi ai crimini contro l’umanità, all’apartheid e a ogni forma di genocidio costituisce un principio etico e giuridico universale”.

 

Afghanistan, Ucraina, Palestina: il filo rosso (di sangue) che l’Italia insegue per ricostruire.

In un ecosistema naturale ogni perturbazione tende ad un riequilibrio. Che sia un battito di farfalla che può generare un tornado a migliaia di chilometri di distanza o un terremoto che sconvolge e genera uno tsunami, il risultato è sempre un riequilibrio delle forze in gioco. Tensione e risoluzione che si perpetuano per creare evoluzione dei sistemi in una darwiniana ricerca dell’adattamento.
A quanto pare l’indole umana preferisce distruggere per ricostruire, con enorme dispendio di vite, energia, soldi ed equilibrio della stessa Natura.
Sembra dunque che in tale logica “essere dalla parte giusta” delle guerre sia la chiave per portare benessere al proprio popolo o alla propria economia.
Ma questa posizione a sostegno di guerre e invasioni, a cui spesso l’Italia ambisce o partecipa è veramente la strada migliore per l’evoluzione della nostra società e, in fin dei conti, dell’uomo?

Sostenere un conflitto significa immettere l’apparato politico ed economico in una dinamica di breve termine: contratti per la ricostruzione, aumento di commesse in settori strategici, flussi umanitari e pressioni diplomatiche che ridefiniscono alleanze. Ma a quale prezzo? Le devastazioni lasciano ferite strutturali — istituzionali, culturali, psicologiche — che non si sanano con appalti o aiuti spot. Inoltre, il modello “distruggi e poi ricostruisci” normalizza la violenza come strumento legittimo di politica estera, erodendo norme internazionali e riducendo lo spazio per la prevenzione, la diplomazia e la gestione non violenta delle crisi.

L’Italia, inserita in reti multilaterali e relazioni economiche complesse, rischia così di confondere interessi di breve periodo con strategie di lungo periodo che promuovano sicurezza reale, sviluppo sostenibile e coesione sociale.
Prendere le parti della guerra come metodo per “ricostruire” (a pochi mesi dal conflitto già si parlava di partecipazione alla ricostruzione dell’Ucraina) non è la strada migliore per l’evoluzione della nostra società. È una scelta che premia guadagni immediati e ricollocazioni geopolitiche, ma che sacrifica principi, vite e la possibilità di un progresso umano fondato sulla prevenzione, sulla cooperazione e sulla riduzione delle disuguaglianze. Se vogliamo un futuro più stabile e giusto, l’Italia dovrebbe investire molto di più in diplomazia preventiva, resilienza civile, cooperazione internazionale e modelli economici che non si nutrono della distruzione.

Il caso della Global Sumud Flotilla

Un esempio recente che mette alla prova la logica “distruggere per ricostruire” è l’intervento della Global Sumud Flotilla. Decine di imbarcazioni partite da porti europei hanno tentato di portare aiuti a Gaza, sfidando il blocco navale israeliano e attirando l’attenzione internazionale.

L’Italia, come altri Stati, ha garantito una protezione limitata ai propri cittadini a bordo, inviando una fregata fino ai margini della cosiddetta “zona rossa”, senza però entrare direttamente nell’area di conflitto.
L’operazione, pur con tutti i rischi e i limiti che comporta — dalle manovre di intimidazione della marina israeliana fino alle accuse di “provocazione” da parte delle autorità — rappresenta un rovesciamento della dinamica tradizionale: non attendere la distruzione per avviare ricostruzione e contratti, ma tentare un’azione preventiva, simbolica e civile, che mette in luce le sofferenze umane e rivendica il rispetto del diritto internazionale.

In questo quadro, il governo italiano si è trovato in difficoltà: condannare duramente l’iniziativa avrebbe significato schierarsi apertamente contro un segmento importante dell’opinione pubblica interna, molto sensibile al dramma palestinese; non condannarla, invece, avrebbe rischiato di incrinare i rapporti con Israele e con gli Stati Uniti, soprattutto nella prospettiva di un ritorno di Donald Trump e del consolidamento dell’asse con Netanyahu.
Le ambiguità della posizione italiana sembrano dunque legate a una tacita volontà di preservare margini di partecipazione futura alla ricostruzione della Palestina, più che a una valutazione immediata della legittimità o meno dell’azione civile. In altre parole, l’Italia cerca di muoversi in equilibrio: mostrare fermezza contro le violazioni del blocco navale per mantenere credibilità verso gli alleati, ma al contempo non isolarsi dal sentimento popolare interno. Un silenzio “operativo” che, in prospettiva, permette di restare in linea con gli interessi strategici di Trump e Netanyahu, laddove la ricostruzione non venga intesa come riconciliazione, bensì come un nuovo terreno di influenza economica e geopolitica.

“La vera evoluzione è rigenerare senza distruggere: co-evolvere con la natura, non contro di essa.”

Riconoscere la Palestina non cambia niente

Riconoscere la Palestina non cambia niente

Alaa Salama, +972 Magazine

pubblicato su Internazionale n. 1630

È solo un alibi e un modo per sviare l’attenzione dalla vera soluzione: denunciare il regime di apartheid d’Israele, agire per sanzionarlo e dare spazio alla volontà dei palestinesi

Mia nonna ha novant’anni. Esiliata due volte, prima da Israele durante la Nakba, poi dal regime di Assad in Siria, la sua memoria non funziona più bene. Della sua vita attuale in Svezia conserva solo gli ultimi minuti. Del suo passato qualche flash. Eppure il ricordo della sua infanzia a Kfar Sabt, un villaggio palestinese in Galilea svuotato nel 1948, risplende ancora vivo. Sorride, quasi maliziosamente, mentre racconta di quando giocava nei campi, correva in giro con gli altri bambini e spiava un contadino ebreo arrivato all’improvviso nel villaggio – insieme al suo rumoroso trattore – che suscitò curiosità e sospetto.

Io sono un rifugiato dalla nascita, la famiglia di mia nonna era di Kfar Sabt, quella di mio nonno del vicino villaggio di Lubya. Oggi nella mia casa di Ramallah mi sveglio ogni mattina con la vista di una bandiera israeliana nella vicina colonia di Beit El, un chiaro promemoria del regime di apartheid che governa ogni aspetto della mia vita. Gli ebrei israeliani che vivono lì votano per un governo che stabilisce dove posso vivere, lavorare e viaggiare, quanta acqua ricevo, quali regole e leggi si applicano a me e quali no. Come milioni di palestinesi, dalla Cisgiordania a Gaza, sono governato da un sistema che mi considera solo un ostacolo sulla strada del suo stato etnico ed espansionista.

Teatro politico

Questa realtà è diventata impossibile da ignorare per milioni di persone nel mondo, soprattutto dall’ottobre del 2023. Eppure negli ultimi mesi, invece di riconoscere che esiste un apartheid israeliano o intraprendere azioni significative per fermare le atrocità a Gaza, una schiera sempre più ampia di stati ha deciso di riconoscere un’altra cosa: uno stato palestinese.

La prima svolta è avvenuta nel maggio 2024, quando lo stato di Palestina è stato riconosciuto da Norvegia, Spagna e Irlanda (gli ultimi due paesi sono tra i più accesi oppositori della guerra d’Israele a Gaza). Ora c’è una seconda ondata, guidata da un’iniziativa di Francia e Regno Unito in risposta al piano israeliano di prolungare il conflitto, a cui si sono rapidamente aggiunti Australia, Canada, Portogallo e Malta (il 2 settembre anche il Belgio). Anche se indicativo del crescente isolamento internazionale di Israele, è impossibile accettare senza riserve questo teatro politico globale del “riconoscimento di uno stato palestinese” (148 paesi dell’Onu riconoscono la Palestina, oltre al Vaticano). Mentre Israele annette ampie zone della Cisgiordania ed è in corso un genocidio a Gaza che ha ucciso più di 60mila palestinesi, è assurdo continuare a invocare una soluzione dei due stati come compromesso ragionevole o pratico. Ancora più strano è insistere che questa sia l’unica risposta possibile, quando, a 77 anni dalla Nakba, non affronta la questione centrale: un regime aggressivo e militarista che pretende la supremazia nazionale, legale ed economica di un popolo su un altro.

L’arroganza degli europei

Non sprechiamo altri trent’anni di vite palestinesi in nome del paradigma della partizione: “soluzione” coloniale a un problema coloniale. Israele da tempo ha messo in chiaro che non accetterà mai uno stato palestinese: restare aggrappati alla soluzione dei due stati è una mistificazione all’ennesima potenza, e ci ha portato solo disperazione. Ora più che mai i gesti simbolici sono peggio che inutili, perché fanno guadagnare tempo al regime che commette i crimini e sottraggono urgenza agli unici rimedi che contano: mettere fine al genocidio, sanzionare i responsabili, isolare il sistema di apartheid e insistere su uguali diritti e sul diritto al ritorno. Non è estremismo. È il minimo indispensabile di giustizia. Una “soluzione” ingiusta e impraticabile non è un piano di pace, ma un alibi per l’inerzia, che consentirà a Israele di continuare i suoi massacri, accelerare l’espansione e consolidare l’apartheid. Davvero puniamo così un regime che ha commesso un genocidio? Offrendogli il dominio completo sulle sue vittime mentre diamo a queste la falsa speranza che un giorno potrebbero ottenere uno stato su meno del 23 per cento della loro terra?

E dove sono i palestinesi in tutto questo? Quando è stata l’ultima volta che siamo stati rappresentati democraticamente o ci è stato chiesto quale soluzione avremmo accettato? Come nel 1947, quando il piano di partizione delle Nazioni Unite fu redatto senza il nostro consenso, la recente spinta verso una soluzione dei due stati è guidata da potenze europee con poca considerazione per le persone che vivranno, o moriranno, in base alle loro condizioni. La Francia rende esplicita questa arroganza: minaccia Israele con il riconoscimento di uno stato palestinese, ma insiste che sarà smilitarizzato, continuando nel frattempo a fornire armi a Israele. Io sogno un mondo senza armi, ma non spetta ai mercanti di armi dire alle vittime di genocidio di deporre le proprie.

Nel frattempo, Israele sbuffa, condannando i riconoscimenti come un “premio al terrorismo” e usandoli come scusa per mettere in atto misure ancora più estreme. A luglio la knesset (il parlamento) ha approvato una risoluzione a sostegno dell’annessione della Cisgiordania, mentre l’espansione degli insediamenti continua a pieno ritmo, compreso il recente via libera al blocco E1, che secondo gli esperti renderebbe impossibile uno stato palestinese con continuità territoriale.

Ma anche se per miracolo Israele si ritirasse dalla Cisgiordania e da Gaza, cosa garantirà la sicurezza ai palestinesi nel nuovo stato? Quando mai la sovranità statale ha protetto qualcuno dalle aggressioni e dall’espansionismo d’Israele? Il Libano e la Siria sono paesi sovrani con confini internazionalmente riconosciuti, eppure la loro terra è stata occupata e le loro città bombardate. Una bandiera palestinese all’Onu non fermerà la crescita delle colonie, non smantellerà il regime militare né metterà fine alla guerra regionale.

Ultime notizie da Gaza

◆ Il 29 agosto 2025 l’esercito israeliano ha dichiarato la città di Gaza “zona di combattimento pericolosa” e ha intensificato la sua operazione militare, che provoca decine di vittime ogni giorno. Il 2 settembre il ministero della sanità di Gaza ha fatto sapere che altre 13 persone sono morte di fame, portando il numero totale delle vittime a 361, compresi 130 bambini. Afp

Se i paesi vogliono riconoscere uno stato palestinese lo facciano pure, ma non devono fingere che questo cambi la realtà. Il vero cambiamento comincia ammettendo la verità: qui uno stato esiste già, ed è uno stato di apartheid. I paesi devono agire legalmente, diplomaticamente ed economicamente fino a che il costo che dovrà pagare Israele per mantenere l’apartheid non supererà i suoi benefici. Fino a quando la mia famiglia non avrà di nuovo un posto da poter chiamare casa, e fino a quando centinaia di comunità palestinesi sfollate non potranno tornare alla loro.

Il sionismo ha fallito, non solo perché creare una patria ebraica in Palestina a spese dei palestinesi è sempre stato ingiusto, ma perché la pulizia etnica e ora il genocidio sono i suoi logici risultati, atrocità che renderanno lo stato ebraico isolato e disprezzato. E, nonostante gli sforzi d’Israele, il sionismo ha fallito anche perché i palestinesi continuano ostinatamente a rimanere nella loro terra. Quello che resta oggi è un grottesco sistema di apartheid, in cui un popolo ha pieni diritti e sovranità, mentre i nativi sono massacrati, divisi e assoggettati. Alla fine potrebbe collassare sotto il peso della sua stessa brutalità, ma non se ne andrà in silenzio, resterà aggrappato alla vita con il tipo di violenza che oggi vediamo scatenata su Gaza.

Dalla finzione alla realtà

Riconoscere Israele come uno stato di apartheid è il primo passo necessario verso un futuro senza etnonazionalismo, fondato sull’uguaglianza, la giustizia e la libertà per tutti. E non è un passo simbolico: l’apartheid è un crimine contro l’umanità secondo il diritto internazionale. Lo statuto di Roma della Corte penale internazionale lo definisce così, e la convenzione internazionale dell’Onu sull’eliminazione e la repressione del crimine di apartheid obbliga gli stati ad attuare misure legislative, giuridiche e amministrative per contrastarlo e punirlo. Nel luglio 2024 la Corte internazionale di giustizia ha emesso uno storico parere consultivo sull’apartheid israeliano, concludendo che l’occupazione e l’annessione di territori palestinesi da parte di Israele viola il diritto internazionale, e invocando risarcimenti.

Riconoscere ufficialmente che il sistema israeliano si basa sull’apartheid, anche se lo facesse una manciata di stati, metterebbe sul tavolo questi obblighi e renderebbe legalmente e politicamente indifendibile continuare a sostenere militarmente ed economicamente Israele. Aprirebbe la porta alle sanzioni, al ritiro delle rappresentanze diplomatiche e ai divieti di viaggio per i funzionari che sostengono il sistema. Sposterebbe il discorso pubblico, rendendo inevitabile parlare di apartheid nel dibattito dominante su Israele, e mettendo pressione sulle aziende, con la minaccia di boicottaggio, condanna pubblica o rivolte degli azionisti se non rivedranno le loro operazioni con Israele. Un precedente esiste: nel caso dell’apartheid in Sudafrica l’attivismo e le condanne internazionali costrinsero gradualmente le aziende a disinvestire, anche se molte resistettero per anni.

Cambierebbe anche il modo in cui sono visti i palestinesi. Oggi siamo etichettati come “apolidi” o cittadini di un ipotetico “stato di Palestina” senza il reale potere di proteggerci, privati degli strumenti diplomatici ed economici che la maggior parte delle nazioni dà per scontati. Riconoscere Israele come un regime di apartheid ci ridefinirebbe come vittime di un crimine contro l’umanità, con il diritto alla protezione, e costringerebbe a fare i conti con l’assurdità di un mondo in cui gli israeliani viaggiano liberamente mentre noi incontriamo infinite barriere per studiare, lavorare o visitare i nostri familiari all’estero.

Non sarà un rimedio magico. Israele combatterà più strenuamente del Sudafrica per mantenere l’apartheid, perché si è consolidato ancora di più, alimentato da miti religiosi e sostenuto dall’appoggio internazionale. Ma il riconoscimento ci metterebbe almeno sulla strada giusta, soppiantando decenni di finzione con la realtà. Questi anni potrebbero essere impiegati a smantellare il sistema invece che a rafforzare illusioni.

Kfar Sabt non esiste più. Secondo il progetto Palestine remembered, restano solo “cumuli di pietre e terrazzamenti” come testimonianza del fatto che un tempo lì c’era un villaggio. La popolazione è dispersa e la terra è inutilizzata, disabitata. Ma Kfar Sabt vive nella mente di mia nonna, nelle storie che racconta e che io continuerò a raccontare. Vive nelle ferite aperte di un popolo a cui è negato il ritorno. La mia madrepatria si estende da Ramallah a Kfar Sabt, dal Naqab a Lubya.

Questo non è un appello all’espulsione o alla guerra: ne abbiamo avuto abbastanza di entrambe. È un appello alla giustizia, perché solo la giustizia può portare pace e garantire un futuro diverso a tutti i popoli su questa terra, un futuro in cui le storie di mia nonna non siano solo cimeli di un mondo distrutto, ma semi di un mondo ricostruito. ◆ fdl

Alaa Salama scrive per +972 Magazine, un sito indipendente dove lavorano giornalisti israeliani e palestinesi.

Gaza: un’immensa Guernica

Quando il silenzio diventa complicità

Durante il terremoto de L’Aquila e Amatrice, un’immagine rimase impressa nella coscienza collettiva: mentre sotto le macerie si moriva, alcuni imprenditori ridevano al telefono immaginando i guadagni della ricostruzione. Quell’episodio divenne il simbolo della distanza fra la sofferenza reale e l’indifferenza di chi avrebbe dovuto agire con responsabilità.

Di fronte al dramma di Gaza e di tutta la Palestina, il comportamento del Governo italiano richiama quella stessa distanza. La scelta di non prendere una posizione chiara, di mantenere una neutralità che di fatto equivale a un silenzio complice, produce lo stesso effetto morale: mentre civili perdono la vita, le istituzioni, che dovrebbero difendere il valore universale dei diritti umani, restano immobili, come se non fosse compito loro intervenire.

Nel frattempo, mentre migliaia di persone stremate cercano ancora di sopravvivere tra le rovine e sotto le bombe o fuggendo verso improbabili zone “sicure”, quasi trappole per topi, dai tavoli della diplomazia internazionale emergono persino progetti di resort di lusso per il futuro di quei luoghi: un’immagine che stride con la tragedia presente e che ricorda sinistramente quelle risate al telefono.

Il dolore di oggi diventa ancora una volta occasione di profitto del domani.

Gaza immensa Guernica.

Gaza non solo oggi è un luogo devastato, ma il simbolo della violenza cieca che si abbatte sui civili, e della memoria che resterà incisa ben oltre i calcoli politici del presente.

Non si tratta di accuse superficiali, ma di una constatazione: l’inerzia politica, in tempo di tragedia, ha lo stesso peso della risata di allora. Non è solo una questione di opportunità diplomatica o di equilibri geopolitici, ma di responsabilità etica.

Perché la storia, prima o poi, chiederà conto non soltanto delle azioni compiute, ma anche dei silenzi mantenuti.

Accettare quel silenzio pilatesco e compiacente (l’Italia riconosce la necessità di due Stati per due Popoli, ma non riconosce ancoa la Palestina in quanto tale: sostengono che sarebbe “controproducente”) significa renderlo anche nostro, mentre scegliere di alzare la voce – con le parole, con i gesti, con l’impegno civile – è l’unico modo per dire che la vita umana non può mai essere materia di calcolo, interesse e convenienza.

“Guernica, nel 1937, fu il simbolo della barbarie moderna: una città rasa al suolo dai bombardamenti, civili innocenti ridotti in macerie e dolore, e l’arte di Picasso che trasformò quella tragedia in un grido universale contro la guerra. Oggi Gaza è il nostro Guernica: una popolazione civile sotto assedio, case e scuole annientate, un intero popolo trasformato in bersaglio, un immenso murale di macerie e sangue che interroga la coscienza collettiva.

Se Guernica denunciava la brutalità del secolo scorso, Gaza denuncia, come ciò che avvenne durante il terremoto di L’Aquila e Amatrice, le contraddizioni e le complicità del nostro tempo. E, come allora, il silenzio complice di alcuni spettatori rischia di pesare quanto le bombe: rimarrà ad imperitura memoria di una pagina triste ed evitabile della nostra storia e in particolare di questa legislatura.”

Interrogazione sull’attuazione della mozione “Due Popoli, Due Stati” approvata dal Consiglio Comunale in data 15 aprile 2025

Interrogazione sull’attuazione della mozione “Due Popoli, Due Stati” approvata dal Consiglio Comunale in data 15 aprile 2025

Premesso che:

  • in data 14 aprile 2025 il Consiglio Comunale ha approvato a maggioranza la mozione avente ad oggetto “Due Popoli, Due Stati – per il riconoscimento dello Stato di Palestina ed impegno per la pace in Medio Oriente”;
  • con tale atto il Consiglio ha impegnato il Sindaco a:
    1. attivarsi presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri ed il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale affinché l’Italia riconosca ufficialmente lo Stato di Palestina;
    2. promuovere le posizioni espresse nella mozione nei rapporti internazionali, contribuendo alla lotta contro il terrorismo e favorendo un’azione coordinata a livello europeo e globale;
    3. diffondere il contenuto della mozione presso la cittadinanza, promuovendo iniziative di sensibilizzazione sull’importanza del riconoscimento dello Stato di Palestina e sulla convivenza pacifica tra i due popoli;

Considerato che:

  • ad oggi, 8 settembre 2025, sono trascorsi quasi cinque mesi dall’approvazione della mozione;
  • è dovere dell’amministrazione comunale dare seguito agli impegni assunti con voto del Consiglio;
  • ad agosto 2025 le Nazioni Unite hanno dichiarato ufficialmente lo stato di carestia nella Striscia di Gaza, con migliaia di morti per fame e una drammatica emergenza umanitaria che colpisce in particolare bambini e civili indifesi;
  • nei mesi di agosto e settembre, le autorità israeliane hanno rilanciato piani di annessione in Cisgiordania, tra cui la costruzione di oltre 3.000 nuove unità abitative nell’area E1 e la predisposizione di mappe di annessione per vaste aree, suscitando gravi preoccupazioni a livello internazionale;
  • circolano progetti internazionali di presunta “ricostruzione” di Gaza che, dietro l’etichetta di sviluppo e rilancio, prevedono in realtà spostamenti forzati di popolazione e rischiano di configurarsi come una vera e propria deportazione, in palese violazione del diritto internazionale e della dignità del popolo palestinese;
  • attualmente sono 147 gli Stati membri dell’ONU (su un totale di 193) che hanno riconosciuto lo Stato di Palestina, mentre altri, tra cui Francia, Regno Unito, Belgio, Canada e Australia, hanno annunciato l’intenzione di riconoscere formalmente lo Stato di Palestina in occasione dell’Assemblea Generale dell’ONU di settembre, rafforzando il sostegno internazionale alla soluzione dei “Due Popoli, Due Stati”;

Si interroga il Sindaco per sapere:

  1. se siano stati avviati contatti ufficiali con la Presidenza del Consiglio dei Ministri e con il Ministero degli Affari Esteri, e in caso affermativo con quali esiti;
  2. se e in quali forme l’Amministrazione abbia promosso le posizioni espresse nella mozione nei rapporti istituzionali e internazionali;
  3. se siano state organizzate o programmate iniziative di sensibilizzazione rivolte alla cittadinanza sul tema del riconoscimento dello Stato di Palestina e della pace in Medio Oriente;
  4. quali ulteriori azioni concrete l’Amministrazione intenda intraprendere per dare completa attuazione alla mozione approvata.

 

La risposta dell’assessora Francesca Savini

Condanna delle violazioni del diritto internazionale da parte di Israele e impegni del Comune di Ferrara per la Palestina

Ordine del Giorno di condanna per violazioni diritto internazionale e impegni per la Palestina presentato dai Gruppi Consiliari di minoranza (prima firmataria Cons. A. Zonari)

PREMESSO CHE

– La situazione nel Territorio palestinese occupato appare ogni giorno più drammatica.
– Nella Striscia di Gaza, la risposta militare israeliana agli attacchi di Hamas e Jihad islamica del 7 ottobre 2023 al 6 giugno 2025 ha mietuto 54.607 vittime palestinesi, almeno il 55% delle quali sono donne, anziani e minori. Il 92% delle unità abitative è distrutto o gravemente danneggiato; almeno 1.1 milioni di persone hanno bisogno urgente di un riparo, e le restrizioni all’accesso degli aiuti umanitari imposte da Israele rendono estremamente difficile procurarsi beni di prima necessità quali acqua, cibo e medicinali. La violenza militare non ha risparmiato gli ospedali:
solo 17 delle 36 strutture ospedaliere della Striscia sono (parzialmente) funzionanti e i restanti presidi sanitari non sono in grado di garantire le cure essenziali, a causa delle precarie condizioni di sicurezza e della scarsità delle forniture mediche. Tra le 10.500 e le 12.500 persone, tra cui almeno 4.000 bambini, hanno urgente bisogno di essere evacuati per ricevere cure mediche non disponibili nella Striscia. (https://www.ochaopt.org/content/reported-impact-snapshot-gaza-strip-4-june-2025).

– In Cisgiordania e a Gerusalemme est, le misure repressive dell’Autorità occupante che da 58 anni condizionano la vita dei palestinesi sono state ulteriormente inasprite, portando all’uccisione di almeno 986 palestinesi, all’arresto di almeno 17.000 presunti membri della
resistenza palestinese, alla deportazione o al trasferimento forzato di almeno 40.000 persone, incluse migliaia donne e bambini. La violenza dei coloni dilaga nell’indifferenza, se non con la connivenza, delle truppe occupanti (https://www.ochaopt.org/content/west-bank-monthly-
snapshot-casualties-property-damage-and-displacement-april-2025, 27 maggio 2025 e https://www.arabnews.com/node/2600846/middle-east, 15 maggio 2025).
– La condotta israeliana è stata aspramente criticata, fra gli altri, dal Segretario generale Antonio Guterres, da diversi Rappresentanti speciali delle Nazioni Unite, dal Consiglio per i diritti umani dell’ONU, oltreché dalla Commissione indipendente d’inchiesta per il Territorio palestinese occupato.

CONSIDERATO CHE

I dati inclusi in questo documento sono relativi all’ultimo aggiornamento disponibile al momento del lancio di questo appello. I dati aggiornati si trovano sul sito dell’Ufficio delle Nazioni Unite per il Coordinamento degli Affari Umanitari (OCHA) consultabile a questo link https://www.ochaopt.org/

Il 19 luglio 2024, la Corte internazionale di giustizia (CIG) delle Nazioni Unite ha reso (su richiesta dell’Assemblea generale) un parere sulle conseguenze giuridiche derivanti dalle politiche e prassi d’Israele nel Territorio palestinese occupato, inclusa Gerusalemme est. La CIG ha riconosciuto che la costruzione e l’espansione delle colonie, la restrizioni alla libertà di movimento e le demolizioni di proprietà palestinesi nel Territorio palestinese occupato, la costruzione del Muro, le confische e requisizioni di terreni palestinesi, l’estensione della legislazione israeliana a Gerusalemme est e nelle colonie, l’adozione di leggi discriminatorie nei confronti dei Palestinesi, lo sfruttamento delle risorse
naturali e le deportazioni forzate dei Palestinesi non costituiscono solamente una violazione delle norme internazionali sull’occupazione, ma integrano anche una violazione grave del diritto all’autodeterminazione del popolo palestinese, del divieto di acquisizione territoriale attraverso la minaccia e l’uso della forza e dell’art. 3 della Convenzione sull’eliminazione di tutte le forme di discriminazione razziale, che vieta la segregazione razziale e l’apartheid. Tali prassi e politiche hanno reso illegale la presenza stessa, civile e militare, di Israele nel Territorio palestinese occupato. Ne discende, secondo la Corte, l’obbligo per Israele di porre fine, il più rapidamente possibile, alla sua
presenza illegale nel Territorio palestinese, smantellando le colonie, ritirando le proprie truppe, e smettendo di esercitare qualunque forma di controllo effettivo sul Territorio palestinese. E si tratta, peraltro, di un obbligo assoluto, che non può essere condizionato in alcun modo all’esito del negoziato con i Palestinesi, né alle ragioni di sicurezza invocate da Israele.
Come chiarito dalla stessa Corte, del resto, l’accertamento della responsabilità israeliana per queste gravi violazioni di norme di diritto internazionale cogente comporta anche una serie di importanti conseguenze in capo agli Stati terzi. In base alle norme di diritto internazionale generale codificate negli articoli 41 e 42 del Progetto di articoli sulla responsabilità degli Stati elaborato dalla Commissione
del diritto internazionale nel 2001, essi hanno infatti l’obbligo di non riconoscere come lecita la situazione derivante dalla presenza di Israele nel Territorio palestinese, e sono tenuti a non prestare aiuto o assistenza al mantenimento di tale situazione.

Essi devono inoltre cooperare per porre fine a tale situazione. La rilevanza di tali obblighi è stata ribadita anche dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite, nella risoluzione ES-10/24 del 18 settembre 2024.

VISTO CHE

Al contempo, l’accertamento dell’esistenza di un rischio imminente di genocidio effettuato dalla CIG nell’ordinanza cautelare resa il 26 gennaio 2024, nell’ambito della controversia Sudafrica c. Israele, sollecita la responsabilità degli altri Stati parte della Convenzione per la prevenzione e la repressione del genocidio (fra cui l’Italia), sui quali grava l’obbligo di fare tutto quanto è in proprio potere per
prevenire la commissione di un genocidio, o per porre fine a un genocidio in corso.
Come, inoltre, la stessa CIG ha riconosciuto nell’ordinanza cautelare resa il 30 aprile 2024 nella controversia Nicaragua c. Germania, il diritto internazionale impone agli Stati terzi obblighi precisi in relazione al trasferimento di armi ad una parte in conflitto, allo scopo di evitare il rischio che tali armi vengano utilizzate in violazione del diritto internazionale umanitario e della Convenzione contro il genocidio.

RITENUTO CHE
In attuazione di questi obblighi, lo Stato italiano è tenuto a:
1. interrompere qualunque fornitura di armi, componenti d’arma, tecnologie e servizi militari allo Stato di Israele;

2. rivedere le proprie relazioni economiche, politiche, accademiche, sociali e culturali con lo Stato di Israele, interrompendo immediatamente qualunque relazione che possa rafforzare o giustificare la commissione di gravi violazioni del diritto internazionale da parte di Israele o ostacolare l’esercizio del diritto di autodeterminazione del popolo palestinese e astenendosi dall’intrattenere con Israele qualunque relazione economica o commerciale che riguardi il Territorio palestinese occupato o parte di esso che possa in qualunque modo supportare la presenza illegale di Israele in quel Territorio;

3. adottare provvedimenti adeguati per impedire che cittadini italiani e imprese incorporate nel territorio italiano intrattengano relazioni commerciali o di investimento che contribuiscono al mantenimento della situazione illegale creata da Israele nel Territorio palestinese occupato;

4. attivarsi, in sede europea, per chiedere e ottenere la sospensione dell’Accordo di associazione con Israele, che dovrebbe essere basato sul rispetto dei diritti umani e dei valori democratici;

5. farsi portavoce di e sostenere sul piano internazionale qualunque iniziativa politica volta a fare pressione sullo Stato di Israele, con l’obiettivo di indurlo a desistere dalla commissione dei gravi illeciti internazionali di cui si è reso responsabile;

6. collaborare in modo proattivo e tempestivo con altri Stati e meccanismi di giustizia internazionale che intraprendono indagini e azioni penali su presunti crimini di diritto internazionale commessi a Gaza o in Israele, compresa la Corte penale internazionale;

7. valutare, anche in sede europea, l’adozione di misure restrittive contro la leadership militare e politica israeliana (es. congelamento dei beni, travel ban) analoghe a quelle che sono state adottate contro la Russia e l’establishment russo, a seguito dell’illecita invasione dell’Ucraina.

PRESO ATTO CHE

– Nel quadro degli obblighi statuali così delineati, si colloca la posizione degli enti territoriali. Anche questi ultimi sono, infatti, tenuti ad assicurare l’attuazione di tali obblighi nella misura in cui essi intercettano competenze e prerogative loro proprie.
– Sotto quest’ultimo profilo, occorre infatti ancora precisare, con riferimento anzitutto alle Regioni, la stessa Corte costituzionale ha da tempo riconosciuto una valenza extraterritoriale alle loro competenze. In quanto enti politici e a fini generali, esse possono infatti perseguire gli
interessi della propria comunità di riferimento anche oltre i propri confini amministrativi (v. C. Cost. n. 276/1991).
Del resto, l’art. 117 comma 2, lett. a) Cost., per come modificato dalla l. cost. n. 3/2001, rimette certamente alla potestà legislativa esclusiva dello Stato la politica estera, i rapporti con gli altri soggetti dell’ordinamento internazionale inclusa l’Unione europea, ma le Regioni e gli stessi enti locali non vi sono del tutto estranei.
– E ciò è quanto discende, innanzitutto, dal riformato art. 114 Cost., che riconosce ormai a tutti gli enti sub-statali – Regioni, Città metropolitane, Province e Comuni – la natura di enti costitutivi della Repubblica in una condizione di parità con lo Stato medesimo. D’altronde, è lo stesso art. 117, comma 9 a riconoscere un vero e proprio potere estero in capo alle Regioni, titolari, anche secondo la stessa Corte costituzionale, di una propria legittimazione se non di una vera e propria soggettività di diritto internazionale al pari dello Stato (C. Cost. sent. nr. 238/2004 e 258/2004).
– É del resto, ancora, lo stesso comma 1 dell’art. 117 a richiedere, sul piano legislativo, tanto allo Stato quanto alle stesse Regioni il rispetto della Costituzione – qui basterebbe richiamare l’art. 11 Cost. –, dei vincoli derivanti dall’ordinamento comunitario e di quelli discendenti dagli obblighi internazionali. A ciò si aggiunga che il successivo comma 5 richiama, di nuovo, le Regioni all’attuazione e all’esecuzione degli accordi internazionali; dovere che opera tanto a livello legislativo quanto, di conseguenza, sul piano più strettamente amministrativo.
– Sotto questo profilo, pertanto, si pensi anche solo alle ricadute che il rispetto degli obblighi internazionali prima descritti potrebbe e dovrebbe produrre nelle materie di competenza legislativa concorrente (tra Stato e Regioni) individuate dall’art. 117, comma 3 Cost., come, fra le altre, i rapporti internazionali delle Regioni; il commercio con l’estero; la ricerca scientifica e tecnologica e il sostegno all’innovazione per i settori produttivi.
– Il rispetto e l’attuazione delle norme internazionali, d’altro canto, sono doveri cui sono tenuti anche gli stessi enti locali, secondo quanto previsto già dall’art. 2 del d.lgs. n. 112/1998.
Anche la c.d. Legge La Loggia, l. n. 131/2003, attribuisce, del resto, all’art. 6 u.c., un potere estero, sia pure più circoscritto, a Comuni, Province e Città metropolitane, ammettendo che anche questi enti possano svolgere attività di mero rilievo internazionale nelle materie loro
attribuite.
– E cosa debba intendersi per attività di mero rilievo internazionale è aspetto già chiarito dalla Corte costituzionale sin dalla nota sent. nr. 179/1987, che ne ha riconosciuto la natura di catalogo aperto.
A titolo perciò meramente esemplificativo vi possono rientrare tutte quelle attività già elencate nel d.p.r. 31 marzo 1994, nonché quelle ulteriori che potrebbero essere identificate dalle stesse autonomie locali con la sola eccezione della stipula di veri e propri accordi internazionali.
– Tra le attività di mero rilievo internazionale – a norma del d.p.r. ora citato – possono quindi essere menzionate quelle concernenti:

a) studio e informazione su problemi vari; scambio di notizie e di esperienze sulla rispettiva disciplina normativa o amministrativa; partecipazione a conferenze, tavole rotonde, seminari; visite di cortesia nell’area europea; rapporti conseguenti ad accordi o forme associative finalizzati alla collaborazione interregionale transfrontaliera;

b) visite di cortesia nell’area extraeuropea, gemellaggi, enunciazione di princìpi e di intenti volti alla realizzazione di forme di consultazione e di collaborazione da attuare mediante l’esercizio unilaterale delle proprie competenze; formulazione di proposte e prospettazione di problemi di comune interesse, contatti con le comunità regionali all’estero ai fini della informazione sulle normazioni delle rispettive Regioni e della conservazione del patrimonio culturale d’origine. E ad esse, ancora, possono aggiungersi anche la partecipazione ad eventi e manifestazioni
promozionali e tutte quelle attività promozionali, collegate a competenze degli enti locali, tese a favorire il loro sviluppo economico, sociale e culturale.
– Va da sé, pertanto, che rispetto ad esse gli enti territoriali possono anche decidere di assumere una condotta omissiva, ovvero rifiutarsi di porre in essere rapporti internazionali di questo tipo quando sia coinvolto, a vario titolo, lo Stato di Israele.

Tutto ciò premesso,

SI PROPONE

– Che questa Amministrazione Comunale, per le ragioni innanzi esposte e nel rispetto dei limiti dati dalle proprie competenze:
1) si astenga dal concludere e provveda ad avviare la procedura per la sospensione di qualunque eventuale accordo internazionale con lo Stato di Israele o intesa conclusa con enti territoriali interni ad Israele, che abbia ad oggetto il Territorio palestinese occupato o parte di esso, o che possa in qualunque modo supportare la presenza illegale di Israele in quel Territorio;
2) effettui una tempestiva ricognizione di tutte quelle attività promozionali, di scambio commerciale, culturale e sociale, nonché delle attività di mero rilievo internazionale con lo Stato di Israele oggetto di richiamo per le sue condotte da parte della Corte Internazionale di Giustizia;
3) si astenga dal concludere e provveda a sospendere qualunque eventuale accordo economico,
commerciale, culturale e di ogni altra natura con le aziende ed istituzioni provenienti dalle colonie illegali, o che abbiano qualunque tipo di interesse nelle stesse;
4) garantisca una adeguata accoglienza sanitaria e umanitaria ai profughi palestinesi in fuga dal conflitto e incentivi la cooperazione con i presidi sanitari nel territorio occupato, in primis nella Striscia di Gaza;
5) provveda ad esplicitare nelle forme e nei modi più opportuni e nei limiti delle proprie competenze ogni forma di sostegno e solidarietà al popolo palestinese e la condanna delle condotte criminali israeliane, ad esempio:

● ponendo particolare attenzione nella richiesta di concessione di patrocinio a eventi culturali o sportivi, in particolare quando tali iniziative sono patrocinati, finanziati o sostenuti dall’Ambasciata di Israele, dal governo israeliano o da sue emanazioni ufficiali;
● esponendo nei palazzi istituzionali manifesti, striscioni o grafiche a sostegno del cessate il fuoco e contro apartheid e crimini internazionali;
● organizzando, promuovendo e partecipando ad eventi e tavole rotonde per sostenere il cessate il fuoco e il rispetto delle ordinanze e dei pareri della CIG, delle raccomandazioni dell’Assemblea generale dell’ONU e in generale la centralità del diritto internazionale e dei meccanismi di giustizia ad esso afferenti;
● incentivando le relazioni con enti territoriali omologhi palestinesi nel Territorio occupato;
● sostenendo, incentivando e valorizzando ogni forma di cooperazione con le organizzazioni della società civile palestinese e le istituzioni culturali palestinesi presenti nel Territorio occupato;
● sostenendo il lavoro dei difensori dei diritti umani e delle associazioni e delle reti israeliane e palestinesi che promuovono il rispetto dei diritti umani e del diritto internazionale nel Territorio palestinese occupato.
6) si attivi, soprattutto in caso di intreccio di competenze, nelle sedi di raccordo istituzionali (Conferenza Stato-Regioni, Conferenza Unificata, etc.) e amministrative (cabine di regia, tavoli di concertazione, conferenze di servizi, etc.) più opportune, nonché tramite le proprie associazioni rappresentative (ANCI e UPI), affinché il rispetto degli obblighi internazionali di cui sopra sia assicurato anche a livello statale,
di Unione europea e delle altre organizzazioni sovranazionali di cui l’Italia è membro.

Due Popoli, Due Stati per il riconoscimento dello Stato di Palestina e per la pace in Medio Oriente

I gruppi consiliari Partito Democratico, La Comune di Ferrara e Civica Anselmo hanno presentato al Consiglio Comunale di Ferrara un ordine del giorno sul riconoscimento delle Stato di Palestina e per la pace in Medio Oriente.

Si chiede al Sindaco di Ferrara di sollecitare il governo italiano a riconoscere ufficialmente lo Stato di Palestina, in linea con le risoluzioni delle Nazioni Unite e numerosi altri paesi. Il testo ripercorre il contesto internazionale a favore della soluzione “due popoli, due stati” e condanna sia gli atti terroristici di Hamas sia la reazione militare israeliana a Gaza. L’ordine del giorno impegna il Comune di Ferrara a promuovere la consapevolezza sulla necessità di una coesistenza pacifica tra israeliani e palestinesi.

Di seguito il testo integrale

Ferrara 20 marzo 2025

Al Presidente del Consiglio Comunale
Al Signor Sindaco

Oggetto: ORDINE DEL GIORNO ” DUE POPOLI, DUE STATI”, PER IL RICONOSCIMENTO DELLO STATO DI PALESTINA E L’IMPEGNO PER LA PACE IN MEDIO ORIENTE.

premesso che

  •  Il Diritto Internazionale riconosce il diritto all’autodeterminazione dei popoli, come sancito dalla Carta delle Nazioni Unite. La Comunità Internazionale, attraverso risoluzioni delle Nazioni Unite e negoziati diplomatici, ha ripetutamente espresso il sostegno alla soluzione dei “Due Popoli, Due Stati”, che prevede la coesistenza pacifica di una Stato israeliano e di uno Stato palestinese con confini sicuri e riconosciuti;
  • La risoluzione 67/19 dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite del 29 novembre 2012 ha conferito alla Palestina lo status di Stato Osservatore non membro;
  • Numerosi Stati membri dell’Unione Europea e altri Paesi hanno già riconosciuto lo Stato di Palestina: attualmente sono 136 i Paesi che hanno deciso di riconoscerlo unilateralmente, tra cui anche alcuni membri dell’UE come Svezia, Repubblica Ceca, Bulgaria, Cipro, Slovacchia, Ungheria, Malta, Polonia e Romania;
  • Il 13 ottobre 2014 la Camera dei Comuni inglese ha approvato a larghissima maggioranza una mozione per riconoscere lo Stato di Palestina e, analogamente, i Parlamenti di Irlanda, Spagna e Belgio hanno compiuto lo stesso passo, mentre il Parlamento francese ha votato il 28 novembre 2014 una mozione per il riconoscimento dello Stato di Palestina;
  • Il conflitto tra Israele e Palestina può essere risolto solo con la soluzione a due Stati, negoziata secondo i dettami del diritto internazionale;
  • Il riconoscimento dello Stato di Palestina è un passo necessario per garantire stabilità in Medio Oriente e favorire una soluzione equa e duratura del conflitto israelo-palestinese;
  • Il Parlamento Europeo e i diversi Governi italiani, succedutisi negli anni, hanno più volte ribadito la necessità di una soluzione politica equa e sostenibile per garantire la pace e la stabilità nella regione;
  • Il Comune di Ferrara, pur non avendo competenze dirette in politica estera, può contribuire simbolicamente al dibattito pubblico ed alla promozione dei valore di pace e di autodeterminazione dei popoli;
  • Numerose amministrazioni comunali italiane hanno già formalizzato la medesima richiesta.

tenuto conto che

  • La storia ci insegna che la pace non si costruisce con atti unilaterali bensì attraverso negoziati tra le parti coinvolte con accordi internazionali in grado di assicurare garanzie reciproche di sicurezza;
  • Rimane fondamentale separare gli atti terroristici dalla responsabilità della popolazione civile inerme, dentro la Striscia di Gaza e in Cisgiordania;
  • Gli efferati attacchi terroristici di Hamas del 7 ottobre 2023, con l’uccisione di centinaia di civili inermi e la presa di ostaggi israeliani, sono da condannare fermamente;
  • Altrettanto fermamente è da condannare la reazione del governo israeliano che ha deciso la punizione collettiva del popolo palestinese, con l’invasione e la distruzione di Gaza che ha provocato l’uccisione di decine di migliaia di palestinesi;
  • Lo Stato di Israele ha il diritto di esistere e la popolazione israeliana di vivere in sicurezza, tuttavia i bombardamenti dell’esercito israeliano, che hanno provocato la distruzione di scuole, centri sanitari e abitazioni civili a Gaza, così come il taglio dell’erogazione di acqua potabile e di elettricità, hanno messo a rischio la sopravvivenza dell’intera popolazione civile di Gaza, a partire dai bambini, dalle donne e dalle persone anziane, già afflitta da carenze di cibo, acqua, case e assistenza medica;
  • La prosecuzione delle violenze e delle violazioni a Gaza e in Medio Oriente è contraria ai diritti e alle legittime aspirazioni del popolo palestinese, vittima di politiche espansioniste e di una lunga occupazione condannata più volte dalle Nazioni Unite in quanto illegale ai sensi del diritto internazionale;
  • Le violazioni dei diritti umani nei territori occupati palestinesi sono state denunciate dall’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Diritti Umani (UNHCR) e hanno alimentato processi di radicalizzazione politica che hanno rafforzato l’organizzazione di Hamas;
  • Il 21 novembre 2024 la Corte penale internazionale (CPI), avendo riscontrato fondati motivi per accusare il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu e l’ex Ministro della difesa Yaoav Gallant di crimini contro l’umanità e crimini di guerra, ha emesso due ordini di cattura nei loro confronti;
  • Con l’ordinanza n. 192 del 26 gennaio 2024 la Corte internazionale di Giustizia, ritenendo “plausibile” il ricorso del SudAfrica di violazioni della Convenzione contro il crimine di genocidio, in attesa del giudizio nel merito, ha adottato misure cautelari nei confronti dello Stato di Israele;
  • Le dichiarazioni del Presidente degli Stati Uniti Trump e del Primo Ministro israeliano Netanyahu, finalizzate ad un’azione di deportazione dei palestinesi e delle palestinesi di Gaza in altri Paesi arabi, minano ulteriormente la possibilità di costruire una convivenza pacifica tra i due popoli e negano la possibilità di esistenza di uno Stato di Palestina;
  • È indispensabile pertanto che le Nazioni Unite, l’Unione Europea e gli Stati nazionali non si limitino a dichiarazioni di condanna, ma adottino misure concrete per eliminare gli ostacoli alla pace e favorire una soluzione politica stabile tra Israele e Palestina.

considerato che

  • L’opzione “Due Popoli due Stati”, nonostante possa apparire oggi, forse ancor più che nel passato, di difficile realizzazione, resta la soluzione più adeguata a risolvere il conflitto israelo-palestinese ed è preferibile alla realizzazione di un unico Stato bi-nazionale, in cui convivano le popolazioni palestinese ed israeliana;
  • La Città di Ferrara individua nella pace un bene essenziale per tutti i popoli e promuove iniziative di ricerca, educazione e informazione per fare del territorio comunale un luogo di pace e cooperazione internazionale, come stabilito dall’art. 4 comma 2b dello Statuto Comunale;
  • Un riconoscimento ufficiale dello Stato di Palestina da parte del Comune di Ferrara rappresenterebbe un atto simbolico di grande importanza e solidarietà concreta verso il popolo palestinese.

preso atto che

  • La ripresa dei bombardamenti sulla Striscia di Gaza ha già provocato altre 400 vittime civili palestinesi (tra cui almeno 130 bambini) e aggravato ulteriormente la sorte degli ostaggi israeliani ancora prigionieri di Hamas;
  • L’oceanica manifestazione di Gerusalemme del 19/03/2025 ha visto migliaia e migliaia di israeliani e israeliane protestare contro la ripresa dei bombardamenti a Gaza e per chiedere l’immediato cessate il fuoco, la liberazione degli ostaggi, la ripresa dei colloqui di pace.

tutto ciò premesso, tenuto conto, considerato e preso atto, il Consiglio Comunale impegna il Sindaco della città di Ferrara

  • Ad attivarsi presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri ed il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale affinché l’Italia riconosca ufficialmente lo Stato di Palestina, in coerenza con le risoluzioni delle Nazioni Unite;
  • A promuovere le posizioni espresse in questa mozione nei rapporti internazionali, contribuendo alla lotta contro il terrorismo e favorendo un’azione coordinata a livello europeo e globale per un nuovo processo di pace in Medio Oriente;
  • A diffondere il contenuto di questa mozione presso la cittadinanza di Ferrara, promuovendo iniziative di sensibilizzazione sull’importanza del riconoscimento dello Stato di Palestina e sulla necessità di una convivenza pacifica e sicura tra israeliani e palestinesi, promuovendo il dialogo e la cooperazione tra i due popoli.

Per il Gruppo Partito Democratico Il consigliere Massimo Buriani
Per il Gruppo La Comune la Consigliera Anna Zonari
Per il Gruppo Civica Anselmo il consigliere Fabio Anselmo